Tibet, il punto della situazione: satyagraha o guerrilla?

Una parte dei tibetani vuole la completa indipendenza e secondo i giornalisti della BBC News, che sono riusciti a evadere i posti di blocco, la protesta si è estesa oltre i confini dell’odierno TAR, la Tibetan Autonomous Region che include parte dell’ex-Tibet indipendente. Da notare che i dimostranti di questo video non hanno armi, urlano e vanno a cavallo! Sembra però che usino i bastoni per danneggiare e diano fuoco per le strade. Contro di loro sono spiegati decine di carrarmati di militari e camionette della polizia armati di tutto punto e anche le forze speciali.

Per tutti quelli che negano la violenza della Cina o che la giustificano con motivi economici, queste sono delle foto inviate dal monastero di Kirti al Free Tibet Campaign. Sono molto crude. Qui l’articolo e le foto. Altre immagini su Free Tibet Campaign.

Ieri i cinesi hanno dichiarato che 100 tibetani si sono spontaneamente arresi e che il Dalai Lama avrebbe orchestrato tutto, mentre quest’ultimo chiede un’investigazione internazionale per stabilire la verità.

Mentre il governo cinese non vuole testimoni tibetani o occidentali e ha allontanato anche la stampa, le organizzazioni dei tibetani chiedono l’aiuto e la presenza internazionale. La Cina è membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’ONU, quindi da quel versante non si potrà fare niente, ma rimane l’azione dell’Unione Europea. Teoricamente, vi sono anche delle NGO sovranazionali come Amnesty Internationa, anche se escludo in modo categorico che siano ammesse nel paese, né ora né mai.

La notizia di oggi è che Gordon Brown e il principe Carlo accettano di vedere il Dalai Lama in UK, contro gli ammonimenti della Cina. Però secondo il sito ufficiale del governo tibetano in esilio (a Dharamsala, in India) gli arresti arbitrari continuano, 600 monaci sono stati portati da Lhasa alla capitale del Sichuan e la Cina sta militarizzando tutti confini per impedire a chiunque di entrare. Certamente per impedire anche che entrino armi dall’esterno, oltre alle persone.

Mi chiedo se metteranno tutti nei lager, come hanno fatto con i rappresentanti del Falun Gong.

La strategia tibetana è chiara: creare tanti focolai insurrezionali in diverse aree del paese, del vero Tibet (che è più grande della regione con amministrazione cinese ma “autonoma” che è diventata oggi, il TAR) e affermare il loro diritto all’indipendenza. Questa dei giochi olimpici è l’unica occasione perché la comunità internazionale si occupi della questione tibetana, e arrivare a delle trattative con la Cina adesso vanificherebbe lo sforzo attuale, i morti e le violenze.

La Cina isola e militarizza completamente la regione ai confini e nelle città e i monasteri dove la protesta è più attiva; mette in prigione o fa sparire quante più persone possibile, portandole anche in altre parti del paese, quindi divide la resistenza; riduce al silenzio la stampa perché impedisce ai giornalisti stranieri di lavorare, di entrare, di vedere e quindi di riportare le notizie all’estero e terrorizza chi li aiuta (anche gli autisti dei taxi che li trasportano).

Tutti i segnali dicono che la Cina è pronta a una repressione violenta in grande stile. Temo che quello che sappiamo finora e quello che si è visto sia niente, in confronto a quello che succederà nei prossimi giorni, anche se le proteste dovessero rientrare. La Cina farà di tutto perché queste sommosse non accadranno mai più, e certamente non quando ci sono gli stranieri per i giochi olimpici.

I tibetani che vogliono la completa indipendenza, e non l’autonomia all’interno dell’amministrazione cinese, combatteranno fino a che ci saranno i giochi. Dice bene il Dalai Lama che queste Olimpiadi si devono tenere: sarebbe non solo un’occasione per i cinesi di conoscere la libertà, ma per la stampa internazionale di entrare nel paese e per atleti, staff e accompagnatori di avere contatti con la gente del posto, anche se controllati. Spero solo che i capi di Stato delle nazioni che parteciperanno abbiano la decenza di non andare all’inaugurazione, come di solito.

I tibetani hanno due strade: o la lotta pacifica a oltranza, il satyagraha, o la guerrilla. Io ho una piccola esperienza diretta della lotta a oltranza in India. Ho assistito a uno sciopero pacifico di diverse migliaia di persone, diversi anni fa a Delhi, in cui i dimostranti erano pronti a farsi uccidere se non avessero ottenuto quello che rivendicavano e ritenevano giusto. Sono stati picchiati selvaggiamente (erano tutti seduti) e portati in prigione a centinaia, ma hanno ottenuto delle cose. In effetti il satyagraha, la resistenza passiva o anche la lotta non violenta, per essere efficace deve essere portata anche alle estreme conseguenze. Pro e contro: morti, morti e ancora morti, la Cina dispiega carrarmati, Uzi, pistole e non bastoni, ma la comunità internazionale interverrebbe in modo più deciso.

Guerrilla: in Nepal ha funzionato. Può funzionare in Cina solo se i guerrilleri riescono ad avere armi moderne ed efficienti, da nazioni estere o dagli stessi trafficanti di armi cinesi. Se riescono a prepararsi adeguatamente, se roscono ad avere appoggi segreti da altre nazioni. Ci sarebbero sempre i morti e, soprattutto i guerrilleri dovrebbero avere i mezzi per comprare le armi o dovrebbero avere delle nazioni amiche, come ebbero i maoisti nepalesi, in grado di fornirgliele, e il training giusto.

Certo è che il buddhismo non predica necessariamente la non violenza, anzi, nel corso dei secoli i monaci tibetani hanno impugnato più volte le armi.

Ci sarà sempre e in ogni caso molto spargimento di sangue nei prossimi giorni, sia che i tibetani continuino la protesta, sia che non la continuino. Sia che adottino il satyagraha, sia la guerrilla, sia le sommosse spontanee. La repressione c’è e continuerà. La Cina deve sedare tutto ben prima che comincino i giochi.

A a noi non rimane che tenere viva la fiaccola dell’informazione e pregare, chi prega, o mandare loro l’energia positiva: ma le Olimpiadi sono l’unica occasione che i tibetani hanno di ritornare in possesso del proprio paese o, almeno, di reclamare i loro diritti e far sentire la propria voce nel mondo, con qualche possibilità che dopo quasi 50 anni vengano ascoltati.



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L'autore del blog

boh

Questo è il blog di Enrica Garzilli, specialista di indologia e di studi asiatici e docente di Storia del Pakistan e dell'Afghanistan presso il Dip. di Studi Politici dell'Università degli Studi di Torino.