Ieri sera per l’aperitivo sono andata a una piccola vineria in centro, al Quadrilatero romano, qui a Torino. Mi dispiace non ricordare il nome esatto.
E’ il quartiere più antico della città e sembra un po’ il Quartiere latino di Parigi, ma in piccolo. Pieno di locali e ristoranti di tutti i tipi, alcuni dei quali stracolmi di gente.
La vineria — già il nome era un po’ antiquato — aveva pochi tavolini fuori, vuoti, con le tovaglie di cotone e inserti di pizzo. Dentro era tutta in legno e cotto sui pavimenti.
Anche la vetrina non prometteva bene. Si vedevano solo persone decisamente anziane, lente, con piattini stracolmi di focaccine, torte salate e miscugli vari. Il cameriere portava solo calici di rosso quasi denso. E niente musica, neanche a volume basso.
Insomma, un posto smorto. Da scappare a gambe levate.
Visto che non mi piacciono le cose scontate, mi sono seduta fuori e ho ordinato. Sono andata al buffet e ho sentito che recitavano! Capite? Una signora leggeva a voce alta, molto sentita e con la giusta intonazione, da un romanzo che teneva in mano. Ogni tanto si fermava, l’autore vicino a lei spiegava, altri commentavano e così via. Tutto con molto garbo ma molta partecipazione collettiva.
Ho scoperto che qui fanno ancora i giovedì letterari di ottocentesca memoria. Che, oltre che nelle case private, nelle librerie e in alcuni locali autori e lettori si riuniscono, declamano romanzi e poesie, commentano.
Ho conosciuto con stupore una Torino inedita, tutta letteratura e bon ton. All’apparenza vecchiotta ma in in realtà molto vivace intellettualmente, molto viva, ma con i suoi tempi e i suoi spazi.
Non so se parteciperei a tutto questo – io ruoto veloce e sto sempre a odorare il mondo di fuori, quello grande, a scoprire cosa succede, come girano i pianeti fra loro – ma mi è piaciuta molto.