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BBC News attaccata dai fondamentalisti induisti: non rispetta l'etica giornalistica

HinduSecondo voi la foto a lato è autentica o prefabbricata? Secondo un gruppo di attivisti induisti inglesi, americani e indiani è falsa e fatta dalla BBC News per screditarli.

Dato che non bastavano quelli islamici, ora anche i fondamentalisti induisti hanno dichiarato guerra all’Occidente su tutti i fronti.

Circola su Internet una petizione contro la BBC News, indirizzata a Sir Michael Lyons, presidente del BBC Trust, firmata da un gruppo di fondamentalisti induisti, o pure Hindus, come si fanno chiamare. Ricordiamo che nel 1948 anche Gandhi fu ucciso da un fondamentalista induista.

La foto è stata pubblicata dalla BBC News e si riferisce ai disordini del febbraio 2002, seguiti all’attacco di un gruppo di attivisti induisti che tornavano in Gujarat dopo una visita al tempio di Ayodhya, conteso fra loro e i musulmani.

Questo gruppo che accusa la BBC News, di cui fa parte anche qualche studioso, va a caccia di tutti misfatti perpetrati contro di esso da questo nostro Occidente individualista, fedifrego e miscredente. La BBC News è accusata di aver prefabbricato la foto, superimponendo l’immagine di uno scalmanato su un fuoco generico, e di non osservare l’etica giornalistica che dovrebbe aderire alla verità dei fatti.

Cosa chiedono? Le scuse pubbliche e ufficiali del giornale e l’immediato licenziamento di chi ha fabbricato l’immagine.

Mi sa che ne vedremo delle belle. Se la BBC News ignorerà la questione anche questa soffierà sotto la cenere, ravvivando il malcontento di questo gruppo di induisti. Potrebbe essere un ottimo pretesto per nuovi disordini, chi sa?

Sia in Islam sia nelle altre parti: petizione

IslamCircola in rete la più bizzarra petizione mai vista.

L’ha ideata un nutrito gruppo di studiosi da tutte le parti del globo terracqueo ed è una petizione per proibire la religione islamica dal mondo.

E io che pensavo che gli studiosi fossero persone serie..

Tibet, pesante repressione: ma i blog parlano

Lhasa
Questa sopra è la foto dei carrarmati cinesi a Lhasa.

La Cina ha dato l’ultimatum ai protestanti e ha imposto il blackout delle informazioni. I giornalisti non sono ammessi nel paese, Internet è controllato e Youtube proibito, la stampa cinese e pro-cinese sta diffondendo articoli e comunicati di questo tenore: si sa da fonti interne che è in atto una violenta repressione ma la stampa non sa esattamente cosa accade e come. Il 14 marzo sono uccise almeno 80 tibetani a Lhasa, ma il mondo non deve sapere. Il motivo ufficiale è che sono questioni interne alla Cina.
Ma il Tibetan Poeple’s Uprising Movement rivolge un appello perché la violenta repressione si fermi e chiede l’intervento internazionale.

Le proteste in Tibet continuano e oggi il Dalai Lama ha detto al New York Times che non può fare niente per fermarle e che è sicuro che la Cina reagirà con il terrore e la violenza brutale.

A mezzanotte scade l’ultimatum di resa totale della Cina. Dal sito dell’Amministrazione centrale tibetana oggi il Kashag, cioè il Consiglio, ha diramato questo Appello urgente. Chiede che le nazioni spingano la Cina a fermare la brutale repressione e che il consiglio delle Nazioni Unite mandi i delegati perché la situazione non si deteriori ulteriormente.

L’intenzione della Cina è chiara: repressione all’interno e silenzio all’esterno, per far scendere una cortina di silenzio e omertà su tutto, in modo che la stampa internazionale taccia e la questione tibetana non costituisca più un problema. Non si sa, non si vede, e la Cina ha mano libera.

Ricordo con terrore quello che disse Deng Xiaoping durante Tiananmen: Uccideremo 200.000 persone per 20 anni di stabilità.

