Tokomoma, Buddha e podcast (e, forse, amore)
Ieri ho riportato dal parco due bei rami, uno più piccolo con un corpo centrale e due rametti simmetrici laterali, uno davvero grande e molto ramificato, tutto sbilenco, di una stranezza barocca.
Tutte e due pieni di gemme.
Ho messo il piccolo in un vaso, ché quando mette le radici lo trapianto. Il grande l’ho messo nell’angolo a sinistra degli scalini, sotto il finestrone della sala, bene in vista, solitario, con i capitelli e le pietre d’angolo disposti simmetricamente sotto — retaggio di un passato di architetto — e, soprattutto, molto, molto spazio intorno.
Circondati dallo spazio e dalla luce, appena filtrata e ammorbidita dalle tende leggere, i rami spogli del grande si allungano e si protendono in una staticità mobile, asimmetrica, viva.
Appena si entra, è l’elemento che più colpisce della stanza.
Ma non è il ramo in sé per sé che lo rende particolare: è lo spazio intorno, il vuoto. E la luce che prende, che gli batte dolcemente sopra e lo avvolge.
Come un tokonoma.
E’ un elemento della casa che attrae nella sua mancanza di elementi aggiuntivi, ha importanza in sé ed è unico, un oggetto che polarizza l’attenzione degli ospiti e rappresenta il fulcro del senso estetico.
Ma è grazie allo spazio intorno che si nota, lo spazio fa da cornice all’oggetto, come l’aureola sottolinea la santità del personaggio o il nimbo l’eccezionalità di quell’uomo speciale che è stato il Buddha.

