Blog e cultura: Wikipedia è cultura?

Questa è una riposta alla chiosa di Luca De Biase al post “Blog e cultura”, che già ho scritto in parte nel suo blog. Infatti, partendo da un commento che gli è stato fatto, De Biase ha affermato che una rivoluzione culturale necessaria e attuabile dovrebbe partire da uno sforzo collettivo verso un interesse comune e che Wikipedia rappresenterebbe questo “sforzo collettivo verso un interesse comune”.

Io sempre avuto delle riserve verso Wikipedia (anche se ci hanno citato): non nel metodo, che è buono e giusto, ma nel risultato, cioè nei contenuti.

Ho già scritto il 22 dicembre 2005 quando negli ambienti scientifici di lingua inglese c’era stato un vivace dibattito sulla attendibilità di Wikipedia da quando il Dr. T. L. Simmons (New Zealand) aveva scritto di aver corretto un articolo di storia inglese su Wikipedia usando fonti come i grandi studiosi Mark Bloch, Norman Cantor e Joseph Strayer per controbattere alcune argomentazioni su di una voce sull’invasione di Guglielmo il Bastardo, ma gli amendamenti gli erano stati cancellati da un anonimo assai ignorante che “rappresentava il punto di vista di qualche oscuro apologeta pro-Sassone”. Ma quell’anonimo di storia inglese non ne sapeva niente. E concludevo, dopo aver raccontato le mie esperienze, che non solo Wikipedia dice cose spesso superficiali, perché spesso le voci sono scritte dai non addetti ai lavori, ma sbagliate.

In un post del 15 gennaio ho riportato le modifiche a Wikipedia proposte da diversi studiosi e scienziati che si traducono in scientificità, cioè verificabilità, e ripetibilità. Ovviamente, le entry dovrebbero anche essere firmate: non più anonimato. Io voglio sapere chi dice una certa cosa e le sue condizioni socio-politiche e sociali, il suo livello di cultura o di scolarizzazione, il mestiere che fa e così via.
Firmando le voci chi scrive se ne assume la piena responsabilità e chi legge si regola sul taglio dato all’articolo, conoscendo l’autore.

Rimarrebbe su Wikipedia la gratuità sia di chi scrive in contributi, sia di chi legge.
Sull’argomento è stato scritto molto ma mi piacerebbe sentire cosa ne pensate voi.

Circa 10 o 11 anni fa e poi di nuovo 3-4 anni fa mi chiesero di occuparmi di Wikipedia per rivedere e coordinare gli articoli sull’Asia meridionale e orientale. Entrambe le volte dovetti rifiutare perché non avevo molto tempo e non sapevo se sarei stata in grado di mantenere gli impegni presi. Infatti c’era moltissimo da fare, sin dai primi articoli notai subito che Wikipedia era piena di errori, almeno nella discipline orientali, sia antiche sia moderne, che fossero archeologia, biografie, spiegazioni di concetti filosofici, introduzioni o analisi storiche, filologia, riscostruzioni linguistiche o questioni di metodo e di teoria.

D’altra parte bisogna dire che Wikipedia ha rivoluzionato il modo di studiare e di contribuire agli studi. Un modo collettivo, assolutamente pieno di entusiamo e desiderio di dare qualcosa, di avere una voce, di fare parte di un progetto grande, bello, comune, di dare qualcosa agli altri. La gente, tutta la gente, ha bisogno di far sentire la propria voce, di contare, anche a livello culturale. Un desiderio di dare che, nonostante tutto, è insito in molte persone, insieme a una bella dose di protagonismo e di arroganza di molti: tutti sanno tutto, gli informatici si occupano di storia moderna indiana, gli orientalisti di matematica, i fisici di pedagogia, ecc.
Non tutti sanno tutto o quasi tutto, a livello professionale — che sia o meno la loro professione — chi l’ha detto? E’ una questione di qualità e quantità della conoscenza.
E non mi si venga a dire della relatività della cultura: vera, ma stabiliti i parametri non lo è più tanto.

Quindi, Wikipedia ha inferto un bel (e necessario) colpo alle varie enciclopedie in cui un responsabile dice ai redattori e poi agli editor di trovare /correggere gli studiosi che scrivono su certi argomenti, stabilisce cioè a priori gli interessi di chi fruisce dell’enciclopedia; e ha inferto un colpo ancora maggiore all’economia delle enciclopedie, tutte a pagamento sia per le redazioni e chi scrive i contributi e sia per chi fruisce dell’enciclopedia, il lettore che vuole sapere.

La cosa più importante, credo, è che nelle enciclopedie tradizionali il sapere è predeterminato: su Wikipedia ognuno può scrivere una voce. L’interesse viene, insomma, dal basso, dai bisogni della gente. E anche il contributo viene dal basso.

Però spesso mi chiedo che valore abbia questo desiderio di contribuire, a cosa porti insomma, quando spesso anche le date di nascita e morte dei personaggi sono sbagliate, o quando sui fatti e i personaggi contemporanei si imbastiscono storie per motivi politici. Storie personali non edificanti, non vere, che poi gli editor di Wikipedia cancellano, ma che sono lì e rimangono lì nella cache di Google per un bel po’ di tempo. Storie create ad hoc e spacciate per “la verità storica”!

