Yoga tutti i diritti riservati ©

asana dello yogaSi parla sempre di copyleft e la openculture la fa da padrona, specie in Rete, tanto che grandi centri di cultura come Harvard University condividono la conoscenza tramite la libera diffusione delle loro pubblicazioni.

L’India però va controcorrente, e con buone ragioni. Sta infatti mettendo il brevetto sugli Asana, le famose “posizioni” dello yoga.

Il sudafricano Council for Scientific and Industrial Research (CSIR) sta preparando il brevetto per circa 900 posture, in modo che le multinazionali del fitness e del benessere non possano reclamarne la paternità e far pagare sulla pratica. Si paga chi insegna gli Asana – come un tempo si faceva l’offerta al maestro – ma non si paga per riprodurli come fossero un brano musicale o un libro.

Asana è un termine sanscrito che significa “stare”, perché ogni posizione, per avere benefici fisici, innanzi tutto, e anche psicologici, va tenuta per un certo tempo. Bisogna rimanere fermamente e comodamente nella posizione assunta, che sia quella del cobra, del leone, di Shiva o del cadavere, e questo richiede tempo sia per imparararla, sia per rimanerci comodamente.

Gli Asana rappresentano il primo gradino del percorso in otto o sei tappe di molti tipi di yoga – innanzi tutto lo Hathayoga o Yoga violento – perché, per gli enormi benefici fisici che portano, costituiscono la premessa indispensabile per pratiche più avanzate come la meditazione. Il fine dello yoga è sempre Moksha o Mukti, la liberazione in vita. Di Asana parla un trattato classico dello yoga, gli Yogasutra, o Aforismi sullo yoga, un testo sanscrito composto da Patañjali probabilmente nel I secolo a.C.

Lo yoga più praticato contempla un percorso di otto gradini divisi in 3 grandi gruppi: Yama, le cinque astensioni o precetti morali come l’ahimsa, la non violenza, o il non rubare; Niyama, le cinque osservanze come lo studio delle sacre scritture; Asana, cioè le posizioni del corpo, le cui principali sono tradizionalmente 84 ma che tutte insieme sono oltre 900; vengono poi il Pranayama, cioè il controllo del respiro, il Pratyahara o ritiro dei sensi dagli oggetti esterni, Dharana o concentrazione, che si attua solo dopo che i sensi sono sganciati dal mondo esteriore, il Dhyana o meditazione, che in Giappone è diventato lo Zen, e l’ultimo stadio, il Samadhi, un termine che ha molti significati – c’è un Samadhi buddhista, jainista e così via – e viene generalmente identificato con la compenetrazione del meditante nella coscienza universale, di cui è parte.

Il motivo per cui l’India mette il copyright sugli Asana è che un certo numero di paesi occidentali ha già reclamato la paternità di circa 250 di essi. Col risultato che le spa e i centri di fiteness e benessere, ma anche le palestre e le scuole di yoga, per farle praticare devono pagare.

La cosa assurda è che gli Asana, riconosciuti universalmente come parte delle terapie trazionali dell’India, siano diventati un business e siano usati per scopi puramente commerciali. Negli Stati Uniti circa 3000 variazioni degli Asana sono già stati brevettati. Quasi quasi mi aspetto che qualcuno metta il brevetto sulla pizza.



Commenti

Comments are closed.


L'autore del blog

boh

Questo è il blog di Enrica Garzilli, specialista di indologia e di studi asiatici e docente di Storia del Pakistan e dell'Afghanistan presso il Dip. di Studi Politici dell'Università degli Studi di Torino.