Immigrati, siamo messi molto male ma non diciamo cavolate

boh, lunedì 15 dicembre 2008 13:53:30

black womanNon mi dite che a Rosarno, ridente comune in provincia di Reggio Calabria, c'è la Mafia. E non solo. C'è la Sacra Corona Unita, c'è la 'Ndrangheta, c'è la Camorra e varie ed eventuali organizzazioni criminali transnazionali. Che news! E che scandalo!

Più di tutto, però, c'è la convenienza e la connivenza della gente comune, quella perbene insomma. Che sugli immigrati africani ci specula, facendoli lavorare per 20 euro al giorno in nero. Chi italiano lavorerebbe così? Ma loro sono illegali e devono piegare la testa. Fino a che Carlo Ciavoni, solerte giornalista di La Repubblica, si decide a intervistarli.

L'unica cosa che non mi convince, però, è quando il giornalista fa parlare il portavoce degli immigrati:

Se venite in Ghana, nel mio paese, siate certi che non vi tratteremmo così" dice con orgoglio Edward, 27 anni, di Accra, che si elegge a portavoce. "Se ci devono far vivere come animali in gabbia [...]"

Non mi convince perché è falsa. In molti paesi dell'Africa, anche quando noi europei non andiamo lì a cercare fortuna ma ad aiutare, non siamo trattati meglio. Mutatis mutandis, s'intende.

So da quattro fonti sicure dell'ONU e della Cooperazione internazionale, che si trovano in missione in Mozambico, che giorni fa sono state fermati per una minima infrazione al centro di Maputo -- una strada cieca imboccata per sbaglio, e dalla quale hanno fatto subito retromarcia -- e che tutti e quattro i funzionari, insieme all'auto, sono stati letteralmente sequestrati dalla polizia. Anche se tre di loro hanno il passaporto diplomatico.

Dopo interminabili discussioni, durate 45-50 minuti, in cui li hanno accusati di tutto e di più -- dallo schiavismo all'infrazione criminale "perché potevano investire un bambino" (!) -- in un crescendo di aggressività paurosa, i sette poliziotti che li circondavano, armati fino ai denti, hanno prima cercato di trascinarli con la forza nella zona buia del vicolo e poi in Questura "per interrogarli". Dopo aver sequestrato loro i cellulari.

Al che, sapendo perfettamente che entrare in un posto di Polizia africano sarebbe stato molto rischioso per loro, europei e tutti bianchi come il latte (di nazionalità francese, portoghese e italiana), si sono decisi a fare quello che avrebbero dovuto fare sin dagli inizi, secondo gli usi e costumi del luogo: pagare una bella mazzetta in dollari.

Tirati fuori i soldi e sistemati tutti i solerti poliziotti, che se ne sono andati soddisfatti, i quattro sono stati rilasciati e alla macchina è stato tolto il sequestro seduta stante.

Quando leggo quindi che noi bianchi, o italiani, se andassimo in Africa a lavorare non saremmo certo trattati così, scusate se mi viene da ridere. Ciavoni fa bene a scrivere il pezzo, ha fatto parlare il portavoce e ha puntato sullo sdegno: ma se uno va a cercare la verità, questa è diversa.

Non è questione (solo) di razzismo: è questione di speculazione, di soldi, di avidità. Il razzismo è una scusa per coprire l'interesse. Se al posto degli africani ci fossero stati gli italiani sarebbe stato lo stesso. Solo che gli italiani sono, appunto, cittadini italiani e hanno un minimo di garanzie in più. E un po' di fame in meno.

E non è questione di Italia razzista: anche l'Africa è razzista, se può. Al contrario, certo.

Il che non toglie niente alla gravità del fatto di Rosarno, che ci dovrebbe riempire tutti di vergogna. Ma aggiunge il fatto che anche i bianchi che lavorano in Africa, legali e chiamati dai loro governi, non è che siano trattati tanto meglio e che la discriminante non è il razzismo ma sono i soldi e la criminalità organizzata. Che non bada al colore della pelle, bada solo al suo interesse.

Commenti dei lettori

  1. chiara

    sì, ma che c'entra?

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