Tag Archives: Turchia

La scuola che vogliamo

Afghan childIeri sull’Eurostar sedevo vicino a un ragazzo bellissimo, dagli occhi neri di velluto. Abbiamo cominciato a chiacchierare un po’ in inglese, un po’ in hindi e un po’ in urdu. Si chiama Zahir Khan, è afghano ed è un rifugiato politico. Nel suo paese faceva il contadino. Ieri tornava da Roma, dove era stato per risolvere non so quale problema di passaporto (ha un passaporto italiano speciale per rifugiati). Qui lavora in Brianza, in una fabbrica di tintura della plastica. E’ felicissimo perché il capo gli dice che è bravo e spera che gli rinnovino il contratto mensile. Si sente privilegiato.

Ha tanti sogni Zahir, vuole portare qui in Italia la famiglia da un paesino fra i monti di Paktia, dove ancora vive la madre, il padre e una sorella di 9 anni. Il fratello è stato requisito dai talebani ed è morto in un raid aereo americano. Aveva 16 anni. Così uno zio ricco gli ha pagato un passaggio per l’Italia: 6000-7000 $ per la vita, in un container attraverso l’Iran e la Turchia, poi in nave fino a Crotone.

Lì è stato in un campo profughi (si mangia benissimo, ogni settimana diverso, il letto è comodo e fai tante amicizie, e poi ogni venerdì c’era il pesce, è buonissimo, non l’avevo mai mangiato prima). Dopo tre mesi lo hanno spedito a Roma senza lavoro, senza soldi, senza amici. E’ stato per due mesi in un parco vicino alla stazione Termini. Dice che è stato il periodo più difficile della sua vita. Alla fine un pakistano lo ha portato con sé al nord, in fabbrica.

Gli ho chiesto se il lavoro gli piaceva, mi ha detto che era bellissimo e gli davano anche da mangiare. Quando ho aperto il computer, per dargli l’indirizzo di una persona che ha aiutato migliaia di bambini e profughi della sua terra, casomai non gli rinnovassero il contratto mensile, ho visto che era bravissimo. Seguiva curioso, capiva, chiedeva.

Zahir ha anche una fidanzata di 20 anni, Hatija, che non ha ancora visto. L’ha scelta sua madre. Vuole andare in Pakistan, sposarla e portare anche lei in Italia perché, dice, è molto difficile stare senza famiglia, nessuno ti fa da mangiare e poi si è sempre soli.

Hai studiato Zahir?


No perché mio padre non ha i soldi, fa il contadino e le montagne non danno tanti soldi. Ho fatto le prime sei classi.

Ma ti piaceva? Che scuole ci sono a Paktia?

Mi piace molto il cinema e una volta la mese andavo a Kabul insieme a due amici. Ci vogliono quattro ore e mezzo di autobus fra i monti. Poi vedevamo uno o due film indiani (3-4 ore l’uno – ndr). Quella era vita! A te ti piacciono i film indiani? Quale attore preferisci?

Dopo una lunga discussione sugli attori più bravi, per fortuna un po’ ne conosco, vengo a sapere che Zahir era molto bravo a scuola ma i bombardamenti avevano distrutto le tre scuole pubbliche di Paktia. Gli americani avevano ricostruito una scuola per i primi cinque anni, dove i maschi imparavano l’inglese, la matematica, a leggere e a scrivere pashto, ma per le scuole superiori tre volte a settimana veniva un pakistano da Kabul e insegnava per 400 rupie al mese. Ma quei soldi per la sua famiglia erano troppi.

Perché in Italia volete le scuole private? Sarà come a Paktia che solo i figli dei ricchi ci andranno. E io quando sarò sposato e avrò dei bambini, se le scuole migliori sono private, potrò mandare i miei figli solo a scuola pubblica. Saranno solo i bambini dei rifugiati o di quelli senza lavoro. Noi a Paktia facciamo di tutto per avere delle buone scuole pubbliche gratuite: perché voi volete le scuole private?

