Uomini nel senso più alto del termine, ché di diventare un uomo non ci penso nemmeno. Uomini come nella magica Blowin' in the Wind di Dylan.
Ecco, non bisogna mai rimandare di dire quanto si ama, quanto si ha bisogno di qualcuno, quanto ci prende e ci commuove e ci fa arrabbiare stargli vicino, perché si potrebbe non avere più il tempo di dirlo.
Da un post bellissimo di Marco Mazzei.
Bell'articolo di "Marco" (che non conosco).
Purtoppo è vero. Ci sono anche questi anni e fa male quando si amano teneramente i propri genitori.
Personalmente non ho il privilegio di avere una famiglia di origine dall'età del liceo, e quindi non condivido più queste sensazioni.
Ma certo le ho vissute in chi mi è vicino ed ha avuto una vera famiglia.
So che i genitori vivono dentro di noi, prima che fuori: vederli uscire dal nostro destino, di cui hanno sempre fatto parte, genera una consapevolezza della vita e della sua intima fragilità che ci cambia dentro.
Forse solo allora si percepisce il valore del sè.
Si capisce anche il valore (o il dolore, talvolta) degli affatti più cari, e la fragilità della famiglia: difficile da costruirla, facile da rompere.
Proprio ieri erano 34 anni dalla morte di mia mamma. Allora avevo 21 anni, ero militare. Pochi giorni prima di Natale era stata ricoverata in ospedale per un malore, la dovevano dimettere il giorno dopo, ma alle 2 di notte una telefonata: era morta. Embolia polmonare. Per anni non ne ho parlato, mi illudevo che il non parlarne, il non pensarci, avrebbe 'elaborato il lutto'. Ma ancora adesso appena vedo una persona che solo lontanamente le assomiglia il cuore ha un sussulto.
Poi il 15 giugno dell'anno appena finito è morto mio papà. Con lui il rapporto nel corso della vita era stato sempre più o meno conflittuale. Invece gli ultimi tre anni della sua vita, in cui era ormai invalido, in cui in pratica il rapporto si era ribaltato (da figlio ho dovuto diventarne padre e lui da padre aveva dovuto imparare a diventare figlio) ci ha in un certo modo riavvicinato.
Non ho rimpianti nei confronti di nessuno dei due. Certo avrei potuto fare di più ma sento questi limiti, queste 'deficienze', fanno parte del nostro essere umani. Mancano, mancano un casino! Quando si perde anche l'ultimo dei genitori, anche se hai ormai 55 anni, dei figli grandi e grossi, ti senti improvvisamente solo. In fondo anche se sai che non ti possono più aiutare (e anzi sei tu che devi aiutare loro) i genitori rappresentano sempre l'ultima ancora di salvezza psicologica: pensi sempre che l'ultima carta che potrai usare è "lo domanderò a loro".
Una cosa ho imparato: è importante anche parlare di loro dopo. Lasciare uscire dal cuore i ricordi, sia quelli belli che quelli meno, lasciare esplodere il dolore per la loro perdita, parlarne con chi li conosceva (ho scoperto alcune cose di mio papà che non avrei mai sospettato, alcuni lati del suo carattere che non avevo mai colto, proprio parlando con le inservienti della casa dove ha trascorso gli ultimi suoi tre anni).
Pace e benedizione
Julo d.
Julo, grazie del tuo commento.
Io non so se vorrei parlare di loro, anche ogni tanto ne accenno nel blog. Le sento cose mie. Voglio dire, parlare di loro qui, in pubblico.
Quanto all'ancora di salvezza, io da tantissimo non la ho, anzi, sono ancora agli altri: per me è un altro modo di amarli e di parlarne, essere il meglio di quello che è stato mio padre o mia madre.
forse oso troppo, ma il bel post del grande julo mi ha fatto venir voglia di riportare qui una poesia, che ho scritto almeno 15 anni fa, dedicata a mia madre
"Bel posto, quassù. Si vede il mare, e a volte la Gorgona.
Era tanto che non passavo a trovarti.
Come vedi, il tempo passa. I capelli, i miei capelli corvini, di cui andavi fiera, sono striati d’argento.
Le bimbe? La più grande é proprio bella. Non è più bimba, i ragazzi la guardano. E’ ora che mi faccia da parte.
