Milano, rivolta a Chinatown: e i soldi?

Ieri pomeriggio tardi dopo gli scontri sono andata a Chinatown, un quartiere di Milano che comprende Via Paolo Sarpi, Via Bramante, Via Niccolini e un altro gruppo di strade abitate quasi esclusivamente da cinesi di prima o seconda generazione.

Sembrava tutto tranquillo, se non fosse stato per una lunga fila di camionette della polizia e, agli incroci, dei gruppetti di poliziotti in tenuta antisommossa. Un paio di fotografi professionisti scattava foto a ripetizione alle vie, alla gente. Delle ragazze cinesi di 15-16 anni, tutte carine ed eleganti, ridevano e scattavano foto ai poliziotti col cellulare.

Ci fermiamo mentre un uomo del luogo, di razza caucasica (milanese? lì ce ne sono pochini, a parte quelli che con 200.000 Eu hanno comprato degli appartamenti enormi — con quella cifra nel centro “bianco” ci viene un monolocale sì e no, da ristrutturare, beninteso — ma italiano e vestito bene) tiene banco e racconta un po’ agitato quello che è successo:

La causa dello scoppio è stata una ragazza cinese in Via Paolo Sarpi, con un bambino in braccio, che si è rifiutata di pagare la multa per aver parcheggiato in seconda fila. Si è rifiutata di dare i documenti e i vigili l’hanno spintonata, insultata, picchiata e caricata col bambino nella macchina. A quel punto c’erano già dei cinesi che li avevano accerchiati e che hanno impedito all’auto di muoversi. Uno ha cominciato a saltare sul cofano della macchina. I vigili (che portano i manganelli!) colpiscono a sangue freddo col manico anche un ragazzo di circa 15 anni che sta lì vicino.

Scoppia la rivolta. La gente inveisce, urla, lancia delle bottiglie contro i vigili. Una donna tira fuori decine di bandiere della Cina e qualcuna dell’Italia. Tutti le brandiscono, la scena è quasi irreale. Intanto arrivano decine di volanti, ma proprio tante da tutte le strade, anche contromano, che accompagnano l’auto dei vigili verso il fondo di via Niccolini. A quel punto la gente è inferocita, forse lancia delle bottiglie, rovesciano delle auto. I poliziotti caricano e manganellano mentre la macchina dei vigili cerca di allontanarsi con la donna e il bambino dentro e l’uomo cinese che salta sempre sul cofano. Si fanno le barricate, qualche auto rovesciata, centinaia di cinesi tutti intorno. I poliziotti manganellano a tutto spiano, sembrano le scene del G8 a Genova.

La gente è arrabbiata perché sembra che l’episodio sia il secondo, una settimana fa i vigili hanno picchiato un’altra donna per un futile motivo.

Una donna del gruppetto gli fa eco:

I cinesi erano tantissimi. E’ incredibile quanti siano, di solito non si vedono. Da quando c’è la Moratti tutto è cambiato, dicono che devono pagare sottobanco i vigili. Non si sa bene ma le cose sono cambiate da quando c’è la Moratti.

Ma chi ha dato le licenze ai grandi negozi all’ingrosso di Chinatown, dice l’uomo? Perché da circa un mese, tutto a un tratto, le forze dell’ordine si sono svegliate e chiedono fino all’ultimo permesso, licenza, bolla di accompagnamento, fanno le multe per carico e scarico di merce senza permesso e così via, rendendo di fatto la vita impossibile alla comunità cinese che vive di questo tipo di commercio?

Un altro uomo con un borsone da vigile del fuoco gli controbatte “però non si passa, io non riesco a transitare con l’auto perché i furgoni si fermano a qualsiasi ora del giorno e della notte e parcheggiano dove vogliono“.

Letizia Moratti dice “No alle zone franche“, secondo il console cinese Limin Zhang gli incidenti non sono premeditati dalla comunità ma la situazione è tesa da circa un mese. Quello che è successo non è casuale.

Qualche giorno fa il proprietario milanese di un negozio di animali del centro raccontava che da un po’ la Guardia di Finanza viene per controlli e per ogni una minima irregolarità — lui non aveva tutti i cartellini dei prezzi ben esposti in pubblico — fa oltre 1000 Eu di multa. Se non paghi subito o se concili ritorna ancora, ogni giorno, fino a renderti l’attività impossibile. Dice:

Io ho pagato. Il mese scorso a un mio amico che non ha pagato subito hanno fatto chiudere il magazzino per diversi giorni con la scusa di inventario. Lo hanno fatto un’altra volta, poco dopo. Alla terza ha messo 300 Eu nelle mani del vigile, erano vigili loro, e non sono passati più.

Ecco, io sospetto che la politica vera della Moratti, dietro le sue intenzioni di riportare la sicurezza in città, sia quella di mandare via dal centro e dalle aree verdi edificabili sia la comunità cinese che i negozi ordinari e di permettere dei robusti investimenti in case di lusso, negozi di firme e così via. E se la gente si ribella viene regolarmente molestata dalle forze dell’ordine, perché di molestie si tratta: a un negoziante o un gestore di un locale si trova sempre qualche buon motivo per fare una multa o per far chiudere per qualche giorno. Come un professore all’università, volendo, trova sempre il modo di far andare male un ragazzo all’esame.

Nonostante le proteste della gente e del WWF, Il Parco delle Cave è stato in parte smantellato ed edificato. Ora si cerca di mandare via i cinesi da Chinatown: la zona è in centro e ben servita dai mezzi, fa gola.

Per ora, sembra che una robusta mazzetta ai tutori dell’ordine lasci un po’ di respiro ai negozianti. Sic dicunt. Ma se la Moratti continua con questa politica la città verrà consegnata a quelli che hanno i cani che glieli porta a spasso due volte al giorno la coppia filippina, a quelli che lasciano i bambini 12 ore al giorno con la tata (senza contributi), a quelli che hanno pagato un appartamento 15.000 Eu a metro quadro e più, prima della ristrutturazione, alle grandi firme che pagano affitti di 20.000 Eu al mese per un negozio a una luce, e così via.

Credo insomma che dietro questa politica “della sicurezza” e dell’applicazione ferrea e inesorabile delle leggi ci sia, da parte di questa amministrazione, un chiaro intento di speculazione edilizia e di ristrutturazione sociale: il centro in mano ai ricchi.

Moratti, ma che fai?



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L'autore del blog

boh

Questo è il blog di Enrica Garzilli, specialista di indologia e di studi asiatici e docente di Storia del Pakistan e dell'Afghanistan presso il Dip. di Studi Politici dell'Università degli Studi di Torino.