Tag Archives: the new york times

Aung San Suu Kyi e il profumo della libertà

Aung Suu KyiNon c’è da sorprendersi che Daw Aung San Suu Kyi, leader della democrazia in Myanmar da 14 anni agli arresti domiciliari (negli ultimi 20) e fervente buddhista, sia stata condannata a tre anni di lavori forzati per aver violato i termini degli arresti ospitando John Yettaw. Immediatamente la sentenza è stata commutata a ulteriori 18 mesi di arresti domiciliari.

Non c’è da soprendersi, però dispiace. L’americano Yettaw è stato punito con 7 anni di prigione, incluso 4 anni di lavori forzati. The New York Times ci ricorda che il prossimo anno si terranno le prime elezioni dal 1990, quando i militari annullarono la vittoria del partito di Aung San Suu Kyi, la Lega Nazionale per la Democrazia.

Quando si terranno le elezioni quindi Aung San Suu Kyi sarà agli arresti domiciliari. I militari però dicono che il suo recente processo è stato puramente di carattere penale e non è politico. E se lo dicono loro abbiamo tutte le garanzie.

Berlusconi sul New York Times

American flagBoorishness Works for Berlusconi

Questo il titolo dell’articolo su The New York Times, affari europei. Che tradotto suona pressappoco così:

La cafonaggine per Berlusconi funziona

Certo che, fra titolo e articolo, il NYT c’è andato giù pesante. Che facciamo, ci arrabbiamo?

Stranezze: avifauna, liberazione del kebab e The New York Times

kebabPrima di partire per Torino ho fatto un giro su FaceBook, almeno per rispondere a un paio di mail. E ho visto che è la sesta (6°!) volta che ricevo l’invito di unirmi al Gruppo per fotografare l’avifauna pugliese (mi sembra pugliese) e il quinto (5°!) Gruppo di liberazione del kebab.

Va bene tutto, per carità, libertà di parola e di opinione, di associazione e così via, ma davvero su FaceBook c’è gente che impiega il tempo tampinando gli altri per indurli a iscriversi al gruppo del kebab o al gruppo dell’avifauna pugliese?

Qual’è lo scopo del gruppo del kebab? Come protesta per le dichiarazioni del Ministro sul cibo italiano o per sottolineare quanto siano scemi in Lombardia, così che The New York Times scriva l’ennesimo articolo sulle stranezze italiane?

E non mi intendo di marketing e comunicazione, ma qual’è l’intellligenza di insistere a invitare qualcuno che vive a Milano a fotografare l’avifauna pugliese?

L'America per l'Abruzzo II: l'ospedale della vergogna

bandiera americanaStanislao G. Pugliese, professore di storia europea all’università di Hofstra, in USA, segnala il bell’articolo Earthquake at the Door. L’ha scritto a caldo, subito dopo il terremoto, su The New York Times. Parla della tragedia in Abruzzo paragonandola all’esperienza a cui è sopravvissuto Ignazio Silone il 13 gennaio 1915 quando a Pescina, luogo di nascita dello scrittore, in 30 secondi morirono 3500 dei 5000 abitanti a causa del terremoto.

Una tragedia che dice Silone che ha livellato tutti, ricchi e poveri, colti e ignoranti, persone importanti e gente del popolo. Ma in quelle zone la minaccia del terremoto era sempre in agguato. Proprio come adesso. Tutti sanno da sempre.

Lì la condizione umana è sempre stata particolarmente difficile, con la sofferenza che occupa il primo posto come la prima delle calamità naturali, seguita dalla costante minaccia di terremoti.

Il punto è che, in una zona altamente sismica, si dovrebbero adeguare gli edifici. Come fanno da decenni in Giappone.

Possibile che dagli inizi del secolo nessuno abbia cercato di rendere gli edifici di quelle zone più sicuri? Che un ospedale costruito pochi anni fa sia già inagibile? Con quali criteri è stato tirato su e chi l’ha costruito? Le maggiori testate se lo chiedono, Peace Reporter in questo articolo ha spiegato tutto.

E' Veltroni che dice bugie o le dice Berlusconi?

Italian flagMentre secondo Reporters Sans Frontieres in un anno l’Italia è scesa dal trentacinquesimo al quarantaduesimo posto per la libertà di stampa, sulla manifestazione di sabato ci sono ancora pareri contrastanti sia nei nostri media, sia sulla stampa internazionale.

