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Lo WordCamp di Milano nello splendore d'India

Enrica GarzilliDiciamo la verità, anche Milano può essere bella quando si sta tutto il giorno in un Barcamp come quello di sabato scorso. Con il sole, il parco, la gente e l’ospite d’onore, il 16esimo uomo più potente del Web, Matt Mullenweg, e tanti amici e conoscenti.

Il WordCamp è stato un vero successo, innanzi tutto per la felice scelta del luogo. Siamo stati all’Old Fashion Café, un locale storico, nel bel mezzo di Parco Sempione vicino alla Triennale. Come succedeva nei tempi vedici quando c’erano le scuole all’aperto, sotto gli alberi. Si stava lì in pace o ci si poteva sgranchire le gambe, in mezzo alla natura e in silenzio, il tempo è stato splendido, gli alberi tutti verdissimi, i cespugli in fiore: in pratica il nostro teatro non era il palco all’aperto, fuori del locale, e le sale dentro, ma tutto parco Sempione. Una meraviglia, davvero, sarà poi che oggi piove e sembra che sia tornato l’autunno.

Tutto molto informale, come dovrebbe essere, senza l’obbligo di stare chiusi in un posto chiuso, magari bellissimo e prestigioso, ma che irrigidisce i rapporti e i pensieri. Tutto libero, senza la marea di gadegt e spillette che tanto piacciono a tutti ma che io una volta arrivata a casa butto via al volo. Non c’era il pranzo gratis? Tutti siamo in grado di comprare dei panini nei bar sparsi nel verde, non è quello che fa la differenza. La differenza era che il posto bello, grande e aperto permetteva di andare e venire a piacimento, di sentirsi liberi, come dovrebbe essere un BarCamp — che, se è organizzato e rigido, diventa una conferenza.

Lo stile di questo WordCamp mi ha ricordato le gurukul, le scuole tradizionali indiane dove tutti sedevano all’aperto, sotto gli alberi,

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La libera condivisione della conoscenza

girls studying togetherPochi giorni fa la Faculty of Arts and Sciences di Harvard ha votato, prendendo una decisione rivoluzionaria: ha dato all’università il permesso di rendere gli articoli scientifici dei professori della facoltà disponibili al pubblico, pur ritendo gli autori il copyright, eccetto che per quelli scritti per profitto.

Harvard quindi collezionerà, archivierà e distribuirà gratuitamente nel mondo gli articoli, prima di tutto, ovviamente, quelli scritti con i fondi dati dall’università o dal governo.

Questa è una svolta epocale. Il proposito è quello, come è successo con i programmi open source, di contrastare le grandi riviste accademiche, che non danno più il permesso, e lo posso testimoniare, di distribuire neanche una copia dei propri articoli per fini di studio, e il cui prezzo di abbonamento è salito a livelli astronomici.

Io faccio una fatica bestiale e consulto centinaia di libri articoli ecc., spesso a mie spese, attingo ad anni di studi e di letture della scholarship che mi ha preceduto, vado a conferenze e scambio idee con altri studiosi per non inaridirmi ed entrare nel loop, con la stessa ideuzza che gira e rigira nella testa, e soprattutto penso (non è che tutti pensino al mondo, o il mondo andrebbe un po’ meglio e non lo avremmo rovinato in modo quasi irreparabile), analizzo, elaboro, connetto, sintetizzo, trovo il punto debole di un sistema, rettifico il tiro, verifico, riverifico, scrivo, controllo e ricontrollo, aggiungo apparati e note, infine dopo un paio di anni pubblico il mio articolo gratis et amore dei, la casa editrice ci guadagna perché vende gli abbonamenti e poi non posso neanche dare una copia dei miei lavori a un mio collega senza fare io stessa l’abbonamento?

