Lawrence Lessig a Milano, much ado about nothing

Lawrence LessigIeri sono arrivata tardino, giusto un 15 minuti prima dell’evento, dovevo preparare un editoriale un po’ complesso di geopolitica in inglese e non mi andava di scrivere castronerie (anche se vanno molto di moda, bisogna averne il coraggio).

Ho incontrato un amico, un genietto del MIT un po’ strano ma davvero in gamba (troppo cervello), che mi ha detto che era tutto pieno dalle 5:45. Due amici giornalisti, uno con l’aureola e una senza (anche se è stata assunta al giornale con tutto il corpo e per lei la regola del 25% in meno a contributo non si applica), mi hanno portato al banchetto stampa, dove mi hanno dato una cartellina miserella con le maggiori informazioni. Ho fatto capolino dentro la sala ma tutta quella gente accalcata per me era troppa, anche se lo spazio per giornalisti era diverso. Non ho avuto pazienza e ho fatto marcia indietro.

Avrete capito che l’iscrizione online era farlocca. Non contava assolutamente niente. E avrete intuito che si spacciavano giornalisti, per avere il posto privilegiato, persone che giornalisti non erano. C’era un maxischermo all’aperto, ma con quel frescolino più invernale che primaverile non era il caso di sedersi.

Ma la cosa che più mi ha deluso è stata la presentazione. Infatti, con un po’ di amici siamo andati all”ufficio del genietto del MIT, che era vicinissimo, e abbiamo ascoltato la traduzione in streaming. Purtroppo. Le pause erano strane e il traduttore parlava alla velocità della luce. Non sarebbe stato meglio lasciare la voce originale in inglese?

Soprattutto, la presentazione in sé non diceva assolutamente niente di innovativo, di creativo, o semplicemente di informativo. Era solo una tirata retorica sulla corruzione e sul perché certe leggi passano al Congresso americano: per gli interessi delle lobby e non per il reale benessere di tutti. Bella scoperta.

La Marcia del sale di Gandhi del 1930 come esempio di comunicazione basata sul passaparola era sballata: Gandhi passava di persona, fisicamente, insieme a seguaci e famiglia; inoltre, i tempi erano stramaturi perché la gente si accodasse. Era stato preceduto da almeno 10 anni di lotte per l’indipendenza organizzate e pubblicizzate (per esempio l’Indian Independence League) e da diversi altri decenni di lotte spontanee, sommosse, ribellioni e ammutinamenti in vari parti dell’India. I tempi erano maturi per l’enorme successo della Marcia del sale. Senza considerare che in Asia il passaparola è il mezzo di comunicazione più efficace da sempre, in ogni situazione, mancando fino a pochi decenni fa, in molti paesi, un efficace sistema postale (o mancando del tutto: in Nepal le poste sono state fondate nel 1952, prima smistavano tutto all’Ambasciata indiana), ed essendo i nuclei familiari e di clan molto stretti. Ovviamente, quindi, le notizie hanno una facilità di “accoglimento”, trasmissione e smistamento velocissimo.

Anche nella presentazione c’era un pezzetto di film Al Gore che ha citato Gandhi — usato e abusato in quantità — e l’importanza di un’attiva partecipazione di tutti perché ci sia una vera democrazia. Un concetto, devo dire, rivoluzionario.

Retorico il finale di Lessig: la democrazia si costruisce insieme, partecipando. Lessig probabilmente vuole trasformarsi in un predicatore idealista, ma a me ha annoiato. Oltre tutto, la citazione continua dei premi Nobel a riprova delle sue parole mi è sembrata fuori luogo, se parliamo di comunicazione orizzontale e di partecipazione di popolo. Loro non sono “popolo”.

Molto ben fatta, però, la presentazione, davvero multimediale, veloce, spiritosa. Se mettiamo da parte i contenuti, che di innovativo non avevano proprio niente.

A ripensarci, non lo cantava già Gaber nel 1972 che libertà è partecipazione (il testo completo)? Io non so quanto abbia speso Wired per organizzare la marcia di Lessig ma, forse, poteva impiegare i soldi in qualcosa di più costruttivo per tutti.

A mio giudizio: Lessig era evitabile, quello che aveva da dare, ed è stato tantissimo, l’ha già dato; e l’organizzazione carente (ma non era colpa dei bravi ragazzi alla reception, che oltre tutto non erano all’altezza dei soliti giochetti all’italiana). Forse erano interessanti le domande finali ma, a quel punto, sbadigliavo vistosamente davanti al computer e sono tornata a casa.

In sunto: la cosa brutta è che di innovazione niente, zero, nada. La cosa positiva è che Lessig usa la sua immagine e la sua auterevolezza per diffondere un messaggio etico.



Commenti

Comments are closed.


L'autore del blog

boh

Questo è il blog di Enrica Garzilli, specialista di indologia e di studi asiatici e docente di Storia del Pakistan e dell'Afghanistan presso il Dip. di Studi Politici dell'Università degli Studi di Torino.