Veltroni dice che è stata un grande successo e le immagini dall’alto del TG1 mostravano una piazza gremitissima. Sembravano le folle oceaniche del Ventennio. Al TG2 dicevano che però il Circo Massimo, senza contare il palco e gremito all’inverosimile, può contenere non più di 300.000 persone.

Veltroni ha dichiarato che è stata la piu’ grande manifestazione di un partito che si sia svolta da molti anni a questa parte in Italia. Berlusconi, Calderoli e Gasparri hanno dichiarato che è stata un flop: questo paese ha un’opposizione assolutamente antidemocratica, che non ha un séguito popolare.

Veltroni insiste sul carattere pacifico e ordinato della manifestazione, Berlusconi dichiara che non si può dialogare con questa opposizione bugiarda e guerrafondaia. E intanto si permette a Cossiga di dire nefandezze come quelle di venerdì scorso: ché Di Pietro ha ragione e io l’ho già detto, o è tocco o è delinquente. E’ un vero e proprio inno alla violenza di Stato, e pensare che è stato un nostro presidente della Repubblica.

continua


Dall'America una cura forte per l'editoria

newspapersAnche i quotidiani americani stanno lottando disperatamente per sopravvivere al calo pauroso delle entrate. Nei soli primi sei mesi dell’anno le entrate dalla vendita di pubblicità sono cadute dai 3 ai 18 miliardi di dollari, il livello più basso in dodici anni.

Per ampliare la gamma di contenuti senza grandi investimenti, in sunto per risparmiare, The New York Times ha già cominciato a usare, nella sezione tecnologica, i contenuti di tre famosi blog, Read/Write Web, GigaOm e VentureBeat, come “organo extrasensioriale”, cioè come sensori esterni che riportano sulla realtà tecnologica americana, specie della West Coast, senza che il quotidiano dedichi risorse proprie.

Ma il O’Reilly Radar dice che non è abbastanza e detta anche tre regole. Le prime due riguardano il marketing e la pubblicità. L’ultima, di cui ho parlato all’inizio dell’anno dalle pagine di Nòva (cartacea), mi sembra decisamente più innovativa e più difficile e riguarda il contributo dei giornali online. Infatti il post la chiama “la cosa più difficile“: un trapianto di DNA.

continua


Ottimo giornalismo: The New York Times e la violenza in India

GandhiUn esempio di ottimo giornalismo, l’articolo del NYT Violence in India Is Fueled by Religious and Economic Divide sulla violenza scoppiata in Orissa i giorni scorsi, scritto da due corrispondenti dall’India, Hari Kumar da Tiangia e Heather Timmons da New Delhi.

I giornalisti commentano i fatti verificando e chiedendo alle fonti senza lanciarsi in presentazioni ideologiche, come troppo spesso succede in Italia, dove i fatti sono distorti ad hoc. Chi studia professionalmente l’India queste cose le conosce già ma dubito che la massa degli utenti le conosca.

L’articolo mette in luce che, paradossalmente, la causa della violenza sono i servizi offerti dai missionari cristiani alle classi più disagiate, incluso i Dalit, quelli che un tempo erano chiamati intoccabili o pariah e che Gandhi chiamò Harijan, figli di Dio, e di cui già nell’ottobre 2006 facevo notare la conversione di massa.

Le tensioni fra induisti, musulmani e cristiani sono sempre state presenti, ma con i cristiani sono aumentate proprio per il decollo dell’economia.

Il governo infatti è troppo spesso assente e i missionari offrono un buon servizio scolastico che include l’insegnamento dell’inglese, essenziale per chiunque ambisca a un lavoro nel business o nell’IT.

Le vecchie leggi anticonversione rendono illegale l’uso della forza, le lusinghe o i benefici per indurre la gente a convertirsi al cristianesimo. Gli attivisti induisti affermano che i cristiani spesso hanno infranto la legge ma i cristiani dicono che le conversioni sono volontarie.

Il punto che si deduce è che non è assolutamente la paura dell’illegalità che monta gli animi degli induisti più radicali ma la loro paura che i cristiani, grazie a un’educazione scolastica più adeguata, siano avvantaggiati nel trovare un buon lavoro.

Ancora una volta, bravo NYT! L’argomento è molto sensibile e poteva essere politicamente difficile, specie sotto elezioni, ma l’ha trattato in grande stile.

