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Wikipedia strumento nobile

WikipediaUn ragazzo mi porta una ricerca assegnata come test a metà corso accademico – con tanto di programma dettagliato, libri consigliati e articoli distribuiti in aula.

Gli faccio “ma lei ha fatto il copia-incolla preciso preciso da una pagina di Wikipedia” e lui “ma è un’enciclopedia!

E poi Luca De Biase parla della poca efficacia educativa dello strumento della ricerca fatta col copia incolla.

Sono visto ergo sum: blogger e informazione

Enrica GarzilliTutto è partito da un post di Marco Mazzei che ha detto, in sunto, che dalla BlogFest di Riva del Garda è saltata fuori una cosa: il vuoto. Niente idee nuove, niente gente nuova, le solite cento persone che girano da un posto all’altro per farsi vedere e per godere dei privilegi riservati ai giornalisti. Con tutti i difetti dei giornalisti. E Marco non è stato l’unico ad aver criticato la festa. E in parte è vero, anche se io penso che le cose nuove che ci sono state siano nate al di fuori al di fuori delle banali discussioni pubbliche e dei BarCamp.

Insomma, per Marco la BlogFest sarebbe stata come un ciambella, cioè un buco con qualcosa intorno: la solita gente che salterella da un meeting all’altro, che presenzia e pontifica ovunque, in tutti i luoghi e con tutti i mezzi di comunicazione possibili.

Al che gli fa eco Luca De Biase che dice (e condivido) che la partecipazione attiva del pubblico all’informazione, come fa il blogger, ne ha cambiato la stessa struttura:

La critica è dunque sacrosanta ma non credo lo sia un giudizio definitivo: i blog hanno avviato il pubblico attivo e il pubblico attivo ha cambiato la struttura del sistema dell’informazione.

Io penso che il blog era un mezzo alternativo di informazione e di relazione fra le persone quando di blog ce n’erano pochi. Le dinamiche erano quelle del piccolo gruppo che si incontra, chiacchera, si racconta, pensa, osserva e magari fa un resoconto diverso, non allineato e non prezzolato, delle vicende.

Ora sta succedendo esattamente come in USA: i blogger più “famosi”, se pure nel ristretto gruppo della blogosfera italiana, sono invitati a parlare o a commentare di qua e di là, sono chiamati a scrivere il pezzo per questo o quel giornale. Perché hanno un pubblico.

Quindi (talvolta) si ricreano le stesse dinamiche che si sono create fra i giornalisti. I giornalisti sono puttane dell’informazione con dei soldi e qualche beneficio, i blogger sono puttane dell’informazione con dei benefici e qualche soldo.

Fino a 4-5 anni fa i blog erano pochi, ora in Italia quelli attivi sono decine di migliaia. Questo è il primo motivo dell’appiattimento della qualità del blog e dell’allineamento del blogger all’informatore o il comunicatore prezzolato.

Come per tutte le cose, quando diventano di massa si banalizzano e si semplificano. Per fare un esempio, fino a pochi anni fa parlava dell’India principalmente chi la studiava, e lo studio dell’India implicava lo studio di lingue come il sanscrito, per capire davvero i testi, i sistemi filosofici, la poesia o l’astronomia antica, ecc.; ora parla dell’India chi ci va ogni tanto per 7 o 15 giorni e magari fa i massaggi ayurvedeci. E non c’è giornalista generalista che non vada in India e ci scriva su il suo bel pezzo o il suo libretto.

La gente ne parla, ne scrive, trasmette in TV, è invitata alle tavole rotonde (non faccio nomi per pietà buddhista) e chi come me è “sull’Asia” da 25 anni rabbrividisce della pochezza, della banalità, della ripetitività: ma ognuno ha il diritto di dire la sua e comunque troverà un pubblico, un utente, al suo livello.

Internet ti permette di scrivere la tua su tutto, facilmente, con un sito o con un blog. Questo è il motivo più importante: chi ha un blog in genere lo ha perché vuole dire la sua. Che sia competente o meno, che abbia informazioni originali o meno, che abbia notizie rilevanti o no, l’utente vuole parlare e vuole essere ascoltato, vuole connettersi al mondo e non essere escluso. Vuole contare qualcosa.

