La rivoluzione non sarà bloggata: ovvero, il parco buoi dei blogger italiani di Fabio Metitieri

Grazie a Andrea Perotti vi propongo il lusinghiero articolo di Fabio Metitieri sul “parco buoi dei blogger [in Italia] meno conosciuti [che] si lamenta per l’ascesa di una casta di pochi blogger «presen­zialisti- professionisti» e privilegiati” e “i blogger, espressione del ni­chilismo contemporaneo, sono dei buoni a nulla (sic) che non hanno il tempo e le capacità per svol­gere alcuna ricerca…“.

Queste e altre amenità profuse a manetta in un suo articoletto pubblicato sul Corriere del Ticino. Solo un commento: l’amico Metitieri ci ha capito tutto! E’ di una profondità sorprendente e, soprattutto, un grosso principio di realtà: negare negare negare. Negare soprattutto che i blog hanno rivoluzionato la comunicazione e l’informazione, nella forma e nella sostanza. E, per avallare il suo discorso, offendere i blogger in genere, ma specie quelli italiani.

(Ma l’acido che sprizza da tutti i pori di Metitieri verso i blogger da dove lo prende? Gli avete fatto qualcosa? Dai, confessatelo: a meno che non lo faccia per farsi una bella pubblicità..) Enjoy!

LA RIVOLUZIONE NON SARÀ BLOGGATA

Il blog è morto, viva il wiki: questo è il succo di alcuni commenti pubblicati negli ultimi mesi proprio sui blog, dove l’incapacità del­la blogosfera di mantenere viva la conversazione on line è stata contrapposta alla dialettica pre­sente nei wiki, gli strumenti con cui è stata crea­ta la celebre enciclopedia collettiva Wikipedia.

È l’inizio della rivincita degli ambienti comuni­tari sull’individualismo e sul personalismo dei blog. Il discorso è proseguito tra marzo e aprile con Dave Winer, uno dei blogger più famosi, che ha scritto che il blogging di adesso è soltanto «bul­lshit about recycled bullshit» (come dire: «scioc­chezze riciclate»), e con la rivista americana Cnet, che ha criticato la «blogorrea» generata dalla fa­cilità con cui on line chiunque, premendo un ta­sto, può trasformarsi in uno scrittore o in un esper­to.

Sia chiaro: nessuno critica i blog come strumen­to sociale, usato allo stesso modo dei social net­work propriamente detti, quali Myspace e Face­book. Un esercito di adolescenti utilizza (anche e non solo) il blog come canale di comunicazione con i compagni di scuola e gli amici, e altrettan­ti giovani e meno giovani affidano ai blog le loro passioni, per trovare altre persone con gli stessi interessi. Su questo piano il blogging funziona be­ne.

Un gruppetto di ostinati teorici, però, giura da anni che la possibilità per tutti di pubblicare fa­cilmente on line sta rivoluzionando l’informazio­ne e sta scardinando il vecchio sistema dei media. Li ha smentiti Geert Lovink, un noto studioso di cybercultura che aveva creduto a lungo in un fu­turo radioso per i blog. Lovink già all’inizio del 2007 ha scritto che i blogger, espressione del ni­chilismo contemporaneo, sono dei buoni a nulla (sic) che non hanno il tempo e le capacità per svol­gere alcuna ricerca, per cui raramente arricchi­scono una notizia e su un dato argomento si li­mitano di solito a creare una nuvola di impres­sioni. Questa nuvola, come è facile notare facen­do ricerche on line, spesso soffoca le poche vere informazioni prodotte dai blog, perché uno dei pi­lastri della teoria della blogosfera, la swarm in­telligence o wisdom of crowds, cioè la capacità collettiva di evidenziare le risorse migliori trami­te i tag, le etichette della folksonomy, o con i link reciproci, di fatto non funziona.

Spesso i link re­ciproci servono soltanto a scalare le classifiche, soprattutto nella piccola blogosfera di lingua ita­liana, dove le personalità di spicco sono poche e la concorrenza è limitata. I blogger nostrani sem­brano assillati più che altro dalla popolarità, tan­to che a fine marzo, in seguito alle troppe polemi­che sui suoi criteri di ordinamento, ha chiuso i battenti Blogbabel, che produceva una delle clas­sifiche italiane più usate. Sempre in Italia, il par­co buoi dei blogger meno conosciuti si lamenta per l’ascesa di una casta di pochi blogger «presen­zialisti- professionisti» e privilegiati, che vengono corteggiati dalle agenzie di comunicazione, che sono invitati agli eventi di marketing e ai conve­gni e che scrivono articoli su qualche testata di carta.

In effetti chi ha un blog molto gettonato, so­prattutto nella blogosfera in italiano, spesso lo ve­de come il mezzo per raggiungere una notorietà che lo porti verso la carta o, meglio ancora, nei salotti televisivi.
Persino quando si tratta di scrivere la teoria e la storia della blogosfera, ai blog vengono destinati solo pochi appunti e il lavoro completo viene pub­blicato soltanto come vero libro, rigorosamente sotto copyright.

L’evoluzione di questo atteggiamento ha genera­to un’aspra polemica sull’uso dei blog a fini com­merciali. Alcuni blogger lavorano senza remore per le campagne di marketing virale (o buzz), scri­vendo dei post che promuovono un marchio o un prodotto. Altri, invece, anche se sono sempre in viaggio per partecipare a qualche evento, giura­no di non accettare soldi da nessuno e di essere del tutto indifferenti ai rimborsi spese e ai buffet. Lo sfruttamento economico delle reti sociali è una tendenza generalizzata. E uno degli ultimi nume­ri della rivista First Monday, tutto dedicato a cri­ticare il mito del Web 2.0, sottolinea come nella Rete di oggi si cerchi spesso di convogliare verso progetti tutt’altro che non profit il lavoro gratui­to svolto on line.

In questi scenari, nostrani e internazionali, è nau­fragata una rivoluzione blog che, con buona pa­ce dei suoi guru, non è mai neppure iniziata.

[Le divisione in paragrafi è mia]



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L'autore del blog

boh

Questo è il blog di Enrica Garzilli, specialista di indologia e di studi asiatici e docente di Storia del Pakistan e dell'Afghanistan presso il Dip. di Studi Politici dell'Università degli Studi di Torino.