Fai ciao ciao con la manina!

Dalai LamaSolo una domanda sincera: voi, mentre sfilate solenni e gloriosi all’inaugurazione delle Olimpiadi e siete ripresi dalle televisioni di tutto il mondo, stareste lì al cellulare a parlare con la mamma?

(Sto cercando di smontare la grandiosità della cerimonia e il display di spettacolarità e di perfetta organizzazione della Cina, come si vede dalle foto su The New York Times. La cerimonia è stata fatta per il benessere di tutto il mondo, però centinaia di dimostranti tibetani hanno dimostrato davanti all’Ambasciata cinese a Kathmandu; in Turchia, per protestare contro la politica della Cina, un uomo si è dato fuoco; e il Dalai Lama pensa di andare in pensione.)

Effetto Berlusconi: crisi di identità per i militari in città

Berlusconi e La RussaMentre anche Al Jazeera ha capito bene che i militari in città sono solo un’operazione di facciata (in stile con la maggior parte delle manovre del nostro grande anchorman Berlusconi) e The New York Times riporta che Nicola Tanzi, il segretario del Sindacato autonomo di polizia, obietta che i militari non sono preparati a questo tipo di operazione sicurezza urbana, il Ministro della difesa Ignazio La Russa dichiara:

Oltre ai delinquenti, agli stupratori, a chi fa furti e rapine, sono contrari alla presenza dei militari per garantire la sicurezza solo i post sessantottini. Quando qualcuno dice che é un’operazione di facciata o di propaganda dice una cosa poco seria…

E io entro in crisi di identità. I militari in città mi danno una bella sensazione di disagio: io in che categoria rientro?

Berlusconi reloaded: come in Africa, come in Asia, come nel Far West

BerlusconiSiamo tutti un po’ stufi di Berlusconi che delegittima la magistratura quando non gli fa comodo. Che si sente al di sopra del bene e del male e che vorrebbe mettere fine ai processi in corso che lo vedono coinvolto in qualità di imputato, e in particolare il processo stralcio sui presunti fondi neri di Mediaset, in cui viene accusato di corruzione giudiziaria insieme all’avvocato britannico David Mills.

Siamo stufi di un Primo ministro che si fa le leggi ad hoc, e sì che criticavamo la dinastia dei re di uno degli stati più jellati e poveri del mondo, il Nepal, che non poteva essere inquisita e che piegava la legge a suo comodo.

Di un Primo ministro che nomina belle donne con peso politico uguale a zero, curriculum non pertinenti e opinioni da ragazzina di prima elementare, buono o cattivo, brutto o bello, questo il papà mi dice che va bene, questo no, a fare le ministre.

Come mi ha insegnato il mio grande maestro e amico Bill Homans (questo è un articolo del The New York Times quando se ne è andato, la Social Law Society intitolata a lui, il programma del Boston College in suo onore, e così via), io sono sempre per la legge e per la legalità, a tutti i costi, chiunque sia al governo, perché altrimenti è il Far West.

Ma i nostri ultimi governi stanno trasformando l’Italia nel Far West: chi è più veloce e spara per primo vince. Senza legge, basta avere il fucile più lungo e tirarlo fuori per primo.

Eppure questo è quasi rassicurante perché è tutto un déjà vu. L’Italia ne è uscita una volta, ne uscirà due (e spero un po’ meglio). Abbiamo una lunga tradizione di democrazia, se pure con larghe interruzioni — come durante il fascismo — e di liberalismo (nel senso più ampio del termine) e non credo che finiremo di nuovo in mano a un dittatore, di qualsiasi parte sia, che si comporta come se fosse al di sopra della legge e che vorrebbe trasformare l’Italia in una proprietà personale, da gestire come vuole e come gli fa più comodo, come succede in qualche stato dell’Africa o dell’Asia. Come è successo con Mussolini.

Voglio credere che Berlusconi rispetti il volere del popolo sovrano che l’ha eletto e che rispetti, quindi, le nostre leggi e la nostra Costituzione. Che alla fine lasci fare ai giudici il loro lavoro, anche se lo riguarda. Perché altrimenti l’Italia si starebbe davvero trasformando in uno di quegli stati dell’Africa o dell’Asia. Saremmo già nel Far West.

(La foto sopra ovviamente è solo umoristica)

Avanti

Indietro