La libera condivisione della conoscenza

girls studying togetherPochi giorni fa la Faculty of Arts and Sciences di Harvard ha votato, prendendo una decisione rivoluzionaria: ha dato all’università il permesso di rendere gli articoli scientifici dei professori della facoltà disponibili al pubblico, pur ritendo gli autori il copyright, eccetto che per quelli scritti per profitto.

Harvard quindi collezionerà, archivierà e distribuirà gratuitamente nel mondo gli articoli, prima di tutto, ovviamente, quelli scritti con i fondi dati dall’università o dal governo.

Questa è una svolta epocale. Il proposito è quello, come è successo con i programmi open source, di contrastare le grandi riviste accademiche, che non danno più il permesso, e lo posso testimoniare, di distribuire neanche una copia dei propri articoli per fini di studio, e il cui prezzo di abbonamento è salito a livelli astronomici.

Io faccio una fatica bestiale e consulto centinaia di libri articoli ecc., spesso a mie spese, attingo ad anni di studi e di letture della scholarship che mi ha preceduto, vado a conferenze e scambio idee con altri studiosi per non inaridirmi ed entrare nel loop, con la stessa ideuzza che gira e rigira nella testa, e soprattutto penso (non è che tutti pensino al mondo, o il mondo andrebbe un po’ meglio e non lo avremmo rovinato in modo quasi irreparabile), analizzo, elaboro, connetto, sintetizzo, trovo il punto debole di un sistema, rettifico il tiro, verifico, riverifico, scrivo, controllo e ricontrollo, aggiungo apparati e note, infine dopo un paio di anni pubblico il mio articolo gratis et amore dei, la casa editrice ci guadagna perché vende gli abbonamenti e poi non posso neanche dare una copia dei miei lavori a un mio collega senza fare io stessa l’abbonamento?

Le case editrici scientifiche professionali come l’olandese Kluwer, che ha 650 riviste scientifiche e pubblica la più prestigiosa rivista di studi orientali, l’Indo-Iranian Journal, ha un abbonamento che costa 250 Euro all’anno per quattro numeri. La qualità dei lavori è ottima (mi pregio di essere stata l’unica studiosa italiana ad avervi pubblicato, e diverse volte); ma il prezzo è davvero un po’ alto. Quando pubblico mi dà 10 e dico dieci copie del lavoro: finite quelle, che di solito si usano nei concorsi, in teoria non potrei neanche fotocopiare il mio articolo e distribuirlo per usi non commerciali (perché poi vedo molto commerciabile un lavoro su The practice of sahagamana and some connected problems, o su Uneditited Sanskrit letters of the Rajguru of Nepal o su alcuni versi dei Rgveda, per fare qualche esempio).

Certo, le riviste si possono consultare in qualsiasi biblioteca, e in USA anche i paesini ne hanno almeno una, di solito molto ben gestita, in grado di fornire libri e articoli da tutto il mondo con il prestito internazionale. Ma questo non è vero nel resto del mondo, Italia inclusa, dove chiedere dei libri è già una mezza impresa e farli venire da fuori è qualcosa di molto arduo, macchinoso e burocratico.

Il prestito internazionale funziona bene solo all’interno delle biblioteche di facoltà, quando i bibliotecari sono svegli e collaborativi — cioè, quando hanno vinto il posto per merito, caso assai raro, o quando dopo averlo vinto hanno deciso di imparare la nobile arte della gestione dei libri e della biblioteca, caso assai più frequente, o si sono appassionati al tipo di lavoro, caso che ha del miracoloso eppure esiste, giuro.

L’esigenza di Harvard è nata quindi dal bisogno di avere più controllo sul proprio lavoro. Il compito primario di una università è la creazione, la diffusione e la preservazione della conoscenza.

L’accesso libero e gratuito ai frutti della ricerca è un passo essenziale per raggiungere questo obbiettivo, e per avere il feedback di studiosi che altrimenti non avrebbero accesso alle risorse. Per esempio, tutti quelli dei paesi in via di sviluppo, o quelli dei paesi occidentali senza larghi mezzi, visto anche che le università e i vari governi hanno generalmente tagliato i fondi per la ricerca, specie in campi di studio com le scienze orientali (compreso quelli più appetibili come la matematica sanscrita, la fisica egiziana, l’astronomia babilonese, e così via.)

Ovviamente il copyright degli articoli rimane agli autori, ma non la licenza di uso. Questo significa che se un giorno l’autore vuole fare delle modifiche o delle migliorie, o vuole ampliare il suo lavoro precedente, è libero di farlo. Al contrario dei progetti open source, nessuno può modificare o ampliare quel particolare risultato: può però, come si fa normalmente, partire dallo stato del lavoro per portare avanti la ricerca e trovare altri risultati, e pubblicare poi un altro lavoro.

L’iniziativa di Harvard, la prima del genere nel mondo, oltre a scardinare il potere delle grandi case editrici risolve in modo concreto il problema dell’accesso alla ricerca dei paesi poveri. E’ un modo molto pratico di promuovere la libera circolazione della conoscenza.

E’ quello che abbiamo sempre fatto con le riviste dell’Asiatica Association, quando ci hanno scritto dai paesi come il Bangladesh o il Kosovo, al tempo: li abbiamo sottoscritti gratuitamente. E’ poco, ma è un aiuto concreto e un modo di realizzare il detto di Gandhi: tutto quello che non si usa in realtà si ruba. Tenersi le conoscenze solo per sé rende arido il cuore e la mente. Perché, come diceva sempre anche la mia amica: La conoscenza è quella cosa che condivisa aumenta.

Da oggi ci sarà molta più libera circolazione di conoscenze, studiosi più felici e più stimolati intellettualmente a dare e ricevere input, paesi che avranno accesso ai frutti dell’occidente ricco: questo porterà a una nuova creazione e circolazione di idee, di scambi, di progetti.

L’era della libera condivisione del sapere è già cominciata.



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L'autore del blog

boh

Questo è il blog di Enrica Garzilli, specialista di indologia e di studi asiatici e docente di Storia del Pakistan e dell'Afghanistan presso il Dip. di Studi Politici dell'Università degli Studi di Torino.