Alla BlogFest ho conosciuto diversi blogger che volevano semplicemente esserci e farsi vedere. Un bisogno essenziale del genere umano: fare parte di una comunità, virtuale che sia, parlare, dire la propria e essere ascoltati. Sentirsi in qualche modo attivi e importanti.

Penso che specie di questi tempi, quando di fatto contiamo sempre meno perché il potere non sta qui, ma sta in primis dove girano i soldi, chi ha un blog vuole sentire che in qualche modo esiste, che qualcuno lo vede, lo legge e che, possibilmente, lo ascolta e lo riconosce.

Scrivo, mi mostro, mi riconoscono, conto qualcosa. Sono visto, ergo sum.

BlogFest Spettegulèss - II

Qui la BlogFest di Riva del Garda.
Ieri grande evento, l’incontro con Franco Bernabè al Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Rovereto. Abbiamo capito tutti che sta lì per trasformare la baracca Telecom in “un’azienda in grado di contribuire allo sviluppo reale del paese”, che ci rimarrà “per tigna” fino a che raggiungerà lo scopo e che ce l’ha parecchio con Google perché, secondo lui, non investe nelle infrastrutture di rete. E mentre parlava di Google la voce si è alzata di due toni.

Oddio, a me pareva tutta invidia.
A mio avviso, però, il suo problema più pressante al momento sono gli investitori Telecom, perché ha parlato di “responsabilità” verso di loro o li ha nominati almeno 4 o 5 volte. E questo è un indicatore linguistico rivelatore.

La notizia è che mi sono segnata all’ultimo momento per una domanda. Arrivata a me, in effetti, erano le 17:30 in punto e lui è scattato in piedi come avesse una molla, dicendo che era finito. Prima si era lamentato molto che le domande erano state tutte molto mild, per niente cattive, ed era vero.

La mia cattiva lo sarebbe stata. Una domanda chiara, diretta, che presupponeva un sì o un no, senza scappatoie. Oppure gli avrebbe offerto l’occasione per far fare all’azienda una figura eccellente, dipende dalla risposta, cioè se l’azienda si stava già organizzando per quello che chiedevo.

Sono balzata sul palco, dietro alla gente che gli si stava avvicinando, mi sono presentata e gliel’ho fatta, spiegandogli tutto in pochi secondi.

Mi ha mezzo risposto. Allora l’ho pressato un po’, ho bisogno di fatti e non solo di parole. Ha concordato con me, perché Telecom è nel flusso dell’Europa e del mondo e non opera come se l’Italia fosse un’isoletta sperduta nell’oceano.

E mi ha dato il suo recapito personale: non uno di quelli sul biglietto da visita, per intenderci, che sono filtrati da segretari e assistenti, ma uno a cui risponde solo lui, perché gli spieghi meglio.

Grazie Bernabè, non mi aspettavo tanta disponibilità. Sei uomo di buon gusto e di larghe vedute. E se davvero Telecom Italia è interessata a questa cosa lo saprete in anteprima.

Il Cisco Expo 2008 mancato

Temo di dover fare diversi post così, di questi tempi. L’altra settimana sono stata invitata da Lele al Cisco Expo 2008, un piacevole tour de force di due giorni dedicati alle aziende per discutere di innovazione.

Oggi c’è stato il technology day inaugurale, domani ci sarà il business day: due sessioni plenarie nelle due mattinate, seguite poi da diverse sessioni parallele dedicate ai temi caldi che caratterizzeranno quest’anno.

La sessione plenaria vedrà gli interventi di Roberto Formigoni, Stefano Venturi e Giacomo Vaciago, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Giorgio Bertolina (Italtel), Francesco Casoli (Elica), Roberto Colaninno (Gruppo Piaggio), Elio Fiorucci (Love Therapy), Luigi Gubitosi (Wind), Marco Roveda (Lifegate), Corrado Sciolla (BT), Luciano Martucci (IBM Italia), Marina Salamon (Altana), Stefano Pileri (Telecom Italia). Modererà la sessione Luca De Biase.

