Tag Archives: povertà

India, benvenuti in Occidente!

Anche in India hanno i loro guai, che non sono solo quelli di cui si parla sempre, la malnutrizione di parte della popolazione e la corruzione, ma sono anche delle malattie tipiche dei paesi a capitalismo avanzato: diabete e ipertensione.

Un ricerca condotta dalla Aventis Pharma Limited ha mostrato che il 63% degli indiani che vive in città soffre o di diabete, o di ipertensione (non so come li abbiano campionati, ovviamente).

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In Bangladesh la povertà è diventata reato

Il 25 agosto alla chetichella, con pochissimo dibattito pubblico e consultazione politica, il parlamento ha approvato il Vagrants and Shelterless Persons Act 2011, cioè la “legge sui vagabondi e i senza tetto”.

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Una disperazione bruciante: l'autoimmolazione delle donne in Afghanistan

donna afghanaSpecie le donne più giovani si danno fuoco pensando che dopo tutti saranno gentili con loro. Non si rendono conto che se diventano disabili o deformi il marito la riterrà inutili e prenderà un’altra moglie. Dopo di che lei sarà niente. (Shafiqa Eanin, una delle donne medico del centro per le ustioni di Herat, l’unico del paese).

Bell’articolo di Alissa J. Rubin su The New York Times e relativo, e scioccante, video. Da vedersi con molta cautela (io sono riuscita a reggere solo l’inizio). Perché in Afghanistan la situazione delle donne è generalmente disperata e i diritti umani un’utopia.

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USA, uno su sette è povero e l'India dubita

finanziamenti all'India

In America la percentuale di poveri in età lavorativa è salito ai livelli massimi dagli anni Sessanta perché l’anno scorso la recessione ha fatto milioni di disoccupati, lasciando 1 su 7 americani in povertà. La percentuale della povertà globale è cresciuta del 14,3%, la più alta dal 1994. [...]
La povertà è cresciuta in tutti i gruppi etnici e tutte le razze ma soprattutto fra neri e ispanici. [...] Il numero dei bianchi poveri è salito dall’8,6% al 9,4%.
(The Times of India)

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Aung San Suu Kyi, un compleanno per la libertà

Aung San Suu KyiUna donna eccezionale. Bella, colta, forte, carismatica, resistente come un bambu e gentile come i gelsomini che intreccia nei capelli. Simbolo internazionale di libertà e di coraggio. Questa è Daw Aung San Suu Kyi, Nobel per la Pace 1991.

Domani compirà 65 anni. E li compirà ancora una volta agli arresti domiciliari. Dal 1990, quando fu eletta primo ministro alle elezioni generali come leader del partito della Lega Nazionale per la Democrazia, ha trascorso confinata in casa quasi 15 anni. Ieri l’ultimo appello di Aung San Suu Kyi alle nazioni democratiche di tutto il mondo: “usate la vostra libertà per promuovere la nostra“.

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Parla dell'India con Rampini

Federico RampiniIeri notte, come spesso faccio, ho visto la trasmissione Parla con me, condotta da Serena Dandini. Una trasmissione piacevole e divertente, intelligente ma leggera, colorata – non mi piacciono gli studi televisivi da designer miminalista, tutti freddi e spogli, anche se fanno tanto “intellettuale” – e, soprattutto, abbastanza breve: un’intervista a un personaggio e via.

Per questo non ho né condiviso né capito l’attacco alla Dandini di Aldo Grasso sul Corriere della Sera. Oltre tutto, penso che una recensione anche negativa fatta con questi toni si possa tranquillamente evitare, sia per i libri sia per le trasmissioni. E l’accenno alla sua età mi è sembrato un po’ di basso livello, lo devo dire.

Ieri era la volta dell’intervista a Federico Rampini, che stimo e leggo con piacere. Asciutto come sempre, parlava del suo ultimo libro Slow Economy. Rinascere con saggezza. Tutto quello che noi occidentali possiamo imparare dall’Oriente. Si è presentato asceticamente vestito con una camicia blu di Cina allacciata con alamari, ovviamente cinese. Molto in tema, molto appropriato devo dire.

Rampini ci ha dato una bella lezione sulla frugalità quotidiana della gente in Cina, ha raccontato della sua assistente cinese che non buttava via neanche l’acqua del riso (ma non lo cuociono in pochissima acqua, coperto, ché poi s’asciuga come in India?).

Ma ho fatto un salto sul sofà quando, se non sbaglio (era tardi), ha detto che in Cina, come in India, il divario fra i tanto ricchi e i poveri è minore che in Occidente.

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Su Nòva giornalismo e democrazia: un'informazione imparziale è possibile?

Domani Nòva, l’inserto del Sole 24 Ore, dedicherà un bello spazio agli articoli sul giornalismo, fra cui quello di Enrica Garzilli su giornalismo online e democrazia, con un’intervista a Jacob Kaplan-Moss, uno degli sviluppatori leader di Django (il framework su Web per perfezionisti con delle scadenze) e Lead Developer del Lawrence Journal World, il pluripremiato quotidiano locale basato a Lawrence, nel Kansas.

