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India, Mayawati Kumari invia un jet a Mumbai per i suoi sandali

Ho già parlato di Mayawati Kumari, il bizzarro primo ministro dello stato dell’Uttar Pradesh, di quando ha proibito la proiezione del film Aarakshan e di quando si è fatta costruire un memoriale costituito da 60 giganteschi elefanti in arenaria. Nella foto la vedete con la famosa ghirlanda fatta di banconote da 1000 Rupie.

Ora si scopre, grazie al mai troppo osannato Wikileaks, che la celibe signora ex maestra ora a capo del Bahujan Samaj Party, il terzo partito dell’India, ne ha combinata un’altra delle sue.

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Enrica Garzilli su Il Fatto Quotidiano: India, vietato il film Aarakshan

Enrica Garzilli su Il Fatto Quotidiano. In India il film Aarakshan è stato vietato in tre stati, prima di tutto dal ministro Mayawati Kumari signora degli elefanti, per alcuni dialoghi contro la legge delle quote riservate alle classi svantaggiate (come le nostre famose e mai rispettate “quote rosa”) e i Dalit. E in India si apre il dibattito sul rapporto fra intellettuali e politica. Quello che ha sollevato tante questioni sul ruolo avuto nel fascismo di due giganti della cultura come Giovanni Gentile e Giuseppe Tucci.

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India, i 60 elefanti del primo ministro Mayawati Kumari

elefanti di Mayawati

India, Luknow. Vedete questa sfilza di 60 elefanti giganteschi in arenaria? In mezzo, anche se non si vede, circondata dagli animali, c’è Mayawati Kumari, il primo ministro dello stato più popoloso dell’India, l’Uttar Pradesh. Gli elefanti sono un memoriale che il ministro ha fatto costruire sulle rive del fiume Gomti, un tributario del Gange. La signora Mayawati, che è una Dalit, cioè una fuoricasta o intoccabile – ex intoccabile, diciamo meglio, dato che l’intoccabilità è stata ufficialmente bandita dal paese -, i pariah insomma, quelli che Gandhi chiamò Harijan, l’ha fatto costruire per onorare la memoria dei grandi intoccabili del passato come Ambedkar. Dice lei. Prezzo dell’opera: oltre 225 milioni di sterline.

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Ottimo giornalismo: The New York Times e la violenza in India

GandhiUn esempio di ottimo giornalismo, l’articolo del NYT Violence in India Is Fueled by Religious and Economic Divide sulla violenza scoppiata in Orissa i giorni scorsi, scritto da due corrispondenti dall’India, Hari Kumar da Tiangia e Heather Timmons da New Delhi.

I giornalisti commentano i fatti verificando e chiedendo alle fonti senza lanciarsi in presentazioni ideologiche, come troppo spesso succede in Italia, dove i fatti sono distorti ad hoc. Chi studia professionalmente l’India queste cose le conosce già ma dubito che la massa degli utenti le conosca.

L’articolo mette in luce che, paradossalmente, la causa della violenza sono i servizi offerti dai missionari cristiani alle classi più disagiate, incluso i Dalit, quelli che un tempo erano chiamati intoccabili o pariah e che Gandhi chiamò Harijan, figli di Dio, e di cui già nell’ottobre 2006 facevo notare la conversione di massa.

Le tensioni fra induisti, musulmani e cristiani sono sempre state presenti, ma con i cristiani sono aumentate proprio per il decollo dell’economia.

Il governo infatti è troppo spesso assente e i missionari offrono un buon servizio scolastico che include l’insegnamento dell’inglese, essenziale per chiunque ambisca a un lavoro nel business o nell’IT.

Le vecchie leggi anticonversione rendono illegale l’uso della forza, le lusinghe o i benefici per indurre la gente a convertirsi al cristianesimo. Gli attivisti induisti affermano che i cristiani spesso hanno infranto la legge ma i cristiani dicono che le conversioni sono volontarie.

Il punto che si deduce è che non è assolutamente la paura dell’illegalità che monta gli animi degli induisti più radicali ma la loro paura che i cristiani, grazie a un’educazione scolastica più adeguata, siano avvantaggiati nel trovare un buon lavoro.

Ancora una volta, bravo NYT! L’argomento è molto sensibile e poteva essere politicamente difficile, specie sotto elezioni, ma l’ha trattato in grande stile.

Il 30 gennaio 1948 moriva Gandhi: da uomo a mito

GandhiPrecisamente 60 anni fa, il 30 gennaio 1948, Gandhi è stato ucciso da un fanatico induista.