Mi spiace moltissimo non poter essere presente, De Biase sa dare quel tono di informale semplicità a quello che dice, e commentare e coordinare quello che dicono gli altri, senza bisogno di far cadere nel discorso termini e concetti economici solo per iniziati ai lavori. Senza far sfoggio di intelligenza e di cultura economica. Forse perché lui ce l’ha.

Ecco, sono queste le occasioni che arricchiscono, che fanno germogliare idee e riflessioni, e sono queste le poche occasioni in cui non stare bene fa stare male non solo per la cosa in sé, ma per il mondo là fuori che uno si perde. Che, per il resto, il mondo potrebbe girare anche senza di me, e io me ne accorgerei poco. Lui gira con la sua musica, io la mia.

Spero solo che qualcuno si prenda la briga di mettere online la sessione di domattina.

L'agenda dei cittadini e la democrazia

Dato che ho sempre pensato (e scritto) che Internet possa servire a costruire la democrazia, di “buon governo”, il potere della buona informazione anche se micro, fatta dai blog, e dei grandi media (su Internet, carta, TV, ecc.), ho parlato a lungo sin dal 2006 in India come uno dei 25 delegati giuristi della Comunità Europea in “Web 2.0 in South Asia Liberalized Economy: Benefits and Perils in the Interplay between State and Citizens.“. Col motore di ricerca a fianco si possono trovare e leggere i post.

Ora vorrei associarmi all’idea di Luca De Biase di “un’agenda dei cittadini fatta dalla conversazione dei cittadini” (in questi ultimi giorni ha scritto diversi post, peccato non poterli linkare singolarmente). L’idea è che anche in piccolo l’informazione che emerge dal medium che stiamo costruendo in rete, coi nostri siti e i nostri blog, influisce sull’agenda politica del paese.

De Biase ha perfettamente ragione sul potere che riguarda i grandi media, e basta leggere il post di un grande giornalista, editorialista e critico di carta e TV americano, Jeff Jarvis, quando pochi giorni fa notava che la prima pagina del New York Times del 30 gennaio non riportava la vittoria di Hillary Clinton in Florida, e neanche la riportava con un articoletto interno, mentre era bella lì sulla prima dello Washington Post. E si chiedeva come mai.
Dubbio lecito, domanda più che lecita.

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Bookblogging? La felicità dell'economia sta nel buon seme

Smiling Indian girlIl libro di cui non volevo parlare è quello di Luca De Biase, Economia della felicità: dalla blogosfera al valore del dono e oltre (Feltrinelli 2007). Però ieri pomeriggio sono andata alla presentazione che si è tenuta alla libreria Feltrinelli di Piazza Piemonte, qui a Milano, e sono tornata con delle idee che mi frullavano in testa. Quindi questo non è un bookblogging come ho fatto per altri libri, una recensione vera e propria, ma solo alcune considerazioni scritte di getto, basate sul discorso di Ferruccio De Bortoli, Luca De Biase e Francesco Caio. E sul libro che ho in mano.

Economia della felicità parla della scoperta economica rivoluzionaria del secolo: i soldi non fanno la felicità, perché la ricchezza materiale non ha un valore che porta alla felicità. Molti economisti dell’ultima generazione hanno scoperto quello che gli orientalisti sanno sin da quando sono studenti: le persone economicamente povere ma emotivamente ricche sono felici. In altre parole, la ricchezza non porta alla felicità ma la felicità porta alla ricchezza.

Come si può essere felici? Come stiamo costruendo la felicità? La felicità è un fine, ma anche un mezzo. E’ un mezzo che ha un alto valore economico per tutti, anche se non è misurabile (innanzi tutto perché è basato sulla percezione individuale e collettiva). Ma la felicità è un valore che dà senso alla vita e che fa anche lavorare meglio e produrre meglio; fa vivere meglio.

In più, la felicità è un valore che non può essere portato via da nessuno, né può essere “dato” da nessuno: tutti sappiamo che, mentre è facile rendere una persona infelice, è molto più difficile farla autenticamente felice, cioè felice per lungo tempo, in una relazione duratura di qualsiasi tipo — lavoro, amore, amicizia. La felicità si costruisce. E’ un lavoro paziente su di sé e nelle relazioni con gli altri.