Ecco, Zahir ha detto una cosa giustissima: perché noi, che abbiamo sempre avuto delle ottime scuole pubbliche, vogliamo tagliare i finanziamenti e vogliamo incentivare la scuola privata? E questa scuola privata per chi sarà? Anche per i figli di Zahir, un rifugiato politico afghano che lavora onestamente e ama questo paese, o solo per i ricchi?

Senza fondi, la scuola e l’università diventeranno peggio e le conseguenze saranno anche etiche: ci ha pensato il nostro governo?

Noi ci crediamo tanto più evoluti di paesi come l’Afghanistan, ma anche Zahir Khan, che è venuto in Italia da pochi mesi, ha capito una cosa: che il sistema pubblico scolastico e universitario italiano non si dovrebbe toccare. E’ un bene comune e un segno di grande civiltà.
Vogliamo davvero smantellarlo?

Fai ciao ciao con la manina!

Dalai LamaSolo una domanda sincera: voi, mentre sfilate solenni e gloriosi all’inaugurazione delle Olimpiadi e siete ripresi dalle televisioni di tutto il mondo, stareste lì al cellulare a parlare con la mamma?

(Sto cercando di smontare la grandiosità della cerimonia e il display di spettacolarità e di perfetta organizzazione della Cina, come si vede dalle foto su The New York Times. La cerimonia è stata fatta per il benessere di tutto il mondo, però centinaia di dimostranti tibetani hanno dimostrato davanti all’Ambasciata cinese a Kathmandu; in Turchia, per protestare contro la politica della Cina, un uomo si è dato fuoco; e il Dalai Lama pensa di andare in pensione.)

Tu chador o non chador? Burqa o non burqa? Islam e Turchia, Afghanistan e altro

Il 28 agosto scorso in “Bombe, Turchia, università e costumi dall’Islam” ho parlato del burqa e del chador delle donne musulmane e del mio dubbio davanti a un burqa integrale con velo e volto coperto, eppure, al contempo, del diritto sacrosanto di vestire come a uno pare e piace.

Ma lunedì sera, a Roma, l’Ambasciatore per la cultura e i diritti umani dell’Afghanistan per l’Europa, la Principessa India d’Afghanistan, di religione islamica, per risolvere il problema lo ha inquadrato sotto una luce che mi pare giustissima. Lei dice: diamo la possibilità a tutte le donne islamiche, sia qui in Europa che in Afghanistan e ovunque nel mondo, di studiare, di trovare un lavoro adeguato, soddisfacente e ben pagato e mettersi in tutto e per tutto alla pari con gli uomini: poi il velo integrale se lo tolgono, eccome se lo tolgono. Diventerebbe una loro necessità.

continua


Bombe, Turchia, università e costumi dall'Islam

Non voglio assolutamente commentare il fondamentalismo, o la jihad — che non è fondamentalista, ma un fondamento religioso — perché ho già detto qualcosa al proposito. Né le bombe in Turchia di qualche ora fa.

Solo una piccola riflessione. L’altro ieri qui in Galleria a Milano — avete in mente la borghese splendente riluccicante galleria a fianco del Duomo? — passeggiava tranquillamente una famiglia musulmana. Due donne, due bambini, qualche uomo. Le donne avevano il chador e il burqa, uno dei due era integrale e di lei non si vedeva neanche il viso. Indossava anche i guanti e il camicione era nero lungo largo e totalmente castrante della sua femminilità. Camminava in modo goffo e solo dal polso, fra il mezzo centimetro di pelle nuda e il guanto nero, spuntava un braccialetto d’oro! Si capiva che era una donna giovane, si è fermata a prendere in braccio una bambinella in carrozzina. Mi sono chiesta a che età la puniranno col cosone nero.

Ma magari le piace, o lo accetta senza problemi, chi sa. Io sto ragionando con la mia testa, ovvio. Liberissima di vestire e girare come vuole, ca va sans dire.

Ma se c’è una ragazza fra i miei studenti all’università che veste così, io che faccio? E’ politically incorrect dire che mi darebbe assai fastidio parlare a una mascherina nera? Chiedo sempre all’inizio del corso di non indossare, per favore, cappelli, occhiali neri, e ciancicare gomme americane.

continua


Indietro