Il decreto Gelmini è diventato legge: che bello, si ritorna al Ventennio

Ho seguito sempre l’iter della riforma dell’Istruzione della signora Gelmini ma poi, quando ho visto che per Natale la protesta si era molto attenuata, ho capito che il decreto sarebbe diventato legge. Protestano e protestano ma poi la mamma chiama per la cena e tutti corrono (leggi: feste; leggi: settimana bianca). E così è stato.

Solo un punto. Quella che è stata definita una grande riforma per la trasparenza nei concorsi funzionerà così:

Cambiano le regole per la composizione delle commissioni dei concorsi. Saranno composte da un ordinario nominato dalla facoltà che bandisce il posto e quattro ordinari sorteggiati da una lista di dodici professori estranei all’Università che mette a disposizione la cattedra.

E prima che succedeva? Lo stesso, solo che ora, sia per professori ordinari sia associati, decideranno tutto gli ordinari. In modo ancora più chiaro di prima (quando per gli associati erano presenti anche gli associati). E quali ordinari? Un membro interno, che presumibilmente sarà il presidente di commissione, e quattro esterni.

Da notare che gli esterni sono sempre scelti fra una rosa di professori che si candida per essere eletta e che chiede il voto agli altri per diventare papabile. In sunto: è tutto come prima, solo che gli ordinari ora decideranno tutto per i concorsi, senza neanche un barlume di opposizone. Non che prima ci fosse, nessun associato o ricercatore si oppone all’ordinario, se non vuole che la sua carriera sia bloccata, ma almeno c’era la possibilità. E magari un barlume di discussione, che fa sempre bene.

Per i ricercatori la commissione è composta da un ordinario e un associato scelti dalla facoltà che bandisce il posto e da due ordinari sorteggiati in una lista composta dal triplo dei candidati necessari, anch’essi estranei all’Ateneo coinvolto.

Qui va anche peggio perché prima il membro interno era uno. Ora sono addirittura due e, in più, l’associato mai si opporrà all’ordinario (vedi sopra). La diversità è che anche per i ricercatori gli unici a decidere quindi, in pratica, saranno gli ordinari, anzi, l’ordinario membro interno (che in pratica ha due voti). Oltre tutto, se la facoltà bandisce il concorso, sobbarcandosene l’onere, è assicurato che deciderà sul vincitore. E la sana competitività fra concorrenti dov’è?

Con la riforma, quindi, in soldoni, gli ordinari italiani si metteranno d’accordo prima, esattamente come succedeva col vecchio sistema, solo che ora decideranno tutto senza neanche la possibilità della critica o della contro-proposta dei ricattabilissimi associati o ricercatori.

Si ritorna, di fatto, al vecchio sistema della cooptazione dei docenti che c’era nel Ventennio fascista. Dove a decidere le sorti dell’università erano solo gli ordinari, a priori. Per me va bene, basta esserne consapevoli.

Hanno strombazzato che il sistema assicura la trasparenza nei concorsi: in effetti il sistema è assolutamente trasparente e chiaro, l’università è dei professori ordinari italiani che, naturalmente, decideranno tutto sulla base dell’effettivo merito del candidato, dei titoli e delle pubblicazioni, dell’esperienza, del buon nome all’estero, della capacità didattica, della qualità e della quantità delle pubblicazioni internazionali, della dedizione al lavoro, della capacità di collaborazione, dell’età (in quanto studioso). O no?



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L'autore del blog

boh

Questo è il blog di Enrica Garzilli, specialista di indologia e di studi asiatici e docente di Storia del Pakistan e dell'Afghanistan presso il Dip. di Studi Politici dell'Università degli Studi di Torino.