Le case editrici scientifiche professionali come l’olandese Kluwer, che ha 650 riviste scientifiche e pubblica la più prestigiosa rivista di studi orientali, l’Indo-Iranian Journal, ha un abbonamento che costa 250 Euro all’anno per quattro numeri. La qualità dei lavori è ottima (mi pregio di essere stata l’unica studiosa italiana ad avervi pubblicato, e diverse volte); ma il prezzo è davvero un po’ alto. Quando pubblico mi dà 10 e dico dieci copie del lavoro: finite quelle, che di solito si usano nei concorsi, in teoria non potrei neanche fotocopiare il mio articolo e distribuirlo per usi non commerciali (perché poi vedo molto commerciabile un lavoro su The practice of sahagamana and some connected problems, o su Uneditited Sanskrit letters of the Rajguru of Nepal o su alcuni versi dei Rgveda, per fare qualche esempio).

Certo, le riviste si possono consultare in qualsiasi biblioteca, e in USA anche i paesini ne hanno almeno una, di solito molto ben gestita, in grado di fornire libri e articoli da tutto il mondo con il prestito internazionale. Ma questo non è vero nel resto del mondo, Italia inclusa, dove chiedere dei libri è già una mezza impresa e farli venire da fuori è qualcosa di molto arduo, macchinoso e burocratico.

Il prestito internazionale funziona bene solo all’interno delle biblioteche di facoltà, quando i bibliotecari sono svegli e collaborativi — cioè, quando hanno vinto il posto per merito, caso assai raro, o quando dopo averlo vinto hanno deciso di imparare la nobile arte della gestione dei libri e della biblioteca, caso assai più frequente, o si sono appassionati al tipo di lavoro, caso che ha del miracoloso eppure esiste, giuro.

L’esigenza di Harvard è nata quindi dal bisogno di avere più controllo sul proprio lavoro. Il compito primario di una università è la creazione, la diffusione e la preservazione della conoscenza.

L’accesso libero e gratuito ai frutti della ricerca è un passo essenziale per raggiungere questo obbiettivo, e per avere il feedback di studiosi che altrimenti non avrebbero accesso alle risorse. Per esempio, tutti quelli dei paesi in via di sviluppo, o quelli dei paesi occidentali senza larghi mezzi, visto anche che le università e i vari governi hanno generalmente tagliato i fondi per la ricerca, specie in campi di studio com le scienze orientali (compreso quelli più appetibili come la matematica sanscrita, la fisica egiziana, l’astronomia babilonese, e così via.)

Ovviamente il copyright degli articoli rimane agli autori, ma non la licenza di uso. Questo significa che se un giorno l’autore vuole fare delle modifiche o delle migliorie, o vuole ampliare il suo lavoro precedente, è libero di farlo. Al contrario dei progetti open source, nessuno può modificare o ampliare quel particolare risultato: può però, come si fa normalmente, partire dallo stato del lavoro per portare avanti la ricerca e trovare altri risultati, e pubblicare poi un altro lavoro.

L’iniziativa di Harvard, la prima del genere nel mondo, oltre a scardinare il potere delle grandi case editrici risolve in modo concreto il problema dell’accesso alla ricerca dei paesi poveri. E’ un modo molto pratico di promuovere la libera circolazione della conoscenza.

E’ quello che abbiamo sempre fatto con le riviste dell’Asiatica Association, quando ci hanno scritto dai paesi come il Bangladesh o il Kosovo, al tempo: li abbiamo sottoscritti gratuitamente. E’ poco, ma è un aiuto concreto e un modo di realizzare il detto di Gandhi: tutto quello che non si usa in realtà si ruba. Tenersi le conoscenze solo per sé rende arido il cuore e la mente. Perché, come diceva sempre anche la mia amica: La conoscenza è quella cosa che condivisa aumenta.

Da oggi ci sarà molta più libera circolazione di conoscenze, studiosi più felici e più stimolati intellettualmente a dare e ricevere input, paesi che avranno accesso ai frutti dell’occidente ricco: questo porterà a una nuova creazione e circolazione di idee, di scambi, di progetti.

L’era della libera condivisione del sapere è già cominciata.

Blog e cultura: Wikipedia è cultura?

Questa è una riposta alla chiosa di Luca De Biase al post “Blog e cultura”, che già ho scritto in parte nel suo blog. Infatti, partendo da un commento che gli è stato fatto, De Biase ha affermato che una rivoluzione culturale necessaria e attuabile dovrebbe partire da uno sforzo collettivo verso un interesse comune e che Wikipedia rappresenterebbe questo “sforzo collettivo verso un interesse comune”.