In effetti, per la stabilità interna il governo cinese a Tiananmen ha massacrato circa 3000 cinesi di etnia Han, cinesi al 100% insomma, senza contare i feriti e quelli giustiziati e torturati in seguito. Cosa sarà capace di fare con i tibetani?

continua


Bookblogging: Lontano dal Tibet

Lontano dal TibetLontano dal Tibet. Storie di una nazione in esilio, di Carlo Buldrini, Torino: Lindau, 2006.

Questo è un libro sui tibetani in esilio e sul buddhismo.
Nel 1950 l’esercito di Liberazione Popolare cinese attaccò da otto direzioni diverse la città di Chamdo, in Tibet. L’esercito del Paese delle Nevi, armato alla meno peggio con fucili del secolo precedente e con bastoni, venne sbaragliato. Grazie al tradimento di un tibetano, che aprì la porta agli invasori, iniziò l’occupazione militare del paese da parte della Cina, che dura tuttora.

Nel 1959, dopo la fallita insurrezione di Lhasa, il presente Dalai Lama, Tenzin Gyatso, che in pratica era prigioniero in casa propria, fuggì con la sua corte. La Cina finse di non sapere e non vedere: in realtà si dice che abbia protetto la fuga, ben sapendo che andava via non solo il capo religioso del Tibet, ma quello politico e carismatico. Il gruppo venne accolto in India, a Dharamsala, McLeod Ganj, nello stato settentrionale dell’Himachal Pradesh. Qui è cresciuto negli anni fino a contare, al momento attuale, circa 90.000 persone. Lo stato del Tibet in parte è diventato una Regione Autonoma della Repubblica Popolare Cinese, in parte è stato smembrato e incorporato nelle quattro province cinesi di Qinghai, Gansu, Sichuan e Yunnan.

La Cina giustificò dicendo che nel corso dei secoli aveva sempre — o quasi — esercitato un controllo politico sul Tibet: il che è in parte è vero, perché fra Cina e Tibet c’è sempre stato un rapporto politico e culturale molto stretto e il Buddhismo è stata la religione dominante di entrambi i paesi, se pure in forme un po’ diverse.

Quello che è successo durante la Rivoluzione culturale, però, è stato un vero e proprio genocidio e una sistematica distruzione della cultura del Tibet. Bambini tibetani tolti alle famiglie d’origine e fatti crescere in famiglie cinesi di provata fede comunista; migliaia di laici, di monaci e monache uccisi o torturati; vecchi costretti a mangiare e vestire secondo la moda dei conquistatori; templi distrutti a migliaia; dei e simboli rimpiazzati con le immagini di Mao e, in seguito, con quelle della Banda dei Quattro; coloni cinesi delle comuni dislocati in Tibet per “colonizzare” le rozze province teocratiche. E’ stata ed è tuttora una vera e propria operazione di pulizia etnica.

Questo libro del giornalista Carlo Buldrini racconta la storia dell’esilio del popolo tibetano e la sua lotta per la libertà. Pubblicato per la prima volta in India col titolo A long Way from Tibet, è diventato subito un best seller.

continua


Morte programmata del Parco delle Cave a Milano: Letizia Moratti, che fai?

Non oso neanche scrivere che il parco di 171 ettari a ovest di Milano, nell’area cittadina, “verrà smantellato”. Infatti il comune ha proposto di togliere il Parco delle Cave alla gestione di Italia Nostra per suddividerlo in parti separate, molto probabilmente a scopi di speculazione edilizia. Divide et impera: con tanti tanti bei soldi per chi perpetra questo nuovo attacco all’ecologia.

Se vi interessa salvare questo polmone verde, che si è sviluppato grazie al lavoro volontario, aggiungete il vostro nome alla petizione che è nella pagina e speditela via fax al comune.

Questo è l’inizio della gestione come sindaco di Letizia Moratti: si preannunciano i disastri che ha fatto all’università.

Ogni volta che vado ad Ancona, o qualsiasi altra città italiana, incluso Roma, mi stupisce l’aria che, paragonata a quella di qui, odora sempre. Senza questo parco Milano puzzerà un po’ di più. Un’aria pulita e uno spazio verde anche in città sono un diritto, difendiamolo. Non si ruba il frutto del lavoro volontario di tanti perché pochi ci facciano soldi.

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