La Cina dopo i Giochi olimpici

ChinaLa Cina neo-imperiale?
I giochi olimpici appena conclusi hanno dato lustro a Pechino e legittimato a livello internazionale il ruolo di Cina come superpotenza a fianco delle altre superpotenze, USA e Giappone in testa. All’interno hanno rinvigorito la nuova strategia di compromesso o di «società armoniosa» ribadita dal XVII Congresso del partito comunista cinese e da Hu Jintao, indispensabile per continuare a esercitare il monopolio politico.

Una società armoniosa, ma non tanto
Infatti, negli anni passati il miglioramento generale delle condizioni di vita ha legittimato delle condizioni di non totale libertà della popolazione, ma è stato anche la molla propulsiva di istanze sovversive, che sono fonte di gravi instabilità politica all’interno del paese. La Cina ha al suo interno molte forze perturbatrici dell’«armonia globale» o «società armoniosa», come viene chiamata, cioè le proteste sociale che da anni scuotono le campagne, le aree urbane disagiate e le zone minererie del Nord-est, la rivolta dei vari gruppi etnici per l’indipendenza del TAR, la Regione autonoma tibetana, e quella degli uiguri della Regione autonoma dello Xinjiang, il movimento di massa del Falun Gong.

Le istanze interne e la politica internazionale: il Darfur
Queste istanze, potenzialmente o dichiaratamente rivoluzionarie, hanno reso sempre più difficile per il governo di Pechino convincere le potenze occidentali che l’enorme sviluppo economico che sta attraversando il paese sia davvero pacifico. La Cina, inoltre, ha avuto anche pesanti critiche da parte degli altri paesi non solo per la sostanziale soppressione delle libertà civili al suo interno, ma anche per un comportamento contrario alle norme internazionali, come l’ottenimento delle materie prime da paesi in via di sviluppo come quelli africani, e in particolare il Sudan, teatro del conflitto armato del Darfur.

La Cina sale sul podio della vittoria
L’impossiblità reale di esercitare una qualunque pressione sul governo cinese da parte delle altre nazioni, se si eccettua il richiamo ai diritti umani di Bush, ha ribadito la sostanziale marcia vittoriosa della Cina sul podio internazionale e il completo superamento del tentativo della politica di contenimento e di isolamento del paese da parte delle altre superpotenze. Alle violazioni dei diritti umani e ai commenti internazionali sono sempre seguite le stizzite dichiarazioni del governo di Pechino, che invitava a non occuparsi dei suo affari interni, mentre la preparazione dei giochi continuava senza sosta.

Gli antefatti: la Cina nel panorama internazionale
Facciamo un passo indietro. Nel settembre 2007 si è tenuta una grande esercitazione navale nella Baia del Bengala a cui hanno partecipato gli USA, l’India, il Giappone, l’Australia e Singapore. Il primo ministro giapponese Shinzo Abe, di fronte al Parlamento indiano, ha parlato di «bordo esterno del continente euroasiatico», una specie di confine ideale che delimitava i loro paesi, grandi potenze democratiche, ed escludeva la Cina.

Dopo pochi mesi, per ragioni di politica interna, Abe si è dimesso. Il primo ministro australiano, che faceva parte di questa coalizione ideale, è stato sconfitto alle elezioni. In Giappone e in Australia sono stati eletti due primi ministri, rispettivamente Yasuo Fukuda e Kevin Rudd, che hanno sempre sottolineato l’esigenza di ottime relazioni politiche, diplomatiche ed economiche con il governo di Pechino.

Nelle Nazioni Unite
La graduale integrazione dell’India nell’orbita strategica, militare ed economica dell’America, che si è conclusa con gli accordi sul nucleare dell’anno scorso, ha visto la Cina, membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, operare perché la richiesta dell’India, che dal 2004 chiede di farne parte come membro permanente, venga rigettata. La Cina ha anche attuato la sua politica di minaccia, o meglio di fastidio, sulla questione dei confini, pretendendo di annettersi il piccolo stato completamente indiano dell’Arunachal Pradesh, in modo da tenere l’India in continuo stato di allarme.

Termina la situazione di isolamento internazionale
Grazie a questi cambiamenti in Giappone e in Australia, la Cina quindi non si trova più nella posizione di isolamento internazionale che aveva fino a sei-sette prima dell’inizio dei giochi olimpici e al momento non teme che la sua grande controparte asiatica, l’India, venga ammessa a far parte dei membri permanenti nel Consiglio di Sicurezza. La sua marcia verso il primato politico ed economico asiatico è indisturbata. La grandeur con cui sono stati aperti i giochi di Pechino e i trucchetti da cabaret, la bella bambina con i codini che cantava l’inno nazionale, ma in playback, i fuochi d’artificio magnifici ma finti, visibili solo in televisione, sono il paradigma della reale situazione del paese a livello internazionale.

La situazione econonomica
Da una parte, secondo il famoso rapporto della Banca della Corea del Sud del settembre 2005, la crescita economica della Cina si sviluppa a ritmi vertiginosi (seguita da vicino dall’India) e nel 2020 avrà superato quella del Giappone, nel 2040 quella degli Stati uniti; dall’altra le dichiarazioni di apertura, per le olimpiadi, al tema dei diritti umani, sono sconfessate dai fatti e hanno dimostrato che nessuno stato del mondo è in grado di esercitare alcuna pressione né si può permettere alcun monito.

E i diritti Umani?
In pratica, con i giochi la Cina ha imposto il rispetto da parte delle altre superpotenze e ha offerto un’immagine, se pure in parte finta, di armonia e di grande ordine interno. Infatti, il 14 agosto Wang Wei, il vicepresidente del comitato organizzatore a Pechino, ha dichiarato al Comitato olimpico internazionale che questi giochi aiuteranno la Cina all’apertura e alle riforme in termini di diritti umani. Il governo ha anche ribadito che è intenzionato a riprendere, ma sarebbe più corretto dire iniziare, il dibattito con il Dalai Lama per la questione tibetana. E le rifome in senso democratico e di apertura ai diritti umani? Diplomaticamente, il governo cinese dichiara che si faranno.

Nuovi sviluppi
Il 1° settembre 2008 il primo ministro giapponese Yasuo Fukuda, che il 26 settembre 2007 aveva preso il posto di Shinzo Abe, si è dimesso. La ragione ufficiale è stata per evitare un vuoto di potere. Infatti il rimpasto governativo non aveva assicurato la stabilità.
Non si però quando le sue dimissioni saranno effettive né chi lo succederà.

Al momento, non è possibile sapere come sarà orientata la nuova politica estera giapponese e che effetti avrà sulla Cina. Certo è che dal podio difficilmente la Cina vorrà scendere.

© 2008 Enrica Garzilli. Tutti i diritti riservati.



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L'autore del blog

boh

Questo è il blog di Enrica Garzilli, specialista di indologia e di studi asiatici e docente di Storia del Pakistan e dell'Afghanistan presso il Dip. di Studi Politici dell'Università degli Studi di Torino.