Io sempre avuto delle riserve verso Wikipedia (anche se ci hanno citato): non nel metodo, che è buono e giusto, ma nel risultato, cioè nei contenuti.

Ho già scritto il 22 dicembre 2005 quando negli ambienti scientifici di lingua inglese c’era stato un vivace dibattito sulla attendibilità di Wikipedia da quando il Dr. T. L. Simmons (New Zealand) aveva scritto di aver corretto un articolo di storia inglese su Wikipedia usando fonti come i grandi studiosi Mark Bloch, Norman Cantor e Joseph Strayer per controbattere alcune argomentazioni su di una voce sull’invasione di Guglielmo il Bastardo, ma gli amendamenti gli erano stati cancellati da un anonimo assai ignorante che “rappresentava il punto di vista di qualche oscuro apologeta pro-Sassone”. Ma quell’anonimo di storia inglese non ne sapeva niente. E concludevo, dopo aver raccontato le mie esperienze, che non solo Wikipedia dice cose spesso superficiali, perché spesso le voci sono scritte dai non addetti ai lavori, ma sbagliate.

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Le relazioni del LitCamp su Radiocatrame 19

Questo è la mia relazione al LitCamp, che il bravo Arsenio Bravuomo ha avuto la bontà di registrare per Radiocatrame 19. L’ha fatto con molta, molta perizia e un aggeggio pazzesco pieno di fili e spinotti. Ci sono altre dieci relazioni.

Peccato che non possiate vedere le mie 10 slide, fra queste ci sono le pagine Web dei primi giornali online del mondo. Sono quelle delle riviste di cui parlo: metà 1995.

Asiatica Association e Wikipedia

Oggi due grandi soddisfazioni: la risoluzione parlamentare del Nepal e scoprire che Wikipedia ha messo l’Asiatica Association onlus nei 24 External links della voce Orientalism, unico sito italiano!

La lista dei top100 blog italiani? Percezione, qualità e Zen

Visto che un po’ (e dei migliori!) blog/blogger hanno commentato il mio modesto post sulle famose liste dei top100 blog di Ludo — o qui, in pubblico, o nel loro blog, o a me privatamente — voglio rispondere “in pubblico” a Ludo che fa alcune osservazioni sull’utilità o veridicità delle due liste, dicendo che non volevano essere la lista dei migliori o dei più popolari.

Perché, come ho detto a Luca di Wikilab, la mia lieve critica non era rivolta ai top blog in sé, ma alle liste di Lud e al concetto stesso di lista — che si dovrebbe compilare
A) secondo molti parametri incrociati,
B) tenendo anche conto delle aureferenzialità
C) e del fatto che i blog commerciali sono, appunto, commerciali e non vanno mischiati coi personali: sarebbe come paragonare una soubrette di professione ad una ragazza che studia o che lavora e fa una comparsata in TV per diventare, magari, velina.
O come paragonare due professionisti dello stesso ramo, ma su canali diversi: un conto è Simona Ventura, esperta presentatrice da tanti anni e con mezzi e canali pubblici e grandiosi, che parla di calcio e tutti in Italia la seguono (professionalità + prodotto vendibile in sé per sé); un altro è la mia collega che insegna Letteratura sanscrita, che presenta su una Rai3, canale regionale, un noioso programma di linguistica comparata: vi assicuro che la professionalità fra le due, e pure l’aspetto, e l’argomento, sono diversissimi! E diversamente vanno trattati o “catalogati”, messi in una lista.

1) Di fatto, le liste includono al top i blog commerciali. Che sono autoreferenziali. Allora che vogliono essere le liste, un’operazione di marketing per i blog commerciali?
Come minimo ci dovrebbero essere due liste, una per blog commerciali e una per quelli personali/sociali.

2) Quando uno programma qualcosa, farebbe bene a vedere dove va a parare, specie se pubblica basandosi sul programma che ha fatto.
Una pubblicazione, anche un blog, è come dice la parola pubblica e pubblicamente viene letta e il pubblico sul dato argomento si riferisce a quella.
In questo caso, se un lettore vuole conoscere chi sono i primi 100 blog italiani, si riferirà a quello che è stato pubblicato da Ludo, o da altri.

