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Google strizza l'occhio alla Cina e inganna l'India

GoogleUn gruppo di studiosi indiani ha scoperto che Google Maps ha fatto un errore grossolano, ha messo il piccolo stato indiano dell’Arunachal Pradesh come parte della Cina.

Ovviamente nella destra indiana è scoppiato uno scandalo, parlano tutti di inganno e la pagina per scrivere al Primo ministro Manmohan Singh è stata presa d’assalto.

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Elezioni, i pirati di Internet attaccano il Parlamento europeo

Pirate PartyAltro che il successo della candidata di Internet Debora Serracchiani in Friuli!

In Svezia il Pirate Party — nato insieme a The Pirate Bay, e il suo nome è tutto un programma — ha ottenuto il 7.1% dei voti e avrà un seggio al Parlamento europeo.

Questo significa che in Europa del nord il popolo di Internet comincia a farsi sentire in modo concreto.

Sulla chiusura di The Pirate Bay e di La baia: libertà, ma non di delinquere

The Pirate BayOggi sia The Pirate Bay sia La baia sono chiusi e al loro posto si vedono questi annunci della Guardia di Finanza, Nucleo di Polizia Tributaria Bergamo.

Pubblico di seguito un commento al mio post di ieri sulla chiusura italiana dell’accesso al popolare BitTorrent e il durissimo articolo che l’annuncia. E’ di Hermans Jazzoni, che si occupa anche di pirateria informatica sia come avvocato, sia come programmatore e esperto di cracking, anche se amatoriale.

Io non so cosa sia giusto o ingiusto, cosa sia legale a illegale, a naso mi sembra che non si possa imputare un mezzo, il p2p, di essere illegale, ma certi contenuti sì, e l’uso di un mezzo così veloce, effimero e di massa per condividerli forse anche. Penso, soprattutto, alle organizzazioni criminali transnazionali che mettono in opera tutti i mezzi possibili, e non rintracciabili, per trasmettere e scambiarsi file pedopornografici.

Tutti sanno che il concetto di legalità e di liceità sono stati stravolti dall’uso di Internet e dalla facilità estrema di compiere atti di criminalità informatica, per esempio la copia intera dei dati di un database privato, ma messo online perché tutti ne usufruiscano gratis et amore dei, per usarli in altro modo, a nome proprio e senza neanche menzione della fonte.

Voglio ribadire anche una cosa, che ho sempre affermato (anche attirandomi le ire dei tromboni estremisti del “libero tutto sempre e a ogni costo“: quando non sono lesi i loro interessi, ovviamente!): anche la libertà di copiare, se è solo libertà di copiare cose innocenti o utili, e di trasmettersi liberamente i dati online con il peer to peer, può danneggiare il piccolo che vive delle sue opere. Penso a un mio conoscente piccolo regista d’essai e malamente piratato.

Danneggia le grandi case discografiche e le multinazionali di Hollywood, e che si faccia posso anche capirlo, perché decidono la politica dei prezzi in modo assolutamente gonfiato (posso capirlo, ma se è illegale è illegale: non esiste una legge Robin Hood!). Ma a me e l’organizzazione che rappresento ha danneggiato che uno dei miei libri sia stato scannerizzato da un professorucolo inglese e inviato ai suoi studenti. Non sarà p2p, sono solo poche centinaia di studenti ed è stato fatto per fini di studio (a dirla tutta, è fatta per farci un dispetto, ma tutti sanno che l’Accademia ha altissimi ideali!:)), ma l’Asiatica Association di questo ci vive. Ha fatto bellissime cose per 13 anni, le ricomincerà a fare a settembre, è stata all’avanguardia per tante cose a livello internazionale (e in USA a livello tecnologico non è facile essere i primi), ha regalato e condiviso tanto, è menzionata nelle migliori enciclopedie, ma ha bisogno, come tutti, di soldi per sopravvivere. E quindi quello che ha fatto il signore di cui sopra è stato non solo illegale, ma anche ingiusto. Che è peggio.

Questo il commento. Ancora una volta grazie, Hermans!

Non so se sia più comico il messaggio della “baia” o la confusione che si è generata intorno. Per chi non conosce la pseudo anarchica scena del cracking (per altro andrebbe fatto un grosso distinguo separando chi si serve della scena con la stessa avidità di quelle organizzazioni criminali che smerciano dall’oriente le collezioni di software, film ed mp3 ecc. ) non può cogliere la povertà al fondo delle parole razziste e diffamatorie che si leggono in quel post.

