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La fiaccola non entra a Lhasa

TorchAnche se i 50 della Marcia del ritorno oggi sono stati arrestati, il governo cinese, con la scusa del terremoto, ha deciso di deviare il percorso della fiaccola olimpica. Forse arriverà il 21 a Lhasa, forse no: la Cina tiene segreti date e percorso.

Per una volta i tibetani hanno vinto. E’ solo una vittoria morale ma credo che sarà la prima di una lunga serie. Il popolo tibetano non si arrende.

Se conosco bene gli orientali pacifisti so che quando si mettono in testa una cosa sono assolutamente inamovibili.

E questa volta hanno deciso che il loro paese ritonerà a essere indipendente, come lo era per circa 45 anni prima che fosse invaso dalla Cina.
Staremo a vedere.

Domani la fiaccola olimpica sarà a Lhasa

fiaccola olimpicaDomani sera la fiaccola olimpica raggiungerà Lhasa.

Domani 50 persone che hanno aderito alla Marcia del ritorno in Tibet raggiungeranno Dharchula, l’ultima città indiana al confine con il Tibet.

L’India il 4 giugno ha arrestato 265 persone che prendevano parte alla marcia. Il governo cinese ha dato l’ordine di sparare a chiunque venga dal Tibet verso il confine indiano per unirsi ai partecipanti.

Mentre il Dalai Lama chiede che i tibetani non disturbino il passaggio della fiaccola nella capitale, anche se solo per un giorno, per rispettare il miliardo di cinesi che sono molto orgogliosi di questo, i tibetani chiedono che la Cina si apra ai giornalisti stranieri, come aveva promesso, perché credono che questo sia l’unico mezzo per proteggere la loro vita.

Mi chiedo, credono davvero che, informati della situazione dai bravi giornalisti indipendenti, i governi occidentali si impietosiscano dei poveri tibetani quando ci sono in gioco interessi economici enormi e quando la Cina è membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite?

Anche se tutto il mondo vedesse con i propri occhi le violazioni perpetuate ai danni dei tibetani, questo cambierebbe qualcosa?

La strategia dei tibetani che sono insorti è far pagare alla Cina un prezzo così alto per i giochi olimpici, agli occhi del mondo, in modo che non si tengano. Secondo me, quasiasi prezzo per la Cina non sarà mai troppo alto per mostrare chi sarà il prossimo padrone dell’economia mondiale. Anche perché fino a ora il prezzo più alto l’hanno pagato i tibetani, non certo il governo cinese.

I giochi olimpici si faranno, nonostante i giornalisti (che comunque ancora non sono ammessi), saranno faraonici e tutto il mondo si inchinerà alla Cina, alla sua capacità organizzativa, al suo potere di controllo. I tibetani uccisi non saranno che casualties.

Libera stampa in libera Cina

PressPer tutti quelli che invocano una stampa più “imparziale” rispetto alla questione tibetana: come si fa a essere imparziali se la Cina ha cominciato a espellere i giornalisti stranieri dal 16 marzo?

Finalmente il Ministro degli esteri francese sembra essersene accorto. Lo ha detto a quello cinese che gli ha risposto che la decisione è dettata da questioni di sicurezza.

In ogni caso, anche se questo è solo un blog (e quindi ho il privilegio di poter essere parziale) molti cinesi hanno commentato il mio post Il video della protesta in Tibet: Lhasa domata ma la Marcia del ritorno ricomincia e mi hanno segnalato questo video. Dovrebbe dimostrare l’efferata violenza dei tibetani e la malvagità calcolatrice della stampa occidentale, in special modo tedesca, che manipola le immagini.

Lascio a voi giudicare il video. Lascio sempre a voi giudicare se l’annessione e l’occupazione violenta di una nazione sovrana e indipendente come il Tibet da parte della Cina, e la cacciata dal paese di tutti i giornalisti, non giustifichi degli eventuali episodi di “parzialità” da parte della stampa.

Il video della protesta in Tibet: Lhasa domata ma la Marcia del ritorno ricomincia

Questo è il video della CNN della protesta del 14 marzo a Lhasa. Si notano due cose: i monaci portati via a forza sono assolutamente pacifici, nonostante quello che ha detto la stampa cinese, e alcuni militari sono di razza indiana, pakistana o diosacosa, ma non cinese e non tibeto-mongola.