3) Che percezione ne ricaverà il famoso lettore? Che i primi 100 blog secondo le liste siano i migliori e/o i più popolari. Vox populi vox dei. Che siano insomma i vincenti, i più letti, i più usati, ecc.
Infatti tutti i blog commerciali fanno post autoacclamanti sui magnifici risultati ottenuti, l’incremento delle pagine lette, chi li cita e chi li invita, ecc. Perché? Perché ci si mostra vincenti e, quindi, si vende. Come ha fatto Berlusconi per vendere la sua immagine e farsi votare: si è mostrato vincente, il migliore. E molta gente, la massa, ha creduto che davvero lo fosse.

Negli USA per i posti di professore universitario si comincia a spargere in giro la voce con largo anticipo (anche anni) che Tizio o Caio o Sempronio, il candidato che una commissione esaminatrice vuol far vincere, sia il migliore, che le sue pubblicazioni siano in cima a tutti i pensieri degli altri studiosi, che lo studioso in questione sia quasi vicino al Nobel.
Si fa sapere, insomma, che è il primo della lista dei top10: si crea la percezione della vittoria perché connessa e dipendente dalla qualità.

E si va al paradosso che non è la qualità che porta alla vittoria, ma la percezione della vittoria che porta (con un processo induttivo) alla qualità!

Si sa che nel marketing, cioè in ogni cosa commerciale, pubblica e “quantificabile” come una lista di cose messe in ordine crescente o decrescente secondo certi parametri, la percezione è tutto. O molto, dato che il Journal of South Asia Women Studies e l’International Journal of Tantric Studies hanno anche ranking si qualità altissimi, sono citati dall’Enciclopedia Britannica come i mejo, e lo sono davvero!:) Ma sono e-journal accademici, lì è più facile “quantificare la qualità” (e, infatti, hanno vinto decine di premi, così tanti dal 1995 che non li abbiamo più pubblicati).

E la percezione fra i lettori occidentali di blog italiani è che i primi dei top100, quelli in cima alla lista, siano i primi in termini di qualità. Non parlo degli altri blogger che capiscono come va il mondo, ma dei lettori che arrivano dai motori di ricerca.
(Un indiano capirebbe l’opposto, perché le liste sono tradizionalmente compilate mettendo in cima i meno letti, dal più basso al più alto..:) anche se ormai il lettore indiano giovane è così al dentro di Internet da essersi completamente occidentalizzato, ahimé!)

Specie online, la percezione, dice qualcuno, è la sola realtà:

Online – perception IS reality! That statement cannot, should not, be minimized one iota. Whether you agree or disagree with other points in this article, this one has no fudge factor.

Consiglio anzi di leggere l’articolo completo: questo sì che è un articolo vero, di qualità.

E qui si dovrebbe aprire un discorso sulla qualità.
Non so se molti ricordano il bel libro di Robert Pirsig Zen and the Art of Motorcycle Maintenance, che è stato tradotto anche in italiano: è la qualità che fa la differenza anche nelle relazioni (con se stessi, con gli altri). Come nel mercato.

E un blog cos’è? Un dialogo aperto, una comunicazione veloce che ammette una risposta veloce in tempo quasi reale: quindi, un dialogo. Un’interrelazione che dipende dalla qualità di chi si relaziona e dal tipo di relazione, dai tempi e modi, dalla setting, ecc..

Quindi, se uno compila una lista dei primi100 blog si intenderà, cioè la percezione comune è, che siano i migliori 100 blog della blogosfera italiana. E/o i più popolari 100 blog.
Che non sia vero, che Ludo specifichi che non era questo lo scopo, che Maxime del commento ci dica del giochino che si potrebbe fare per taroccare la lista e blablabla, non conta più.
Rimane la percezione comune. La percezione della gente che legge.

Ma ritornerò sul concetto di qualità e percezione nel mondo blogghico… (sperando che a nessuno caschi la testa dal sonno)

Concludo facendo mie le sacrosante parole di Alberto, se mi permette la citazione:

Quindi mi dispiace, ma le operazioni commerciali (dichiarate) tipo [...], vorrei che non ci fossero nella top100 dei blog italiani. Partiamo dalle persone, prima di tutto, vediamo cosa esce.