Quelle frasi, prendendo spunto dalla vicenda “mediaset/youtube” sulla falsa riga dello spirito dei vari proclami che solitamente le “ciurme” lasciano all’interno delle singole release (i file “*.nfo” per capirci). Sin dal loro apparire si è potuto leggere di tutto in quei file. La realtà vera e che non ci sono principi. E dalle parti della “baia” non c’è nessuna libertà. Solo fumo negli occhi.

Quali principi? La storia dovrebbe dire qualche cosa. Già i “nonni” di questi sistemi hanno danneggiato le ragioni per cui era nato anni fa lo shareware ad esempio. Vi ricordate? Il miraggio di avere programmi migliori e programmatori soddisfatti perché premiati sul campo?

Vogliamo parlare di cose serie? Pensiamo a tutelare e favorire l’accesso alla conoscenza per coloro che non possono permettersela. Per coloro a cui, ancora oggi, è negata per ragioni politiche o religiose. Siamo cresciuti o no? Se penso ad internet penso anche all’informatica in senso stretto. A fianco, però, c’è un’altra parte più umana che mostra e racconta fatti che altrimenti resterebbero nascosti. Penso al dissenso sulle scelte politiche che altrimenti non troverebbe spazio. Se penso ad internet vedo anche il lavoro di tanti che hanno contribuito a renderlo condominiale. A programmatori che realizzano estensioni sperando che attraverso il sudore della loro fronte qualcuno faccia una donazione per dei bambini lontani.

Queste sono libertà da tutelare. Il diritto a nascondere le proprie tracce digitali ma non la facilità di commettere un reato. Il diritto alla libertà di esprimere le proprie opinioni ma non la libertà di mettere il filmato porno della propria ex. Il diritto a condividere il sapere ma non la libertà di violare i legittimi diritti di chi non vuole fare altrettanto. Il diritto di copiare ciò che merita di essere salvaguardato. Battersi per una legge che garantisca il diritto al lavoro, permettendo l’accesso gratuito al software il cui apprendimento è considerato indispensabile per essere assunti.

No. I distinguo vanno fatti. Troppo comodo invocare la libertà quando si è dalla parte del torto. Anche gli artisti devono campare, come i programmatori … come tutti. Le farneticazioni della baia sono speculari a quelle delle software house che infilano giocattoli pericolosi per la privacy compressi e cifrati perché sfuggano ad un controllo superficiale. Scuse. Non libertà solo scuse.

The Pirate Bay è chiuso ma La baia è aperta

The pirate bayIl PM Giancarlo Mancusi fa bloccare agli ISP italiani l’accesso all’IP di The Pirate Bay da parte di quasi tutti gli utenti italiani. The Pirate Bay serve a scaricare musica, film, giochi, software e altro. The Pirate Bay è il più grande BitTorrent tracker del mondo.

Ma quelli di TPB non stanno con le mani in mano, hanno già registrato un nuovo dominio solo per gli utenti italiani, La baia, e hanno pubblicato un durissimo articolo contro Berlusconi e la sua decisione, che inizia così:

We’re quite used to fascist countries not allowing freedom of speech. A lot of smaller nations that have dictators decide to block our site since we can help spread information that could be harmful to the dictators.
This time it’s Italy. They suffer from a really bad background as one of the IFPIs was formed in Italy during the fascist years and now they have a fascist leader in the country, Silvio Berlusconi. Berlusconi is also the most powerful person in Italian media owning a lot of companies that compete with The Pirate Bay [...]

E termina così:

We don’t want a censored internet! And the war starts here…

La guerra è appena iniziata! Sembra un gioco, ma non lo è. Qui ci sono in gioco valori e sistemi un po’ più grandi del semplice scaricare gratuitamente risorse in rete.

Una cosa è certa: aggirare i provvedimenti per chiudere i siti è facile e questa guerra sarà vinta dai pirati. Infatti per il mio ultimo libro ho un’ideuzza…

Diritto alla privacy: sul Web manca l'indirizzo

Questi giorni ha fatto scalpore, non so perché, il provvedimento del Garante per la Protezione dei Dati Personali che ha bloccato sul sito di Lista Palau del Comune di Palau, in Sardegna, di alcuni dati: la lista degli alunni di scuole medie inferiori, secondarie e superiori che hanno ottenuto un contributo per l’acquisto dei libri di testo.