Fino a qualche anno fa, su argomenti tipo lo yoga in italiano erano scritte le solite scemate qualunquiste, con link esterni che erano poco meglio della pubblicità a una palestra. Lo yoga è una disciplina antichissima e rigorosa a livello etico e personale e/o una religione, non sono gli esercizi più o meno ginnici che si eseguono nella palestra di turno. Proprio una voce sullo yoga mi aveva fatto venire in mente che il link era stato messo proprio dai proprietari di palestre..

Insomma, su Wikipedia sia l’informazione che la formazione, in termini di contenuti e di metodo, cioè la cultura, lascia molto a desiderare, almeno sui temi di cultura non informatica. Sull’informatica è molto meglio. Ovviamente ci sono le eccezioni, bisognerebbe fare un controllo della qualità di ogni singola voce, ma lavorando a contatto con gli editor delle case editrici, che a Wikipedia ricorrrono spesso, mi sono resa conto che già la necessità di un controllo di qualità è un assurdo, se si parla di mezzo culturale già in uso.

Mi sono capitati studenti che, nonostante le dispense (gratuite), i libri suggeriti (mai più di 35 Eu complessivi qui in Italia), gli articoli fotocopiati gratuiti, i syllabus, le spiegazioni sempre, chiare, le domande alle quali riservo mezz’ora esatta su due di insegnamento, la disponibilità a spiegare e rispiegare, anche per telefono o email, ecc., sono venuti in classe parlando di cose tecniche (di filosofia induista, che è una cosa molto tecnica, questo è il più bel sito bibliografico online e si vede subito cosa intendo, o di grammatica sanscrita) dopo aver “studiato” su Wikipedia! E pretendevano che fosse cultura e che andasse bene per l’esame, prettamente culturale (e facoltativo).
E’ una questione di qualità.

Su Wikipedia c’è quantità e gratuità, ma la qualità?

La cultura comune è un grande bene e ho sempre pensato che la cultura sia una delle poche cose che aumenta quando viene condivisa: ma che sia giusta. Se cultura deve essere. O che, perlomeno, se ne capiscano i limiti, che non si prenda per oro colato un mezzo di massa come Wikipedia, perché è inevitabile che, se a uno strumento culturale contribuiscono decine di migliaia di persone in tutto il mondo, la qualità sia molto variabile (tendente al basso) e ogni tanto non ci sia neanche qualità o veridicità delle informazioni, ma solo un bla bla bla di persone incompetenti.

E’ come per la televisione: o è per tutti, e allora non si legge la Divina Commedia in originale con commento e musica sinfonica in prima serata, o è per pochi, e allora va bene la lettera delle cantiche. Si può fare una cosa intermedia, ma se uno guarda uno spettacolo di Boncompagni, mettiamo, deve saperne la bellezza ma anche i limiti! Di qualità, di quantità.
Di categoria, per cominciare: uno spettacolo di Boncompagni non è uno spettacolo culturale.

C’è una categoria per Wikipedia ma non è cultura, non si può pensare a una rivoluzione culturale fatta attraverso Wikipedia, non è enciclopedia verificata e veritiera alla quale contribuiscono degli autori con un nome. E’ contributo di tanti, sono begli spunti, e gratuità.

E’ il metodo di lavoro che è rivoluzionario, è il contributo spontaneo di tutti, gratuito, ed è l’accesso quasi gratuito (voglio dire, per chi usa il computer, nel Darfur dubito che lo sia…)

Ma, purtroppo, sembra che la gente ancora non lo sappia e si affidi a Wikipedia come mezzo di cultura. E’ come affidarsi, per eseguire un’operazione chirurgica, a qualcuno che legge un’enciclopedia medica familiare e poi va in sala chirurgica e fa un’operazione… E usa infermieri e secondi chirurghi e anestesiti che hanno a loro volta solo letto o contribuito a un’enciclopedia!

La cultura si fa in altro modo e non può essere totalmente aperta e collettiva, è per forza elitaria: oppure Wikipedia dovrebbe avere una squadra di redattori capaci che controlla, taglia, elimina, lima, amplia, tutti gli articoli. E dovrebbe avere, soprattutto, la firma di chi contribuisce alle voci: così sarebbero scritte cose più esatte.

Ciò nonostante Wikipedia ha dato una scrollata al mondo rigido e costoso delle enciclopedie tradizionali, e questo è assolutamente un bene. Ha dato fiducia a molti nelle loro capacità; in più ha mostrato che contribuire a un prodotto di conoscenza tutti insieme — anche io, che se vedo cose del mio ramo sbagliate le cambio — a qualcosa di positivo, di bello, di grande, di collettivo, è possibile.

Basta che non si pensi di compiere attraverso Wikipedia una rivoluzione culturale. Rivoluzione è di certo: cultura proprio no.
E’ rivoluzione dell’informazione che, come tutta l’informazione, talvolta è superficiale e/o sbagliata perché fatta da non specialisti degli argomenti di cui trattano che, in più sono anche anonimi. Ma non è una rivoluzione culturale.



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L'autore del blog

boh

Questo è il blog di Enrica Garzilli, specialista di indologia e di studi asiatici e docente di Storia del Pakistan e dell'Afghanistan presso il Dip. di Studi Politici dell'Università degli Studi di Torino.