Aung San Suu Kyi, un compleanno per la libertà

Aung San Suu KyiUna donna eccezionale. Bella, colta, forte, carismatica, resistente come un bambu e gentile come i gelsomini che intreccia nei capelli. Simbolo internazionale di libertà e di coraggio. Questa è Daw Aung San Suu Kyi, Nobel per la Pace 1991.

Domani compirà 65 anni. E li compirà ancora una volta agli arresti domiciliari. Dal 1990, quando fu eletta primo ministro alle elezioni generali come leader del partito della Lega Nazionale per la Democrazia, ha trascorso confinata in casa quasi 15 anni. Ieri l’ultimo appello di Aung San Suu Kyi alle nazioni democratiche di tutto il mondo: “usate la vostra libertà per promuovere la nostra“.

In Birmania le elezioni parlamentari, le prime dopo 20 anni di dittatura militare, si terranno quest’anno in autunno, anche se la data definitiva non è stata ancora fissata. All’inizio di marzo però sono state approvate cinque leggi che regolano le elezioni e che consentono alla giunta militare birmana di avere un controllo assoluto sul voto, escludendola di nuovo.

Ho conosciuto suo marito, Michael Aris, agli inizi del 1990 a Harvard. Era già docente di cultura tibetana all’Università di Oxford e con lei aveva avuto due figli, Alexander e Kim. Dal 1989, quando Aung San Suu Kyi fu messa agli arresti domiciliari, l’aveva incontrata solo quattro volte. L’ultima volta, la quinta, sarebbe avvenuta nel 1995. A sua moglie fu negato il visto per andarlo a trovare anche quando lui stava spegnendosi per il cancro, nel 1999.

Alexander e Kim stavano in collegio in UK. Una madre fantasma e lontana, un padre con sindrome di abbandono che viveva nel sogno della moglie, impegnato giorno e notte per la sua causa, sono cresciuti da soli, sbandati e pieni di problemi e turbolenze di ogni tipo. Una famiglia smembrata, sofferente, allo sbando.

E di questo io davo la responsabilità a lei. Mi dicevo “comodo fare la pasionaria e lasciare due bambini e un marito che hanno tanto bisogno di te.” Perché lei avrebbe potuto vivere libera, ma lontana dalla Birmania. Invece aveva scelto di rimanere nel suo paese per guidare, almeno idealmente, il movimento democratico.

Solo da qualche anno ho capito Aung San Suu Kyi. La sua non è stata una scelta coraggiosa ma comoda ma dolorosa, dovuta. Ha deciso di staccarsi completamente e definitivamente da marito e figli per non essere ricattabile, per continuare la lotta e, probabilmente, anche per non implicarli e mettere a repentaglio la loro incolumità. Ha scelto fra un amore umano e limitato, frutto dell’attaccamento che abbiamo verso chi ci scegliamo per vivere, e un amore più grande, quello per la libertà.

Sono cose che non tutti, per fortuna, devono scegliere nella vita: eppure, anche nel nostro piccolo, quante volte preferiamo i nostri figli, mariti o mogli, amanti, anche quando non lo meritano, piuttosto che qualcuno esterno che merita quel posto, quell’ora di tempo, quell’attenzione? Magari per comodo. Magari per avere di più noi, in fondo se doniamo a chi ci sta vicino, qualcosa in ritorno lo abbiamo.

Invece lei ha sacrificato innanzi tutto se stessa per un amore più grande, per realizzare un bene collettivo.

Solo da poco tempo la capisco e la ammiro, questa magnifica donna. E mi sento piena di rispetto ma provo anche un tantino di vergogna, ho visto le cose con la mia piccola mente che ogni giorno ha a che fare con affari di poco conto e non le ho inquadrate in una visione più ampia, più globale, più profonda.

Tanti auguri Aung San Suu Kyi, buon compleanno! Domani, e sempre, tutto il mondo che vive, che spera, che ama davvero sarà vicino a te.



Commenti

  1. Mi associo agli auguri alla signora. Come sarebbe bello se potesse parlare un'oretta alla tv (italiana) per, oltre a raccontare la sua storia, fare anche un bel discorso a noi che abbiamo la libertà e la democrazia, cosa fare in più per tenercele ben strette, poichè anche la libertà usata da alcuni in modo prepotente a scapito di altri (caste, cricche, mafie, disuguaglianze che pare siano studiate a tavolino, cattiva gestione della cosa pubblica, ecc.) potrebbe alla fine essere equiparata (erroneamente) ad una dittatura, e quindi indebolire questa nostra democrazia che, pur con le sue tantissime distorsioni, è pur sempre, credo, preferibile alla migliore delle dittature.

    Scritto da q.e., 6 anni, 9 mesi fa


  2. Si', ci lamentiamo, spesso con ottime ragioni, di questo nostro sistema, ma e' pur sempre preferibile ai sistemi che ci sono in Birmania, in Thailandia, probabilmente anche in Cina e certamente nell'ex Tibet, o in paesi poverissimi e corrotti come il Nepal o alcuni stati africani. Ce ne dovremmo ricordare ogni tanto.

    Scritto da Boh/Orientalia, 6 anni, 9 mesi fa


  3. molto interessante la segnalazione, cui ho accennato anche nel mio irrilevante blog

    una domanda mi gira per la testa: ma in asia, da qualche parte, esiste la democrazia? può esistere? oppure ci dobbiamo rassegnare all’idea che la democrazia, quella classica cui facciamo riferimento, è un sistema bello ma storicamente determinato, legato ad una civiltà specifica? per cui i suoi valori, nobili certo, non sono "universali" ma connessi ad un ciclo storico ed economico specifico? me lo fa pensare la cina, ove lo sviluppo capitalistico più efficace avviene nel contesto d’un sistema politico non democratico

    Scritto da diego, 6 anni, 9 mesi fa


  4. diego, domanda intelligente, al solito, e pertinente. Molti asiatisti se la pongono.

    Sì, esiste, guarda all’India: sistema di governo democratico e sistema legale democratico (direi anche più del nostro, se non per i tempi che sono elefantiaci come da noi). Guarda al Nepal, pur con problemi enormi: ora è democratico. Poi Taiwan, l’Armenia, dove le elezioni del 2008 sono state, a detta degli osservatori occidentali, democratiche, l’Azerbaijan (classificato partly free come noi, del resto), la Turchia, pur con i suoi limiti, la Mongolia e così via. Ce ne sono di stati democratici alla maniera occidentale.

    Eppure molte nazioni asiatiche si sono riunite a Bangkok rivendicando un set di valori diversi da quelli occidentali e, conseguentemente, una carta dei diritti umani asiatica. E delle leggi diverse, un sistema di governo diverso (per esempio in Afghanistan è sempre esistito un sistema di democrazia diretta, con voto di villaggio, che però escludeva le donne).

    Insomma un bel problema al diversità: ma siamo di versi noi da loro, o loro da noi? Chi l’ha detto che tutto il mondo si deve adeguare al sistema di vita occidentale?

    Quindi la questione esiste, eccome.

    Scritto da Boh/Orientalia4All, 6 anni, 9 mesi fa


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L'autore del blog

boh

Questo è il blog di Enrica Garzilli, specialista di indologia e di studi asiatici e docente di Storia del Pakistan e dell'Afghanistan presso il Dip. di Studi Politici dell'Università degli Studi di Torino.