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Thinking blogger secondo Induismo e Buddhismo

Sono stata nominata e così neanche io mi sottraggo al meme. Però a modo mio, nominando i cinque blog che mi hanno fatto pensare in base ai quattro principi cardine dell’Induismo, i Purushartha, validi in parte anche nel Buddhismo: Dharma, il principio senza principio che è il fine e il mezzo, cioè quello che sostiene il mondo, le cose giuste fatte nel modo giusto; Kama, che è la piacevolezza del mondo – fra cui anche il sesso, che poi Wikipedia in italiano parla solo di quello, chissà perché, ma in questo caso è l’arte. Artha è la dimensione pratica del mondo ed è anche fare i soldi in modo lecito nel periodo della vita che ti compete; Moksa o Mukti, la liberazione finale dai legami del Karman: il fine supremo, quando non rinasci più.

Dharma è Luca De Biase, specie quando parla di economia sostenibile, quella che io chiamo “produzione felice”, quella in cui vinco io e vincono anche gli altri; e di giornalismo d’innovazione. Fare le cose giuste nel modo giusto fa un blog di pensiero felice, positivo, costruttivo: il suo blog riporta le cose nell’ottica giusta, dharmica.

Sempre Dharma è Generazione blog: dice cose giuste, ovvie, evidenti, che talvolta io ho solo intravisto. Basta scrollare la pagina.

Artha è Vittorio Pasteris, che mi piace soprattutto quando non parla di tecnologia. In effetti, parla anche di tante altre cose. E’ un blog concreto, fattivo, mi sa di montagna e di affidabilità, di cose pratiche, di Artha appunto.

Kama è senz’altro Artedelrestauro.it. Posso definirlo solo così: bello e pensante. Mi ha fatto riscoprire la piacevolezza dell’arte; e certe discussioni sul restauro che avevo intavolato, anni fa, con il mio grande docente di storia dell’arte dell’Asia, Mario Bussagli (qui il link a qualche suo libro). E’ un blog bello e felice, dà gradevolezza alla vita, ma con cervello.

Moksha o Mukti, la liberazione finale, il paradiso o l’estinzione dal ciclo delle rinascite o Karman, è lei, Placida Signora: leggerla per me è un gioco e questo è il supremo fine della vita. Shiva ha creato il mondo per gioco, il mondo è il suo supremo gioco. E giocare fa bene allo spirito!

Sui rifiuti

San GennaroPenso che sulla questione rifiuti in Campania più che De Gennaro ci voglia San Gennaro. E’ stato l’unico pensiero che ho avuto stamattina, ascoltando la radio.

Sui rifiuti voglio offrire, di buon auspicio, una poesia del mio poeta preferito, Kostantinos Kavafis, sperando che la questione si risolga al meglio per tutti, specie a Napoli, Caserta e via dicendo. Quello che sta succedendo è uno scandalo internazionale e una bruttura, un’ingiustizia verso la gente che si somma alle tante del nostro paese. Kavafis era un vecchio porco mezzo greco che non si faceva scrupolo di essere pedofilo e razzista, ma scriveva magnificamente e aveva il cervello fino:

Il gran rifiuto

Arriva per taluni un giorno, un’ora
in cui devono dire il grande Sì
o il grande No. Subito appare chi
ha pronto il Sì: lo dice e sale ancora

nella propria certezza e nella stima.
Chi negò non si pente. Ancora No,
se richiesto, direbbe. Eppure il No,
il giusto No, per sempre lo rovina.

Parlando di rifiuti, penso a un rifiuto di ieri sera:

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Blog e cultura: Wikipedia è cultura?

Questa è una riposta alla chiosa di Luca De Biase al post “Blog e cultura”, che già ho scritto in parte nel suo blog. Infatti, partendo da un commento che gli è stato fatto, De Biase ha affermato che una rivoluzione culturale necessaria e attuabile dovrebbe partire da uno sforzo collettivo verso un interesse comune e che Wikipedia rappresenterebbe questo “sforzo collettivo verso un interesse comune”.