Il motivo credo sia che i cinesi sono in larga parte (segretamente) buddhisti, e anche fra i nepalesi c’è percentuale consistente. Difficile per loro mettersi contro i fratelli.
Così, con gruppi etnici di altre culture, la brutalità è assicurata.

Purtroppo ieri la protesta a Lhasa è stata domata dai militari ma venerdì è scoppiata in un’altra città del Tibet, Xiahe nella provincia del Gansu, dove circa 4000 tibetani si sono riuniti vicino al monastero di Labrang. Il New York Times riporta che ieri i residenti, raggiunti al telefono, hanno detto di sentire colpi di fucile o esplosioni.

Fra le brutte notizie una notizia positiva: ieri la Marcia del ritorno in Tibet è ricominciata. Mentre i 101 tibetani che l’hanno iniziata il 10 marzo sono ancora in prigione, 44 persone, in prevalenza monaci (con alla testa uno che tiene il cartello Grazie India con le foto di Gandhi e il Dalai Lama), sono partiti ieri mattina alle 10 da Dehra, dove gli altri dimostranti sono stati arrestati.

Hanno dichiarato che se anche questa marcia fosse fermata, ci sarebbero altri monaci pronti a ripartire per raggiungere il Tibet. In effetti i tibetani in esilio hanno solo un modo di lottare: questo. L’altro sarebbe di farsi uccidere nelle proteste o negli scioperi della fame e della sete, cosa che comunque credo sia inutile e non spingerebbe assolutamente le nazioni del mondo a protestare ufficialmente presso la Cina e chiudere le relazioni diplomatiche e commerciali.

Il Dalai Lama ripete che i cinesi facendo così in realtà nuocciono a sé stessi e fanno del bene ai tibetani, aumentando il loro Karman positivo. E in effetti quello che mi stupisce non è la prepotenza cinquantenaria dei cinesi e il sopruso che subiscono i tibetani, ma la sostanziale indifferenza del resto del mondo. Come se i diritti umani potessero essere dimenticati perché la Cina è grande, è tanta ed è molto forte economicamente.

Il Tibet è in rivolta!

LhasaPrima in sordina, ora sempre più virulenta è scoppiata la rivolta dei monaci nel TAR, la Tibetan Autonomous Region, che comprende circa metà dell’ex Tibet libero, annesso nel 1951 dalla Repubblica popolare cinese.

E’ cominciata a Lhasa e si è diffusa in tutta la regione, anche fra i tibetani rifugiati in India. Quella sopra è la foto delle strade della capitale invasa dal fumo dei lacrimogeni della polizia cinese. I veicoli militari girano per la città per ristabilire l’ordine. Nell’importante monastero di Sera, vicino alla capitale, i monaci stanno facendo al sciopero della fame (anche se temo che se morissero di fame e sete la Cina sarebbe tutta contenta) e due monaci del monastero di Drepung, fuori Lhasa, hanno cercato di suicidarsi per protesta.

Anche la Marcia del ritorno in Tibet, cominciata il 10 marzo da Dharamsala, in India, e di cui ho già parlato, è stata interrotta a forza. Anche l’India si è associata alla Cina, se pure in modo più pacifico: i manifestanti che sono partiti per la Marcia del ritorno sono stati condannati a 14 giorni di detenzione. Sono stati arrestati ieri dalla polizia indiana perché si sono rifiutati di firmare un documento con il quale si impegnavano a non partecipare piu’ a manifestazioni di protesta anti cinese nel territorio indiano per i prossimi 6 mesi. Giusto in tempo per il sereno svolgimento delle Olimpiadi.

Questa è la dichiarazione del Ministro degli esteri cinese sulla rivolta dei monaci tibetani:

Il governo cinese è deteminato a salvaguardare la sovranità e l’integrità territoriale del paese, e la grande maggioranza della popolazione tibetana è determinata a salvaguardare la solidarietà e l’unità nazionale.

Ci vuole una bella faccia di tolla a parlare così della maggioranza del popolo tibetano, dopo l’operazione di pulizia etnica e culturale che hanno compiuto! Chi è questa maggioranza? Il popolo tibetano quasi non esiste più.

