Il pericolo del jihad in Libia

Come dicevo prima, il pericolo che dietro a questi moti sommosse e mezze rivoluzioni di alcuni paesi arabi si celino i movimenti fondamentalisti islamici è molto reale.

E’ vero, nessuno ha mai visto rivendicazioni, simboli, bandiere o scritte dei vari gruppi, ma è assai probabile che stiano a guardare dietro le quinte per occupare spazi reali, personali, amministrativi e politici al momento della riorganizzazione dei paesi – perché è ovvio che questa riorganizzazione ci sarà, dopo il caos inevitabile e forse, in Libia, la rivoluzione. E’ lì che fanno adepti, nel caos, nell’insicurezza, nel vuoto di potere. Sono gruppi coesi e organizzati e agiscono anche a livello locale, non solo regionale, e personale, fra la gente, non solo in Pakistan e Afghanistan. Offrono lavoro, scuole, fratellanza, aiuti, appoggio sociale.

Gli aderenti al jihad vogliono solo una cosa: il dominio di Allah sul mondo. Non di qualcuno, di un imam, di un politico o di un gruppo, ma di Allah. E il mondo, quindi, sottomesso ai suoi voleri e al suo governo. In questo sono fratelli e lo sono a livello internazionale, non locale. Non solo in Pakistan o in Afghanistan.

Chi intepreta i suoi voleri in questo senso, per far trionfare Allah, governa il mondo. Non lottano quindi, in genere, per un motivo personale o politico, per beneficio personale di uno o di molti, o per il potere, ma per il dominio di Allah. E’ questo che li rende pericolosi, a mio avviso: tutti quelli che agiscono totalmente e solo in nome di Dio lo sono, perché non hanno alcun timore di perdere anche la vita se è Allah che lo decide – o così loro credono. Anzi, è un onore e un merito perderla. Ed è un dovere, portato fino all’autosacrificio, agire a tutti i livelli e con tutti i mezzi perché il governo di Allah trionfi sulla terra.

Propongo un bell’articolo intitolato “Jidahist Opportunities” sulla reale posibilità che in Libia si sviluppi il jihad, non nel senso etimologico di sforzo personale, lotta interiore, ma in quello di lotta per il dominio di Allah sulla terra. Quella che in Occidente chiamiamo “Guerra santa”.



Commenti

  1. Credo in effetti che la cosa non abbia abbastanza cassa di risonanza. Non siamo qua a dover dare un contributo attivo, perchè vuole andare a casa loro farli arrabbiare (come credo sia successo in iraq, perchè se ne sono viste di ogni e adesso ha un governo a mio parere un pò traballante...) tornare a casa nostra non si sa quando (già durano anni queste opere di "convincimento"... "o missioni di pace"... bei nomi...) e sperare che abbiamo capito la cosa. Hai ragione a parlare di "opportunità" perchè dove ci sono persone spaesate e confuse e hanno bisogno di un lumino per il loro andare avanti, ecco che arrivano loro che danno luce e senso a tutto. Mi ricordo quando ero obiettore e accompagnavo una irachena a Reggio Emilia diverse volte e mi chiedeva come mai ce l'avevamo così tanto con Saddam, lui era una persona buona a suo modo che aveva dato un senso ad una nazione... Questioni di punti di vista, però quanti erano dalla sua? Sapessi dove è adesso glielo chiederei volentieri. Vorrei ci fosse uno dei tanti sondaggi che si fanno al mondo, (qui in Italia se ne sprecano...) che mi racconta semplicemente se sono contenti di come gli va là adesso.

    Scritto da Andrea Sassi, 3 anni, 9 mesi fa


  2. Già, ma chi fa i sondaggi? Come sceglierebbe le persone a cui chiedere? Purtroppo i sondaggi sono pilotati, ci sono delle scelte a monte che fanno cambiare tutto.

    Però sarebbe bello sapere come davvero le va adesso.

    Scritto da boh, 3 anni, 9 mesi fa


  3. [...] sul ncaso Raymond Davis, un diplomatico americano sotto processo in Pakistan per avere ucciso due giovani pachistani in un mercato di Lahore. Davis ha detto di essersi difeso, [...]

    Scritto da Il caso Raymond Davis | Sujaata News, 3 anni, 9 mesi fa


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L'autore del blog

boh

Questo è il blog di Enrica Garzilli, specialista di indologia e di studi asiatici e docente di Storia del Pakistan e dell'Afghanistan presso il Dip. di Studi Politici dell'Università degli Studi di Torino.