1) Qui, poi, bisognerebbe parlare di parametri “oggettivi” di qualità e di popolarità e fare delle votazioni relative che si incrociano fra loro. Un po’ difficile…

2) E bisognerebbe aggiungerci il fattore temporale: da quanto tempo pubblichi? Perché tutte le case editrici, per esempio, sanno che se un autore è al primo libro piace e vende un tot, se è al secondo vende un tot+1 o 2, se è al terzo un tot+ 1-2 +n. Se il tuo nome circola nell’ambiente dei blog da molto tempo, sarai più letto per forza. Avrai più probabilità di stare in cima alla famosa lista di qualità/popolarità perché più conosciuto, e così via.

3) E se raggruppi tutti i blog in un unico posto o sotto un’unica egida, dove la gente clicka e da lì accede a quello che gli va, ancora meglio! Così rendi un servizio: io per es. leggo regolarmente alcuni blog che mi piacciono accedendo ad una sola pagina, che li raggruppa quasi tutti (una specie di aggregato di link amici:)) così leggo quel blog e quelli di altri (perché non un aggregatore? A parte che non sono molto brava a consultarlo ma, soprattutto, mi piace vedere anche la spazialità di tutto il blog, la disposizione delle cose, e poi le cavolate, lo sfondo, i post precedenti, le foto, e non solo leggere gli ultimi post)

Insomma, quello delle liste e della percezione fuorviante di qualità e di popolarità mi sembra un vero problema. Questa mia sì che è una critica pungente alle liste di Ludo!:)

Si cambia vestito: il nuovo layout

Vi piace questo nuovo layout?
Di base è quello disegnato dall’architetto Ludovico, che ha un sacco di blog e programma un sacco di cose — per es. Lightpress che usiamo al posto di WordPress è suo, con la collaborazione di Jerome — insomma è molto creativo (ma i soldi con le sue idee li fa fare sempre agli altri perché a lui i soldi gli schifano…!:)).

Poi ci ho aggiunto a destra i link ai miei libri e i miei articoli. Ora ci attaccherò qualche pagina, così se soffrite d’insonnia potete risparmiare sui sonniferi, aprire il comp e pescare un po’ a casaccio (specie fra gli articoli): sonno è assicurato.

Metterò anche il link all’Asiatica Association Onlus, che si occupa di promuovere e diffondere le culture asiatiche, informare sui diritti umani in Asia, e molto altro, e che pubblica i primi e-journals accademici della rete (1994-1995), l’International Journal of Tantric Studies e il Journal of South Asia Women Studies, libri e quant’altro.

Ho spostato invece alcune cosucce di poca utilità, molto usate negli altri blog. Perché Ludovico è pignolo e preciso e ha un suo gusto ben definito, inossidabile, molto stylish, ma io ho un gran senso spaziale (i vuoti e i pieni, per intenderci) e in due ci integriamo a meraviglia. E poi a me piace il colore e la varietà e la vita bicolor, che amavo prima, ora mi annoia.

Flickr sta più in basso; e ho lasciato tutto lungo il post Wake Up! Useful Sources Regarding the Earthquake in South Asia, dove dò l’elenco della lista di risorse e mezzi di aiuto per il Kashmir e il Pakistan disastrati dal terremoto.
Perché? Perché è utile e se questa voce può sensibilizzare qualcuno su qualcosa, perché no?

Insomma, ho messo in risalto quello che mi sembrava rilevante, pur nell’ottica di un design più moderno e, credo, più elegante.
Che è quello che mi aspetto dall’architetto: combinare funzionalità e funzioni col design e con l’insieme (cioè, in questo caso, il contesto: chi scrive e, soprattutto, chi legge, l’ambiente, la cultura, la storia).

Mi dite quello che ne pensate di questo vestito nuovo?

p.s. fra poco compilerò un piccolo dizionario di parole inusitate, desuete o dialettali che ho messo nei miei post e che non tutti conoscono.

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