Il bello è che la pubblicazione comprendeva, oltre al nome e cognome del singolo alunno, i dati identificativi dei genitori, il contributo economico fornito e spesso anche le coordinate del conto corrente bancario (probabilmente a riprova della veridicità delle informazioni). Ovviamente il Garante ha

CONSIDERATO che il trattamento dei menzionati dati personali risulta allo stato effettuato in violazione dei princìpi di liceità, finalità e pertinenza e non eccedenza del trattamento (art. 11, comma 1, lett. a), b) e d), del Codice).

Io credo invece che manchi una cosa in quelle liste: l’indirizzo e il numero di telefono. Eventuali ladri, per esempio, dovrebbero poter accedere immediatamente a questi dati e non perdere tempo: se un mio ex dentista con appartamento in centro storico a Roma, casa estiva in Sardegna, casa in montagna e auto varie (compresa una Range Rover, che non è esattamente economica) ha denunciato nel 2003 solo 8.000 Eu di imponibile, è assolutamente plausibile che le famiglie dei ragazzini beneficiati dal contributo siano fra le più ricche di Palau.

Sul Diritto alla Privacy su Internet questo blog ha pubblicato diversi post: segnalo solo Milano e i terroni, Indirizzi IP, diritto alla privacy e marketing, Ancora du Pietro Ricca e il diritto alla privacy, Riotta risponde, copyright e lavoro, Emilio, perché non fai il giornalista?, Arriva OpenSocial, il nuovo social network di Google; e aggiungo anche Siete infastiditi da telefonate con numero nascosto? ecco un modo per anticipare i tempi della burocrazia e risalire all’identità del chiamante: perché anche il diritto alla privacy ha un limite, quello dell’illegalità. Attenti cari scocciatori e care scocciatrici!

Riotta risponde, copyright e lavoro

TG1Qualche giorno fa ho ricevuto un bel cartoncino beige con la riposta di Gianni Riotta, direttore del TG1.

Antefatto. Come sapete, il 21 luglio sono stata intervistata per telefono dal giornalista Vincenzo Mungo in merito all’elezione del presidente dell’India Pratibha Patil. La registrazione, mi ha detto, sarebbe dovuta andare in onda la mattina seguente su RAI1 sul giornale radio delle 8 e delle 8:40, ma così non è stato. In compenso, al TG1 (in TV, quindi) della notte stessa dell’intervista una giornalista, mentre sullo sfondo passavano le immagini di Pratibha Patil, diceva esattamente le cose che avevo detto io un paio di ore prima,

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Indirizzi IP, diritto alla privacy e marketing

privacyOvverosia: tra IP e marketing non mettere il dito! Questo è il titolo che hermansji, alias l’Avv. Hermans Joseph Iezzoni, ha dato al suo post, che pubblico qui di seguito. Tutto è nato da una discussione sviluppatasi nei commenti a “Che c’è dietro a Montezemolo, De Bortoli e Draghi?“, che sono scivolati sul blog di Beppe Grillo e sulla liceità di “catturare” qualsiasi tipo di informazione sui lettori, senza che questi ne vengano debitamente informati. Vi invito dunque a leggere i commenti per recuperare alcune informazioni.

Il punto era: è possibile che anche l’indirizzo IP riceva protezione dalle norme a tutela della privacy?
Io personalmente voglio sapere se i miei dati personali vengono raccolti e da chi, con quale scopo, per quanto tempo, e voglio essere in grado modificarli o cancellarli in qualsiasi momento. Stante il fatto che una vera privacy non esiste, tanto meno a livello informatico, ho il diritto di essere informata e di non lasciare che i miei dati vengano usati, a qualsiasi scopo, senza che ne sia a conoscenza.

Ma sentiamo il parere di hermansji, che traccia anche un breve ma interessantissimo excursus sul concetto stesso di privacy nel diritto anglosassone, dove è molto sentito, e quello italiano. Enjoy!
(foto)
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Il discorso prosegue senza pretesa di compiutezza (data la vasta natura della materia) muovendo più che altro “nuove” riflessioni sul tema e se del caso rilanciarne altre (v’invito dunque a curiosare tra quei commenti per recuperare alcune informazioni).

La “privacy” è un concetto di fede più che di sostanza.
Questa sua ambiguità era già chiara nel dibattito anglosassone. Quando fu teorizzata con un certo garbo nel 1890 da due giuristi americani Samuel D. Warren e Louis D. Brandeis (Harvard Law Review, V. IV, No. 5, December 1890), risultò esclusivamente come una risposta a quell’opinione (forse pubblica?) preoccupata di come il giornalismo, coadiuvato dalla fotografia, stesse assumendo modi invasivi

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