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Pakistan, gli Stati Uniti usano il jazz per migliorare le relazioni politiche

La notizia è troppo carina: gli Stati Uniti hanno approvato un budget di spesa nell’ambasciata in Pakistan per finanziare il jazz, con il fine di migliorare le relazioni internazionali. Voglio dire, immaginate gli spettacoli jazz in Pakistan? Jazz session in piccoli locali fumosi, e fin qui ci sta, alcolici a manetta, e questo in Pakistan è proibito (almeno in pubblico), ore tarde, anzi, albe, e questo in Pakistan è superproibito (almeno per ascoltare musica occidentale), ammiccamenti e giochi vari fra maschi e femmine (e questo in Pakistan è impensabile).

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Gli ambasciatori poveri

bandiera italianaOggi, come si sa, c’è stato lo sciopero dei diplomatici. Protestano, e giustamente, per i tagli al Ministero degli Affari Esteri.

La cosa che non mi quadra però sono i discorsi che ho sentito oggi alla radio. Parlavano un ministro plenipotenziario e un ambasciatore (ambedue con la voce giustamente camuffata) e si lamentavano degli stipendi da fame a fronte della grande mole di lavoro.

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Lawrence Lessig a Milano, much ado about nothing

Lawrence LessigIeri sono arrivata tardino, giusto un 15 minuti prima dell’evento, dovevo preparare un editoriale un po’ complesso di geopolitica in inglese e non mi andava di scrivere castronerie (anche se vanno molto di moda, bisogna averne il coraggio).

Ho incontrato un amico, un genietto del MIT un po’ strano ma davvero in gamba (troppo cervello), che mi ha detto che era tutto pieno dalle 5:45. Due amici giornalisti, uno con l’aureola e una senza (anche se è stata assunta al giornale con tutto il corpo e per lei la regola del 25% in meno a contributo non si applica), mi hanno portato al banchetto stampa, dove mi hanno dato una cartellina miserella con le maggiori informazioni. Ho fatto capolino dentro la sala ma tutta quella gente accalcata per me era troppa, anche se lo spazio per giornalisti era diverso. Non ho avuto pazienza e ho fatto marcia indietro.

Avrete capito che l’iscrizione online era farlocca. Non contava assolutamente niente. E avrete intuito che si spacciavano giornalisti, per avere il posto privilegiato, persone che giornalisti non erano. C’era un maxischermo all’aperto, ma con quel frescolino più invernale che primaverile non era il caso di sedersi.

Ma la cosa che più mi ha deluso è stata la presentazione. Infatti, con un po’ di amici siamo andati all”ufficio del genietto del MIT, che era vicinissimo, e abbiamo ascoltato la traduzione in streaming. Purtroppo. Le pause erano strane e il traduttore parlava alla velocità della luce. Non sarebbe stato meglio lasciare la voce originale in inglese?

Soprattutto, la presentazione in sé non diceva assolutamente niente di innovativo, di creativo, o semplicemente di informativo. Era solo una tirata retorica sulla corruzione e sul perché certe leggi passano al Congresso americano: per gli interessi delle lobby e non per il reale benessere di tutti. Bella scoperta.

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Fai ciao ciao con la manina!

Dalai LamaSolo una domanda sincera: voi, mentre sfilate solenni e gloriosi all’inaugurazione delle Olimpiadi e siete ripresi dalle televisioni di tutto il mondo, stareste lì al cellulare a parlare con la mamma?

(Sto cercando di smontare la grandiosità della cerimonia e il display di spettacolarità e di perfetta organizzazione della Cina, come si vede dalle foto su The New York Times. La cerimonia è stata fatta per il benessere di tutto il mondo, però centinaia di dimostranti tibetani hanno dimostrato davanti all’Ambasciata cinese a Kathmandu; in Turchia, per protestare contro la politica della Cina, un uomo si è dato fuoco; e il Dalai Lama pensa di andare in pensione.)

Naked Conversations, politica e cultura: a che serve un blog n. 5

Pomposo invito al Centro Studi Americani (attenti ad aprire il loro sito perché non scrolla neanche dopo 20 minuti, io l’ho dovuto chiudere) di Roma da parte dell’Ambasciata degli Stati Uniti d’America per la presentazione del libro di Shel Israel e Robert Scoble Naked Conversations.

Tutto infatti era nudo, cioè povero: l’invito è arrivato per emai, con un bel risparmio sul biglietto stampato, i partecipanti erano solo 25 (contati), compreso gli studenti di americanistica precettati, non c’era controllo per entrare e non c’era neanche un piccolo rinfresco alla fine, e sì che fra gli invitati c’era chi era venuto da fuori. Io c’ero perché avevo due altri impegni per me importanti, uno la sera e uno la mattina dopo, e mi aspettava una bellissima cena con un’amica, ma se avessi fatto il viaggio solo per la presentazione, povera me!

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