Ti somiglia. Ti ricordi quando il dottore aveva detto che ero linfatico, e tu, tutti i giorni, mi portavi al mare? Andavamo col treno. Io giocavo, sulla battigia, col mio amico, e tu prendevi il sole. Eri bellissima.
No, non mi sono laureato, e papà, ancora oggi, non me lo perdona.
Quest’arnese qui? Brutto, vero? Si chiama cellulare, ma tu non li hai mai visti.
Ora devo andare. Ti lascio questo fiore, e un bacio, sulla fotografia."
Sì, avevo già letto il post di Marco. Emozionante.
Cara Boh, non dico che bisogna parlarne sempre e soprattutto in ogni luogo o con ogni persona. Sono, proprio come dici tu, cose intime, di cui bisogna anche avere un po' di pudore. Si tratta di parlarne solo con persone che sentiamo vicine, di cui ci si fida e di cui si ha stima.
@Diego
Non sono grande. 1,70 per 60 chili (e anche mal distribuiti).
Se poi per caso ti riferivi ad una grandezza non fisica, allora lo sono ancora meno. Sono una persona assolutamente normale, media. Le persone 'grandi' sono ben altro da me.
;-)
Pace e benedizione
Julo d.
diego…:) Sono certa che ha è stata felice del fiore e del bacio.
Julol, grazie allora, mi pare di capire che se ne parli qui, ti fidi di me.:) E' una cosa molto grande, e io cerco costantemente di meritarmi la fiducia (tua, e mia). Grazie davvero.:)
Mi permetto di riprendere le tue parole Julo.
"Quando si perde anche l'ultimo dei genitori, anche se hai ormai 55 anni, dei figli grandi e grossi, ti senti improvvisamente solo."
"In fondo anche se sai che non ti possono più aiutare […] i genitori rappresentano sempre l'ultima ancora di salvezza psicologica: pensi sempre che l'ultima carta che potrai usare è "lo domanderò a loro".
Bè forse per questo nasciamo e viviamo, per essere padroni del nostro destino, nel bene e nel male. Per creare e dare, non per utilizzare e ricevere.
Arriva insomma il momento che si comprende che si è attori unici e principali del nostro destino, senza rimedio, senza intermediazioni.
In momenti così, alla tenera età di 18 anni, io come molti altri mi sono domandato quali fossero i valori profondi e primari della vita: cosa contasse davvero, cosa fosse prioritario, cosa fosse essenziale e vero, quando niente più si para tra te e …le asprezze del mondo; quando ogni sbaglio lo paghi completamente e da solo e nessuno ti dice più "bravo, hai fatto un buon lavoro" perchè sei tu, perchè sei un figlio amato, ma solo se servi.
Che dire…? Forse in questi momenti si capisce realmente di che materia siamo fatti e come siamo forgiati dal destino.
La risposta in questi casi è molto personale, ognuno ha la propria. Io ho riflettuto, negli anni: l'amore quando manca, si può solo crearlo di nuovo.
Pragmaticamente, penso che la vita è nelle mani di Dio e, sotto sotto, ci sorride.
riagganciandomi a quel che scrive stefano, e a quel che s'è scritto prima
è evidente che siamo persone in continua evoluzione, e quindi la nostra condizione umana, di fatto, è un equilibrio a volte anche instabile, a volte lacerante, fra tensioni diverse: da un lato il nostro mondo di provenienza, la nostra famiglia, la nostra casa (in senso lato) d'origine, dall'altro quel che invece, su quelle radici, ci mettiamo di nostro, la nostra parte di costruzione, il nostro punto d'arrivo che sarà a sua volta il punto di partenza dei nostri figli; siamo stati il futuro d'una famiglia, saremo il passato d'una famiglia, poi; secondo me dobbiamo accettare questa dialettica continua, in noi, fra passato e presente, lungo la linea del tempo; non siamo qualcosa di monolitico, siamo un processo, siamo una storia
Stefano dici "l'amore quando manca, si può solo crearlo di nuovo."
Se uno ci riesce, bisogna vedere perché manca.
Diego, verissimo, siamo una storia: ma con un sacco di DNA, che pesa non poco su quello che facciamo. Non è solo la società, è il carattere, e quello credo sia influenzato perlopiù dal DNA, purtroppo. Lo stile, che non cambia pur nella trasformazione superficiale.
Per cambiare davvero ci vogliono mazzate grosse o una voglia profonda di farlo, che di solito viene dopo mazzate grosse.
Stefano, come si crea l'amore?