Guardate questo commovente video di La Repubblica, che ha realizzato una trasmissione intitolata Gandhi: cosa resta del mito, che per una volta vede ospiti davvero esperti come Michelguglielmo Torri (qui un suo bellissimo post di risposta all’articolo un po’ sconclusionato di Raimoindo Bultrini sulla situazione in India apparso su La Repubblica del 25 maggio 2006) e Gianni Sofri. Se amate l’India sono assolutamente da leggere i loro libri, per esempio la Storia dell’India di Torri e Gandhi e l’India di Sofri.

Il video include due spezzoni di documentari dell’epoca che riprendono Gandhi e i metodi gentili dei britannici contro gli indiani pacificamente ribelli.

Gandhi fu avvocato, giornalista, capo spirituale e leader di una nazione, ed è diventato mito. Il video comprende anche la famosa pubblicità con Gandhi della Telecom.

Io ho parlato di lui sul blog Ispirazione di Nòva100 del Sole 24 Ore,

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Uno sguardo al Nepal

Child labourSecondo uno studio, ancora invariato, del marzo 2005 del Jagaran Media Center di Kathmandu sui Dalit, i fuoricasta e i gruppi etnici o tribali, cioè circa il 20% della popolazione del Nepal:

1) l’80% di loro vive sotto il livello di povertà;
2) il loro reddito medio annuo è di $ 39.6;
3) la loro parte di terra coltivabile è dell’1%;
4) l’alfabetizzazione delle donne Dalit è del 3.2 %;
5) l’aspettativa di vita è di 52 anni;
6) il 70% dei Dalit è malnutrito;
7) solo il 43% dei bambini Dalit di 12-13 anni è vaccinato (contro il 60% degli altri bambini nepalesi)

Ricordiamocene, ogni tanto.

Monaci sempre più agguerriti: il modello Myanmar/Birmania si allarga all'India

protest in Delhi

“Dateci indietro la nostra terra!” Questo è lo slogan che circa 25.000 persone scandito da tre settimane in India, nella dimostrazione che vede Dalit, tribali e intoccabili, e contadini senza terra percorrere la strada che va da Agra, dove sta il Taj Mahal, a Delhi, sede del governo. Sono partiti agli inizi di ottobre e arriveranno al parlamento indiano alla fine del mese. Reclamano perché il governo mantenga la sua promessa di ridistribuire la terra ai più poveri. Qui l’articolo di oggi del Guardian Unlimited e una serie di foto.

I 25.000 sono capeggiati dai monaci buddhisti che cantano e suonano:

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L'India e gli Adivasi dell'Espresso

O, meglio, di Alessandro Gilioli. L’India nascosta: foto magnifiche, racconto su di un gruppo di Adivasi dell’India centrale fatto da uno che le cose le ha viste e le sa raccontare. E che mi ha ringraziato dei suggerimenti indiani. Grazie, sei carino Gilioli!:)

Insomma, comprate l’Espresso di questa settimana. Perché l’India è un paese immenso abitato non solo dagli induisti, i musulmani, i parsi, i sikh e così via, ma anche dagli Adivasi. Sono gli indigeni che abitavano l’India prima che le varie tribù Arya scendessero a ondate successive dal 1900 a.C. circa, quelli che ora gli indiani induisti chiamano, con un certo distacco, tribals. Hanno una cultura propria e una religione colorata d’animismo e di tradizioni locali, miti, riti, musiche e danze che il resto dell’India neanche conosce.

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India: Conversione al Cristianesimo e al Buddhismo di migliaia di Dalit

Sabato 14 a Nagpur, in India, nella ricorrenza del compleanno di Ambedkar, migliaia di Dalit o Intoccabili si sono convertiti in massa al Buddhismo e al Cristianesimo, nonostante le leggi restrittive che limitano e rendono assai difficile abbandonare dell’Induismo per abbracciare queste religioni.

Motivo? La discriminazione sociale a cui sono sottoposti i Dalit, detti anche Fuoricasta, Pariah o Intoccabili. In barba a chi dice che la religione non è anche un fenomeno di identità culturale e sociale!

Replica all'articolo di Repubblica "India, la rivolta dei bramini contro gli Intoccabili"

Questa è una replica di Michelguglielmo Torri, lo studioso di India che ho già citato in Nepal: origini della crisi, Gyanendra e storia, all’articolo di Raimondo Bultrini “India, la rivolta dei bramini contro gli Intoccabili” apparso su Repubblica del 25 maggio scorso. E’ stata inviata alla rubrica “Lettere” del giornale: perché i giornalisti sanno scrivere bene di tutto, ma spesso sanno poco o niente di quello che scrivono. Di seguito c’è la replica di Torri e poi l’articolo di Raimondo Bultrini. Buona lettura!

Replica di Michelguglielmo Torri:

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