Parla dell'India con Rampini

Federico RampiniIeri notte, come spesso faccio, ho visto la trasmissione Parla con me, condotta da Serena Dandini. Una trasmissione piacevole e divertente, intelligente ma leggera, colorata – non mi piacciono gli studi televisivi da designer miminalista, tutti freddi e spogli, anche se fanno tanto “intellettuale” – e, soprattutto, abbastanza breve: un’intervista a un personaggio e via.

Per questo non ho né condiviso né capito l’attacco alla Dandini di Aldo Grasso sul Corriere della Sera. Oltre tutto, penso che una recensione anche negativa fatta con questi toni si possa tranquillamente evitare, sia per i libri sia per le trasmissioni. E l’accenno alla sua età mi è sembrato un po’ di basso livello, lo devo dire.

Ieri era la volta dell’intervista a Federico Rampini, che stimo e leggo con piacere. Asciutto come sempre, parlava del suo ultimo libro Slow Economy. Rinascere con saggezza. Tutto quello che noi occidentali possiamo imparare dall’Oriente. Si è presentato asceticamente vestito con una camicia blu di Cina allacciata con alamari, ovviamente cinese. Molto in tema, molto appropriato devo dire.

Rampini ci ha dato una bella lezione sulla frugalità quotidiana della gente in Cina, ha raccontato della sua assistente cinese che non buttava via neanche l’acqua del riso (ma non lo cuociono in pochissima acqua, coperto, ché poi s’asciuga come in India?).

Ma ho fatto un salto sul sofà quando, se non sbaglio (era tardi), ha detto che in Cina, come in India, il divario fra i tanto ricchi e i poveri è minore che in Occidente.

Federico, che dici? E’ ben noto che questo divario è molto maggiore lì che qui e che è un frutto della nuova colonizzazione, quella delle multinazionali, e parlo specialmente dell’India. Ci sono fior di studi sull’argomento, come quelli degli eccellenti economisti dell’Ocse Andrea Goldstein e Federico Bonaglia, che se ne sono occupati in modo specifico.

Ci sono i 17.000 suicidi l’anno (in crescita) degli agricoltori in India che da poveri negli anni passati sono diventati, se possibile, più poveri, in contrasto con le grandi famiglie industriali, una per tutte i Tata, ma ci sono gli Hinduja, i Jain nell’editoria, i Jethmalani in politica, tutta gente che conosco personalmente e su cui posso testimoniare, e tanti altri clan che non conosco ma di cui si sa la storia.

Tante famiglie, ma sempre una percentuale assolutamente esigua, se paragonata alla popolazione dell’India. Una vera e propria super casta di famiglie dalla ricchezza incalcolabile, che vive con standard di un lusso per noi quasi inimmaginabile.

Il fenomeno di questo divario enorme è dovuto alla globalizzazione. E’ una delle ricadute della globalizzazione in Asia e in Africa, che vengono definiti appunto paesi neo-colonizzati (dall’Occidente). Dopo il colonialismo, la neo-colonizzazione delle multinazionali.

E il divario sproporzionato fra i poveri e i ricchissimi, nei paesi in via di sviluppo (la Cina e l’India sono ancora paesi in via di sviluppo) è così grande, che ha fatto fluire penne di scrittori e studiosi. Credo sia ben noto anche a chi ci ha vissuto per cinque anni fino a l’altro ieri, come l’amico Nello Del Gatto, o da chi ci va spesso, come il noto storico ed economista Michelguglielmo Torri o gli amici Alessandro Gilioli e Marco Restelli. Non parlo di quello che vedo io. Parlo di chi va lì con gli occhi ben aperti e, forse, non “contaminato” da studi preventivi un po’ noiosi, da chi è colto ma fa il giornalista come te. Sveglio, svelto, veloce.

Delle volte Rampini, leggendo i tuoi libri – belli, piacevoli e ben fatti -, mi viene da pensare quello che ho pensato quando ho letto La speranza indiana, tutto shining India (che, tra l’altro, era lo slogan elettorale del partito nazionale di destra Bharatiya Janata Party nel 2004): ma è la stessa India quella di cui stiamo parlando?

L’India che conosco io è certamente migliorata negli ultimi 20 anni (cioè da quando ci vivevo), nel senso che il benessere si è allargato a fasce maggiori di popolazione: ma i ricchi sono sfacciatamente ricchi, in modo quasi disgustoso, in un modo che da noi è quasi impensabile – forse perché il nostro Presidente del consiglio il buon gusto di non ostentare troppo la sua ricchezza ce l’ha -, e c’è una fascia di poveri sempre più poveri che fa paura. Poveri assoluti, poveri per cui il livello di povertà neanche si applica perché ne sono troppo al di sotto. Quella indiana è un’economia per larghi versi insostenibile, tutta incentrata sullo sviluppo dell’IT e altri servizi che sono una merce preziosa sul mercato internazionale, e sulla negligenza verso la produzione di beni di prima necessità. Ripeto: si chiama mercato globale o globalizzazione.

Appunto gli studi degli economisti, aggiungiamoci anche il Nobel Amartya Sen, hanno dimostrato che lo sviluppo capitalistico settoriale e la globalizzazione aumentano il divario fra questi ricchissimi e questi poverissimi, specie nei paesi in via di sviluppo come l’India.

Quindi quando ti ascolto o leggo i tuoi lavori sorrido perché mi piaci: ma non so di che paesi tu stia parlando, signor Rampini.



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L'autore del blog

boh

Questo è il blog di Enrica Garzilli, specialista di indologia e di studi asiatici e docente di Storia del Pakistan e dell'Afghanistan presso il Dip. di Studi Politici dell'Università degli Studi di Torino.