Ricordo che oltre 1.000.000 di persone sono morte come diretta conseguenza dell’occupazione e l’annessione del Tibet da parte della Cina nel 1958. Quello che è successo durante la Rivoluzione culturale è stato un vero e proprio genocidio e una sistematica distruzione della cultura. Bambini tibetani tolti alle famiglie d’origine e fatti crescere in famiglie cinesi di provata fede comunista; migliaia di laici, di monaci e monache uccisi o torturati; vecchi costretti a mangiare e vestire secondo la moda dei conquistatori; dei e simboli rimpiazzati con le immagini di Mao e, in seguito, con quelle della Banda dei Quattro; coloni cinesi delle comuni dislocati in Tibet per “colonizzare” le rozze province teocratiche. E’ stata ed è tuttora una vera e propria operazione di pulizia etnica. Circa i 2/3 dei monasteri sono stati distrutti (il Tibet era un paese teocratico di cultura buddhista), insieme a libri, manoscritti e guide, le opere d’arte sono state trafugate e rivendute o portate in Cina.

Ora che gli USA hanno dichiarato che la Cina non è più nella lista nera delle nazioni che commettono violazioni di diritti umani, e che anche l’India ha preso una posizione a favore della Cina, voglio vedere come si comporterà l’Europa e l’opinione pubblica. Intanto, La Cina ha accusato il Dalai lama di fomentare la rivolta.

Aiutiamoli con i nostri blog, aiutiamoli a sensibilizzare l’opinione pubblica e a smuovere i politici. Aiutiamoli come possiamo!

P.S. delle 19:48 Da Lorenzo le eccezionali foto di un blogger a Lhasa.

I tibetani chiedono aiuto ai blogger per la Marcia del ritorno in Tibet

Tibetan marchAppoggiamo tutti la causa della liberazione del Tibet dalla Cina e il ritorno dei tibetani in esilio.

Infatti oggi, 10 marzo, parte da Dharamsala, sede del governo tibetano in esilio in India, la Marcia del ritorno in Tibet.

I partecipanti sperano di poter raggiungere il confine del Tibet alla vigilia delle Olimpiadi di Pechino dell’agosto 2008. Due sono i momenti storici che vogliono ricordare: le prossime Olimpiadi e i 50 anni della rivolta del Tibet del marzo 1959 contro l’occupazione cinese.

Il governo cinese, che ha escluso la Tibetan Autonomous Region (circa metà dell’ex Tibet) dai giochi, viene accusato di usare le Olimpiadi come piattaforma per ottenere il riconoscimento come leader globale e promuovere la propaganda contro il Tibet. Bejing vede insomma questo momento come un’opportunità per legittimare il suo dominio.

Nello spirito della rivolta del 1959, per difendere il Dalai Lama, e in memoria dei tibetani che hanno sacrificato la loro vita per l’indipendenza, è stato anche dichiarato l’inizio del Tibetan People’s Uprising Movement (una rivolta pacifica, ovviamente). Queste sono le richieste che fanno alla Cina.

Rircordo che oltre 1.000.000 di persone sono morte come diretta conseguenza dell’occupazione e l’annessione del Tibet da parte della Cina nel 1958, Quello che è successo durante la Rivoluzione culturale è stato un vero e proprio genocidio e una sistematica distruzione della cultura. Bambini tibetani tolti alle famiglie d’origine e fatti crescere in famiglie cinesi di provata fede comunista; migliaia di laici, di monaci e monache uccisi o torturati; vecchi costretti a mangiare e vestire secondo la moda dei conquistatori; dei e simboli rimpiazzati con le immagini di Mao e, in seguito, con quelle della Banda dei Quattro; coloni cinesi delle comuni dislocati in Tibet per “colonizzare” le rozze province teocratiche. E’ stata ed è tuttora una vera e propria operazione di pulizia etnica. Circa i 2/3 dei monasteri sono stati distrutti (il Tibet era un paese teocratico di cultura buddhista), insieme a libri, manoscritti e guide, le opere d’arte sono state trafugate e rivendute o portate in Cina.

A ispirare la Marcia del ritorno in Tibet è stata la Marcia del sale di Gandhi, cominciata il 12 marzo 1930, che fu assolutamente non violenta e fu fatta per sfidare l’impero britannico, che aveva imposto la tassa sul sale. La Marcia del ritorno in Tibet è fatta con la stessa intenzione, quella di sfidare la Repubblica popolare cinese.

continua