Negli Stati Uniti c’è un grande dibattito sul fatto che il giornalismo online, nel quale l’informazione più precisa e particolareggiata possibile viene fornita in modo “imparziale”, esponendo i vari punti di vista, possa essere la strada per la vera democrazia. Non fa comunicazione, soggetta ai messaggi di vario tipo per i più svariati interessi; fa una corretta informazione, al servizio dell’utente/lettore.

Non credo che sia possibile una informazione del tutto imparziale, perché siamo esseri storicamente, socialmente, economicamente e culturalmente determinati. Per esempio, quando parliamo di povertà in un paese come il Nepal, che secondo The World Bank ha un indice di sviluppo umano e ranking (su 177 paesi) di 142 — quando quello dell’India è 128 e quello del Giappone 8 — parliamo della stessa povertà di Milano?

Oltre l’80% di un quinto della popolazione del paese ha un reddito medio annuo di $ 39.6, circa 30 Eu, la cifra che a Milano si spende per una pizza e una bibita.

Queste sono cifre che cambiano tutte le coordinate economiche e sociali, delle relazioni e delle prospettive dell’utente. Stravolgono il cervello dell’occidentale che fornisce questa informazione e del lettore che ne fruisce. Come possiamo ricevere questa informazione, contestualizzarla e rimanere del tutto imparziali?

L’imparzialità del’informazione non è possibile e forse non è neanche la strada giusta, è una mera utopia e una mistificazione; ma la trasparenza su chi fornisce questo dato e il suo contesto, la precisione e la pluralità dell’informazione — su di una notizia fornire i vari punti di vista — l’esattezza dei dati forniti, che sono alla base del giornalismo online d’innovazione, sono possibili e praticabili.

Anche il giornalismo cartaceo, che ha perso un po’ di obbiettività e credibilità per inseguire gli interessi degli editori o per fare propaganda politica o pubblicità, dovrebbe prendere esempio dal buon giornalismo d’innovazione. Oppure, perderà terreno; oppure, urlerà alla Grillo. Ma non sarà un buon giornalismo.

Il nuovo fornisce gli strumenti per migliorare il vecchio, il futuro dà i mezzi per ricostruire il presente.

Uno sguardo al Nepal

Child labourSecondo uno studio, ancora invariato, del marzo 2005 del Jagaran Media Center di Kathmandu sui Dalit, i fuoricasta e i gruppi etnici o tribali, cioè circa il 20% della popolazione del Nepal:

1) l’80% di loro vive sotto il livello di povertà;
2) il loro reddito medio annuo è di $ 39.6;
3) la loro parte di terra coltivabile è dell’1%;
4) l’alfabetizzazione delle donne Dalit è del 3.2 %;
5) l’aspettativa di vita è di 52 anni;
6) il 70% dei Dalit è malnutrito;
7) solo il 43% dei bambini Dalit di 12-13 anni è vaccinato (contro il 60% degli altri bambini nepalesi)

Ricordiamocene, ogni tanto.

Strage della 'ndrangheta in Germania e integrazione

RozzanoMafia-Morde wie im Kino, Morti di mafia come al cinema“: così si intitola l’articolo di Die Ziet sulla la strage di San Luca, avvenuta a Ferragosto a Duisburg ad opera della ‘ndrangheta, l’organizzazione criminale transnazionale calabrese. Le vittime del regolamento dei conti sono 6 italiani che appartengono agli Strangio- Nirta, in lotta con i rivali dei Pelle-Vottari. Questo è l’articolo del Corriere della Sera e quello di La Repubblica. Qui c’è il video di Amato su Sky TG24.

Pochi giorni fa sono tornata con l’Eurostar proveniente da Napoli. Vicino a me c’era Angelo, un uomo di circa 36-38 anni e suo figlio, un bambinetto simpatico che urlava, scalciava, rideva sguaitamente senza motivo e, in sunto, si annoiava a morte e faceva tutto quello che gli saltava per la testa, come un reuccio dispotico.

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Fasting for Feast? Blogmap, menu di Natale e S. Silvestro e Buddha

Che fare e che mangiare a Natale e San Silvestro? Ieri vagolavo qua e là in rete, stanca morta dopo un articolo spacca-ossa che ho scritto, pensando e scrutando la blogmap di Ludovico, e mi sono messa a pensare alle prossime feste — oddio, pensare è un parolone, a fantasticare. Mi dicevo:

Che faranno i miei amici blogger? Che mangerà e dove andrà questo campione rappresentativo di blogger italiani per Natale?

Guardando quello che scrivono i blog culinari pensavo con disgusto, però, ai milioni di poveri capponi e maiali, sacrificati per il pranzo grasso e per il cenone, come se avessimo ancora bisogno, per rispettare la tradizione, di mangiare carne. Fino agli anni ’50 aveva un senso, di carne sulle tavole italiane ne circolava assai poca ed era un’occasione di fare festa mangiando bene, ma dopo la ricostruzione del dopoguerra e il boom economico, poi i favolosi anni ’60 e ’70, e ora le diete iperproteiche — che prescrivono pochi grassi e carboidrati — di carne ne mangiano sempre tutti, anche due volte al giorno.

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