Enrica Garzilli su Il Fatto Quotidiano: la Biblioteca Apostolica Vaticana digitalizza 80.000 manoscritti

Enrica Garzilli su Il Fatto Quotidiano su un argomento che mi appassiona molto: i manoscritti, perché il Vaticano ha iniziato la digitalizzazione di 80.000 dei suoi 150.000 manoscritti. Fra questi, i frammenti dei primi Vangeli del 200 d.C.

Con qualche parola sui colofon e la loro importanza, una cosa di cui potevo non parlare – ma mi ha dato troppa soddisfazione tornare al mio vecchio, appassionante lavoro! Insomma, un ritorno a casa, ai manoscritti e ai documenti.

È cominciata la digitalizzazione di 80.000 manoscritti della Biblioteca apostolica vaticana, alcuni dei quali di valore inestimabile. Un progetto rimandato per anni a causa di problemi tecnici e per mancanza di fondi e spazi adeguati. Per realizzare il progetto la Biblioteca Vaticana prenderà a prestito una tecnologia usata dalla Nasa, la “Flexible Image Transport System”, un sistema standard di scambio e archiviazione dati usato anche dagli scienziati dell’Unione Astronomica internazionale.

“Farà anche tesoro degli errori commessi negli anni passati in modo da evitarli”, dice monsignor Cesare Pasini, prefetto apostolico della biblioteca vaticana, “ perché è importantissimo mettere tutti i dati giusti, altrimenti i manoscritti diventano inaccessibili. Questo include la firma e il suo posto sul folio. Ogni singolo manoscritto e il suo contenuto richiedono un’immensa quantità di lavoro. Bisogna considerare tutte le informazioni che possono essere significative e interessanti, come il copista, il tempo in cui è stato redatto e la conservazione del manoscritto”. I colofon infatti, cioè le “note” in fondo o più spesso a lato dei manoscritti, contengono un numero imprecisabile di notizie essenziali per ricostruire la storia non solo del manoscritto, che sia scritto su tavolette di legno ricoperta in cera come nel caso dei codici egiziani, su tavolette di argilla come quelle di Ebla del 2500-2100 a.C., di pergamena come quelli latini o di corteccia di betulla o foglia di palma come i manoscritti in sanscrito, ma per ricostruire la storia della civiltà. Spesso l’amanuense o il copista ci dice chi è il committente del testo o dell’opera, quale è il re o il governatore locale, il dio a cui viene dedicato il lavoro e così via. I colofon permettono anche la datazione, cioè consentono di collocare il manoscritto nella storia e di scrivere la storia, lì dove la storia sequenziale non è ancora conosciuta: quale governo viene prima e quale dopo, per esempio?

I manoscritti ogni tanto sono bilingui, come i codici samaritani scritti in ebraico e in aramaico o come le tavolette di Ebla, scritte in cuneiforme e lingua eblaita e sumerica. Questo permette la decifrazione non solo del testo contenuto, ma di una lingua che ancora non era stata tradotta prima per mancanza di “doppio testo” e di riferimenti precisi in altri documenti. E permette di conoscere i valori espressi da quella lingua, cioè la civiltà dei popoli che la usarono, che i reperti archeologici possono ricostruire solo in parte. Un esempio per tutti il rompicapo dei sigilli della Civiltà della Valle dell’Indo, iniziata probabilmente nel 3300 a.C., le cui scritte non sono ancora state tradotte e la cui decifrazione è diventata un caso politico fra studiosi indiani, statunitensi ed europei. (continua)



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L'autore del blog

boh

Questo è il blog di Enrica Garzilli, specialista di indologia e di studi asiatici e docente di Storia del Pakistan e dell'Afghanistan presso il Dip. di Studi Politici dell'Università degli Studi di Torino.