Questa è la prima lettera che Tucci, il più grande esploratore italiano, scrisse ad Andreotti, che al tempo era Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (1947-1948). Era il 24 settembre 1947.
La lettera è la prima del carteggio che gentilmente il senatore mi ha inviato qualche tempo fa.
Tucci si era già rivolto a Giustino Valmarana, amico di Andreotti e come lui membro dell'Assemblea Costituente, perché trasmettesse al ministro delle Comunicazioni la soprastampa di un certo numero di francobolli dello Stato, in corso, con la dicitura «Spedizione Italiana in Tibet – 1948». I proventi sarebbero andati a finanziare la spedizione.
Voleva partire infatti per la sua ottava e ultima esplorazione del Tibet e aveva urgente bisogno di fondi, ma la sua richiesta a Valmarana era rimasta senza seguito e allora si decise a rivolgersi personalmente al presidente del Consiglio.
Infatti, Tucci ottenne i fondi e nel 1948 visitò la parte centrale del paese, raggiungendo Lhasa e spingendosi oltre. Della spedizione fecero parte Regolo Moise, Piero Mele e Fosco Maraini: ma Tucci non fece cenno a quest'ultimo. Forse fu arruolato più tardi.
Ma, a parte la fortuna che la spedizione ci fu, mi chiedevo se "l'esca" della lettera era vera.
Fermo restando che la definzione di "nazione" e di "prestigio" è chiaramente misteriosa, mi chiedevo se in quel tempo lontano, animato da valori oggi incomprensibili, era vero che la nazione avrebbe accresciuto il suo prestigio con questo o altri lavori scientifici.
certamente! le spedizioni erano eventi nazionali, come le compiva lui, e in più c'erano dittature ovunque o il controllo dell'Impero britannico: c'era bisogno di accordi internaizonali a livello scientifico, economico e così via.
Anche ora, avere un campo archeologico aperto in una nazione, per esempio, implica delle relazioni diplomatiche se non ufficiali, almeno ufficiose, e accordi economici (perché le nazioni danno i permessi di scavo se conviene anche a loro, ovviamente).