Io sempre avuto delle riserve verso Wikipedia (anche se ci hanno citato): non nel metodo, che è buono e giusto, ma nel risultato, cioè nei contenuti.

Ho già scritto il 22 dicembre 2005 quando negli ambienti scientifici di lingua inglese c’era stato un vivace dibattito sulla attendibilità di Wikipedia da quando il Dr. T. L. Simmons (New Zealand) aveva scritto di aver corretto un articolo di storia inglese su Wikipedia usando fonti come i grandi studiosi Mark Bloch, Norman Cantor e Joseph Strayer per controbattere alcune argomentazioni su di una voce sull’invasione di Guglielmo il Bastardo, ma gli amendamenti gli erano stati cancellati da un anonimo assai ignorante che “rappresentava il punto di vista di qualche oscuro apologeta pro-Sassone”. Ma quell’anonimo di storia inglese non ne sapeva niente. E concludevo, dopo aver raccontato le mie esperienze, che non solo Wikipedia dice cose spesso superficiali, perché spesso le voci sono scritte dai non addetti ai lavori, ma sbagliate.

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Il Sole 24 Ore festeggia Nòva con blogger e giornalisti

<img src="Nòva100 Party: Ferruccio De Bortoli, Luca De Biase, Bruce SterlingGiovedì 15 novembre, quando la CONSOB ha dato il via libera alla quotazione in borsa, Il Sole 24 Ore ha festeggiato i 100 primi numeri di Nòva. Luca de Biase ha invitato a Milano, alla sede del giornale, giornalisti, blogger e collaboratori di vario tipo alla testata, introducendo l’incontro. Ospite d’onore è stato il giornalista e scrittore Bruce Sterling; ha chiuso la mattina il direttore responsabile del Sole 24 Ore, Ferruccio De Bortoli.

Per prima cosa devo dire che la festa-conferenza, perché è di questo che si trattava, ha miracolosamente combinato due contraddizioni: è stata sia piacevole, sia interessante. Tutto molto ben organizzato, tanti spunti di riflessione, tutto easy going ma stylish, il cibo e il vino buoni: De Biase è stato un ottimo anfitrione.

Il setting: l’auditorium, nel bel palazzo progettato da Renzo Piano, era molto bello e luminoso, accogliente, non dava quell’impressione di clausura tipica degli spazi sotterranei, se pure grandi, ma era freddino e io, come la giornalista mia vicina, siamo state tutto il tempo, oltre due ore, ben avvolte nei nostri scialli.

A un certo punto, quando hanno cominciato a rivolgere le domande a Sterling, sono andata a cercare una toilette. Girovagando fra guardaroba incustoditi e porte di metallo, sibilline e grigie tutte uguali, sono incappata in un essere bizzarro in maglietta nera con una scritta originale, occhiali glamour e pochi capelli svolazzanti. Abbiamo avuto uno scambio di battute niente male, abbiamo riso e siamo andati insieme alla caccia al tesoro dei bagni. Quando al buffet mi sono avvicinata a lui mi sono presentata e, nel frattempo, ho preso delle tartine, dicendogli “Abbiamo riso insieme nel bagno”. Lui mi ha risposto in tono un po’ seccato “Ma sì lo so, mi ricordo”, e sembrava la pubblicità con George Clooney, quando lui pensa che lei gli si avvicini per chiedergli l’autografo e prende la penna e invece la donna voleva solo prendere qualcosa dietro di lui. Immagino che avrei dovuto riconoscere al volo quel geniaccio di Enrico Ghezzi.

Luca De Biase, nel suo solito e gradevolissimo understatement, ha presentato Nòva con dei grafici e ha detto, fra l’altro, un paio di cose molto interessanti, che apprezzo e condivido in pieno:

1) Nòva è una piattaforma, è un work in progress. Non è il giornale che decide in anticipo cosa dire e cosa pubblicare ma Nòva è fatto volta per volta da tutti, blogger e giornalisti, in piena libertà e totale rispetto per le idee.

2) La storia non è solo lo studio del passato, la storia è il futuro che deve ancora avvenire. E’ l’evoluzione futura. Nòva rappresenta questo, è la circolazione delle idee che formano il futuro.

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