Strage della 'ndrangheta in Germania e integrazione

RozzanoMafia-Morde wie im Kino, Morti di mafia come al cinema“: così si intitola l’articolo di Die Ziet sulla la strage di San Luca, avvenuta a Ferragosto a Duisburg ad opera della ‘ndrangheta, l’organizzazione criminale transnazionale calabrese. Le vittime del regolamento dei conti sono 6 italiani che appartengono agli Strangio- Nirta, in lotta con i rivali dei Pelle-Vottari. Questo è l’articolo del Corriere della Sera e quello di La Repubblica. Qui c’è il video di Amato su Sky TG24.

Pochi giorni fa sono tornata con l’Eurostar proveniente da Napoli. Vicino a me c’era Angelo, un uomo di circa 36-38 anni e suo figlio, un bambinetto simpatico che urlava, scalciava, rideva sguaitamente senza motivo e, in sunto, si annoiava a morte e faceva tutto quello che gli saltava per la testa, come un reuccio dispotico.

Come ti chiami? gli faccio per distrarlo, dato che mi aveva già più che distratto dal lavoro che stavo facendo. Silenzio. Mi fa uno sberleffo e mi sfida guardandomi per diversi minuti con i suoi occhi nerissimi e un po’ aggressivi.
Manc pe’ ‘a capa te l’aggia dì.
E quanti anni hai? Sei grande, sei alto, sei quasi un uomo! Gli dico imperterrita. Al che si mette a ridere e mi risponde:
Cinq’anne.. E apre la mano.
Edill ‘a patrete, quant’anne tieni veramente? Gli fa eco il padre, compiaciuto.
Aggio ditto cinq! Urla. E per tutta risposta si alza dando casualmente un calcio al padre. Che sta zitto.

Angelo mi dice che ha compiuto appena 4 anni. Ci mettiamo a chiacchierare del più e del meno. Lavora come scaricatore per una piccola cooperativa e vive a Rozzano, ridente comune alle porte di Milano dove, mi dice con orgoglio, il 95% degli abitanti è napoletano, calabrese, siciliano, pugliese, romano e così via. E’ un posto bellissimo, mi spiega, perché lui si sente a casa e tutti si conoscono, non c’è criminalità, neanche quella spicciola e se hai bisogno di qualcosa tutti ti danno una mano. Ci sono negozi dei vari paesi e puoi comprare tutti i prodotti che trovi giù — meno le mozzarelle buone, quelle grandi, saporite, con la camicia, che fanno il latticello appena le tocchi. E’ l’unico neo di Rozzano, le mozzarelle.

Lui viene da Secondigliano, un ridente quartiere della periferia di Napoli. E’ andato via perché è una zona di guerra, una guerra della camorra e di questa con lo Stato, che non sa fare altro che reprimere e mandare le forze dell’ordine ma non dà posti di lavoro. Dice che stava sempre alla finestra a vedere se l’altro suo figlio di 18 anni tornava da scuola o glielo avevano già ammazzato. Dice che lavorava solo se la camorra decideva che poteva lavorare e ci volevano le raccomandazioni e le benedizioni dei vari boss e bossetti locali.

Con me parla in un italiano preciso, da libro di scuola elementare, ma riceve una marea di telefonate di amici e mezzi parenti — chi lo viene a prendere alla stazione, chi porta le freselle fresche, chi passa per una birra, la moglie gli chiede se per cena vuole anche la carne e così via — e lui risponde solo ed esclusivamente in dialetto stretto, quello di paese, per intenderci.

Mio figlio Alessandro — e guarda il bambino che per avere 4 anni è davvero grande — sta crescendo da milanese. E’ andato al nido da quando aveva 8 mesi, ha amici perbene figli di gente che lavora con onestà. Lavora, fa i cavoli suoi e poi va giù per le ferie. A Milano è tutto facile, basta cercare lavoro e si trova, senza raccomandazioni e senza pizzo, e Mammina [la moglie, ndr] lava i capelli in casa alle signore perbene e fa tanti soldi. Giù non si può.

Guarda Alessandro con malcelato orgoglio. Quando due sorelle molto attempate dall’altra parte del corridoio, originarie di Montoro, che tornavano a casa in un paese vicino Nizza, all’ennesima pedata gli dicono in napoletan-francese che Alessandro bisogna fermarlo un po’, che deve dirgli qualcosa, che i bambini vanno educati e che è per il suo bene, lui lo guarda e fa, col petto gonfio di ammirazione:

Io devo dire qualcosa a mio figlio? Ma non ci penso proprio. Cresce come un vero milanese, lui è nato qui e deve stare bene qui. Io dire qualcosa? Manco p’a’ ‘capa.

Non so se i bambini milanesi siano tutti così ma penso che Alessandro, che ora ha voglia di chiacchierare con me e parla ininterrottamente, non spiccica una parola in italiano. Parla solo in dialetto stretto con molti termini pugliesi, calabresi, sicilani e così via. Non ho il coraggio di dire a Angelo che la prima cosa per integrarsi davvero è parlare bene, correttamente, e poi una buona educazione e una buona cultura, perché bisogna essere meglio di chi ci ospita se vogliamo integrarci: ma integrarci al meglio di quello che c’è, non al peggio. Anche quando ci circonda.

Che valori avrà Alessandro e che farà a 14 anni, quando aprirà bocca coi coetanei milanesi e tutti sentiranno come parla, vedranno come si muove e come si comporta e lo prenderanno in giro ferocemente, come sanno fare i ragazzi? Avrà davvero così tanta voglia di essere milanese? Di riconoscersi in questa ridente città che lo ha visto nascere ma i cui genitori lavorano onestamente facendo cose che i milanesi non fanno più e trascorrono sempre le ferie e le feste al paese natale, in Terronia?

Ecco, io penso che per sconfiggere le faide familiari esportate all’estero ci voglia una vera integrazione che parta dalla base, con l’educazione, che muova i primi passi coi bambini. Non l’”educazione” ai valori dominanti di strafottenza, aggressività, menefreghismo, prepotenza, fatte con le buone, quasi in silenzio, con tanta ipocrisia magari, o con le cattive, in napoletano, in milanese o in italiano non importa. Un lavoro onesto e sicuro, certo, ma anche la cultura, un vero investimento nell’educazione: perché la vera povertà, la vera alienazione, l’isolamento dell’ignoranza portano alle mafie e al terrorismo e l’unico mezzo per sconfiggerli sul nascere sono quelli della cultura e del rispetto di sé e dell’altro. Questa è integrazione, questa è la vera ricchezza di un paese: l’investimento sull’uomo.

L’economista John Galbraith alle cene di facoltà diceva sempre:

La vera ricchezza, quella che porta all’integrazione, è quella culturale. Solo investendo nelle persone si avrà una crescita compatibile.

Spero che un giorno Alessandro, e anche Angelo, se ne rendano conto. Anzi, che ce ne rendiamo conto tutti.

(La ridente foto sopra è una vista di Rozzano)



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L'autore del blog

boh

Questo è il blog di Enrica Garzilli, specialista di indologia e di studi asiatici e docente di Storia del Pakistan e dell'Afghanistan presso il Dip. di Studi Politici dell'Università degli Studi di Torino.