Il Dalai Lama e la posizione dell'Europa e dell'India sul Tibet (e la posizione di alcuni blogger)

Dalai LamaIeri sono stata al computer ad aspettare le notizie dal Tibet fino all’1 di notte ma dall’est è arrivato un silenzio preoccupante. Una calma piatta, forse dovuta anche alla mancanza di informazioni dirette.
Dove saranno stati portati i monaci e gli studenti che a centinaia, dai vari monasteri intorno a Lhasa, sono stati caricati sui camion militari?

Prima di vedere la situazione in Cina, voglio dire due parole ad alcuni amici blogger. Ho letto dei post su blog e su tumblr con un’ironia pesante sulla supposta moda che farebbe scrivere molti del Tibet, come prima della Birmania o di tutte le crisi ed emergenze che ci sono al mondo. E questo, l’ironia sulla questione tibetana, fatta in nome di un supposto beneficio economico che l’Occidente avrebbe a comprare prodotti cinesi. Voglio rispondere solo con qualche nota, anche se ci sarebbe moltissimo da dire.

1) Il diritto di informazione: un blog fa anche informazione e la fa molto più in fretta di un TG o di un giornale di carta. Qualche volta anche meglio perché io per esempio mi occupo di questa parte dell’Oriente da 20 ani, un giornalista deve per forza occuparsi di tutto: se è agli Esteri, spazia dalla Russia all’Australia, l’Africa, la Cina e i rapporti dell’Europa con l’estero. Che avrei studiato/insegnato a fare le scienze orientali se non mi occupassi anche della situazione contemporanea? La storia passata serve a capire meglio il presente e a immaginare realisticamente il futuro.

2) Sull’economia e i vantaggi di comprare cose a poco prezzo prodotte in Cina rispondo alcune parole di Fabio: la delocalizzazione è un furbo escamotage per sfruttare il lavoro in condizioni inimmaginabili, con il risultato di impoverire la produzione qui. Ritengo criminale che un effimero aumento della ricchezza di pochi vada a far buttare al vento decenni di conquiste sociali. Adesso gli operai, entro una generazione anche gli impiegati. Forse prima. Il resto seguirà velocemente.

Ecco, a comprare dei prodotti a basso prezzo in paesi come la Cina, ma anche com l’India o il Nepal, prima di tutto non si sa come vengono prodotti e a quel prezzo umano lì, sul posto. Io ho visto come venivano fatti i tappeti nel nord dell’India, per esempio, con i bambini che lavorano 12 ore al giorno per salari da fame, e non credo che comprarli per risparmiare sia una soluzione valida per un Occidente civile.

Inoltre qui non si produce più, a causa dell’alto costo, lì sì. E qui che facciamo, togliamo lavoro agli operai, poi agli impiegati, e poi? L’outsourcing ha i suoi prezzi economici e sociali.

3) Un altro punto è la qualità. Questa estate per esempio ho comprato a Chinatown qui a Milano dei bellissimi sandaletti infradito rossi a pois. Ogni volta che li ho messi mi hanno lasciato la pianta dei piedi vermiglia. La terza volta mi è anche venuta l’orticaria. In sunto: carini e economici, ma molto nocivi alla salute. Conviene?

Pagare meno conviene, superficialmente, ma non è detto che sia economicamente conveniente né giusto, a lunga distanza. E anche a breve distanza, se pensiamo ai diritti civili di chi lavora, le loro condizioni di lavoro ecc.

4) Un’altra cosa è la libertà: premesso che io qui scrivo di cosa mi pare, se non ledo i diritti di nessuno, mi sembra molto più importante comunque scrivere sul Tibet e i suoi problemi che fare della facile ironia sul Tibet o sulla Cina e lanciarsi in disquisizioni economiche di cui si capisce poco o niente.

5) Ultimo e più importante ragionamento sulla convenienza economica cinese e il lavoro: non c’è ragione economica che tiene, se la gente viene uccisa, torturata e detenuta senza motivo. Non c’è risparmio che tenga se vengono calpestati i diritti umani fondamentali.

Questi giorni passati ho detto più volte di aspettare la posizione ufficiale dell”Unione Eurpoea sul Tibet, perché questa sarà l’ago della bilancia, fermo restando che la Cina ha la ferma intenzione di continuare a occupare un territorio altrui libero e sovrano e di fingere che le appartenga legittimamente.

Il Dalai Lama ha detto che se le proteste continueranno e diventeranno violente, lui si dimetterà come capo di stato, mentre rimarrà sempre il capo spirituale della gran parte dei buddhisti.

La dichiarazione di stamattina della presidenza dell’UE è alquanto forte ed esplicita e insiste su alcuni punti chiave.

Come prima cosa esprime la più profonda simpatia e condoglianze ai familiari delle vittime, e da questo inizio è già chiaro dove tira il vento. Inoltre chiede dei chiarimenti sulla situazione al governo cinese, esortandolo a desistere dalla violenza contro i dimostranti.
Sottolinea l’importanza del diritto alla libertà di espressione e di protesta pacifica e chiede le autorità cinesi di rispondere alle dimostrazioni in accordo con i principi democratici riconosciuti internazionalmente.

L’Europa sostiene fermamente la riconciliazione fra le autorità cinesi e il Dalai Lama e i suoi rappresentanti e raccomanda la Cina a trattare i problemi dei tibetani con riguardo ai diritti umani.

In sostanza, incoraggia ambedue le parti al dialogo costruttivo al fine di raggiungere una soluzione accettabile che rispetti pienamente la cultura, la religione e l’identità tibetana.

Neanche una parola però sul diritto del popolo tibetano di rientrare in possesso del proprio paese e di autodeterminarsi. L’annessione e l’occupazione del Tibet sembrano un fatto assodato e accettato o, meglio, un argomento tabù, come succede ormai da anni con l’occupazione di terre palestinesi da parte di Israele.

Purtroppo la posizione dell’India è invece molto netta: ufficialmente sta attuando una politica di non interferenza negli affari della Cina. A livello locale però l’India sta ostacolando in tutti i modi i tibetani. Infatti quelli che stanno compiendo la Marcia del ritorno al Tibet hanno lasciato Dhesara, nel distretto di Una, alle 1:30 questa mattina e gli è stato ufficialmente ordinato dal Capo di polizia di lasciare lo stato dell’Himachal Pradesh e di varcare il confine del Panjab prima delle 10 di mattina, cosa che sono riusciti a fare.

A Delhi una protesta pacifica di laci e monaci dall’Indian Gate al Jantar Mantar (circa 3 Km) è stata fermata e 60 dimostranti di un’altra protesta davanti all’Ambasciata cinese sono stati messi in custodia preventiva (in prigione).

La Cina si prepara alla repressione e a far sparire gli ultimi testimoni e promette benevolenza verso i dimostranti che si arrenderanno spontaneamente. Truppe paramilitari sono già ammassate a Lhasa e altre zine turbolente e i giornalisti sono stati mandati via.

Tutto questo mentre un gruppo di giovani tibetani da tutte le parti del mondo rifiuta la strategia del Dalai Lama della “via di mezzo” con la Cina — non sul metodo, perché tutti sono d’accordo con il metodo non violento, ma sul fine: vogliono la piena indipendenza dalla Cina, e non l’autonomia facendone parte.

Chiedono anche che la comunità internazione boicotti i giochi olimpici, mentre il Dalai Lama ha detto che i giochi devono tenersi perché gli stranieri che verrebbero sono un’occasione per i cinesi di sperimentare la vera libertà.

Insomma, finalmente la comunità internazionale si muove, la Cina sembra ragionevole, ma io credo invece che stia facendo calmare le acque per poter disporre delle persone detenute a suo piacere. E si apporfitterà delle divisioni all’interno dei tibetani stessi per attuare una repressione sistematica. A quel punto la questione dei giochi non si porrà neanche più: è tutto pronto e si faranno. In fondo sono spariti solo qualche migliaio di tibetani.

Ecco, spero di sbagliarmi.



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L'autore del blog

boh

Questo è il blog di Enrica Garzilli, specialista di indologia e di studi asiatici e docente di Storia del Pakistan e dell'Afghanistan presso il Dip. di Studi Politici dell'Università degli Studi di Torino.