Sensazioni volanti e sentimenti permanenti, l'India romantica e la rabbia

C’è una bella differenza fra i due, le prime sono vere, sì, ma se si aspetta un po’ spesso non sono più valide, si sono volatilizzate, svaporate o, magari, sono cambiate anche in toto. Le sensazioni volanti sono piacevoli o spiacevoli, talvolta sono fortissime, sono emozioni, ma in genere sono irrilevanti nel contesto generale della vita cosciente di un adulto. Sono effimere e si può tranquillamente fare a meno di viverle nel mondo esterno. Di solito, si vivono attraversandole come fosse un tunnel, meraviglioso o terrifico, caldo e accogliente o raggelante, intrigante o pauroso, ma l’adulto ne esce. E presto. Rimangono quasi sempre a livello di sogni: ci fanno vivere, ci danno la linfa vitale ma, se le prendiamo per totalmente vere e realizzabili fino in fondo, ci rovinano la vita.

E’ come per una persona che ci piace anche molto, ma per la quale non proviamo niente di profondo. Se quel desiderio lo prendiamo per amore o se cambiano immediatemente la nostra vita per lei, ci sbattiamo il muso — e anche forte. Per chi ha bisogno del kick emotivo, altrimenti si sente vuoto e morto dentro, va bene. Spesso, però, si rivelano un inutile masochismo e un sadismo verso il prossimo più vicino. Anche se pure questo spesso piace — a chi piace, ovvio.:)

Spesso le sensazioni e le emozioni non toccano la nostra coscienza e rimangono così, a livello elementare, animale: potenti ma volanti. Partono dalla sfera del cervello che sogna, che reagisce come un animale, e lì rimangono. Ci danno forza e vitalità se sono vissute come tali: si rivelano un disastro quando le si vuole trasformare a forza in qualcosa d’altro, o quando si uccidono e si scartano. Questo si chiama, infatti, rimozione, che è molto usata, anche volontariamente, da chi ha paura folle di soffrire e dai geek (qui un bel test in italiano per vedere se davvero siete geek).

Feelings are affective states of consciousness, triggered by physiological changes arising from both sensory perceptions and memories in comparison to internally stored norms or ideals. Thinking, or the active comparing and contrasting of data, involves mental states that symbolize physiological changes and can be perceived as such.

I secondi, i sentimenti veri, costruiti anche sulla realtà e non fermi alla pura fantasia, rimangono anche molto dopo che il fatto o la persona se ne sono andati. Sono profondi. Sono quelli che informano la nostra vita e, spesso, il nostro carattere.

Ecco, quando penso a delle cose dell’India non posso farne a meno, il retrogusto è lì, il sentimento è lì, forte e intatto: rabbia, senso di ingiustizia.

Vivevo a Delhi, avevo vinto il concorso del nostro MAE per lo scambio di studenti e studiosi fra ministeri. Mi hanno messo a lavorare nel dipartimento di Sanscrito della University of Delhi, pagata dall’Indian Ministry of Education. Studiavo diritto tradizionale induista e, in parte, musulmano.

La mia padrona di casa una sera mi ha invitato ad andare con lei a un matrimonio. Era davvero molto ricca e il figlio era un pediatra e il presidente dell’Ordine dei medici di tutta l’India. Aveva una casa enorme. Io avevo preso in affitto una stanza a pianterreno, buia e a nord (estremo lusso!) di circa 50 m2 nel suo bungalow con giardino, proprio davanti alla sede dell’università. Bastava attraversare la strada e arrivare al mio dipartimento, il che a Delhi non è male, visto che allora non c’erano né metropolitana né strade decenti, eccetto che in pieno centro, a Connaught Place.

Non era certo per carineria che mi aveva invitato, ma perché aveva paura di essere assalita dai ladri e io, bianca come la neve (per i loro standard: mi diceva che ero di pelle bianca come la neve, la bocca rossa come una mela e capelli neri come la torta al cioccolato: a modo suo era una bastarda poetica), facevo da spauracchio: non avrebbero preso di mira l’auto di una riccona con una bianca dentro. Oltre al suo autista, un pezzo d’uomo grande e molto silenzioso, forse muto, non so. Obbediva senza mai fiatare.

L’autista aveva una moglie e un bambino piccolo, ambedue impiegati in casa. Lei donna di pulizie, il bambino di 5-6 anni svolgeva 1000 incombenze. Non andava a scuola. In realtà era un mezzo schiavo perché il nonno si era indebitato con la famiglia dei ricconi per non so quale motivo e, non potendo saldare il debito, aveva “ceduto” il figlio, e lui a sua volta aveva dovuto “cedere” moglie e figlio. Appartenevano a lui e vivevano con lui.

Stiamo per partire. La buona signora chiama il bambino e lo fa salire: dietro, nel bagagliaio chiuso. Senza neanche il finestrino. Lui senza fiatare entra, si rannicchia — perché non c’entrava bene — e sta lì, con un’aria di ineluttabilità sul viso. Protesto e la buona signora mi rimprovera aspra e mi dice che lui è abituato sin da piccolo. E se non mi va scendo.

Per le strade sconnesse sentivo le botte del corpicino alla carrozzeria. Quando siamo arrivati io corro dietro, per aprire, il padre immobile di pietra (mi pareva furioso ma non so, forse era una mia proiezione perché era silente come al solito) e la signora prima va a farsi un giro di saluti poi si degna di tornare, quando la vado a pescare fra le sue buone amiche. Infine, con calma, apre il bagagliaio. Solo lei aveva la chiave, che era diversa da quella dello sportello e dell’accensione.

Il piccolo, Ajit, era rosso e sbattuto. Mezzo impaurito e si vedeva.
Io ero furiosa.

Da allora ogni pomeriggio è venuto a casa mia di nascosto, quando la buona signora dormiva, mangiava i biscotti al pistacchio (che adoriamo entrambi) e al cioccolato, mai sentiti, e soprattutto studiava. Gli ho insegnato un po’ a leggere e scrivere in inglese e anche un po’ in hindi.

I molti mesi che sono stata lì in quella casa, quasi un anno, gli ho inculcato bene che avrebbe mangiato i biscotti che voleva, anche le barrette di cioccolato che ogni tanto compravo, se avesse studiato e avesse fatto un lavoro diverso dal padre. Ma ci divertivamo anche, nel silenzio del padre, l’occhio vigile della madre (che sapeva e taceva) e i sonni rumorosi della buona padrona di casa. Mi ha insegnato un mucchio di cose.

La mia profonda rabbia ha aumentato e consolidato il sentimento di ingiustizia verso le ingiustizie nel mondo, le iniquità nelle possibilità, che vanno combattute. E’ uno di quei sentimenti permanenti che ho dentro, profondi, e che se penso all’India, o al Nepal, fanno sempre da retrogusto. Pur nell’amore per quelle terre e quelle culture.

Due giorni fa un giornalista di computer, un sapientone che per amor di patria non nomino ma che dicono bravo — ci ha tenuto a farmi sapere che ha studiato pure a Stanford e ora insegna anche ad una famosa università di Milano — mi ha assai criticato, adducendo una lista di motivi. La ragione base era che, dopo che ha sentito un mio podcast sull’India, diceva che uno ha l’impressione che l’India sia un paese difficile, con pochi diritti garantiti, dove le donne non sono tutelate per legge, e così via. Insomma, secondo lui la mia era un’India brutta, scomoda.

Alla sua lista ho ribattuto punto per punto. Aveva mezza ragione su di una mia inesattezza (che non ricordo ma ci voglio credere), anche se mi ha proposto una inesattezza ancora più grande. Non pago, mi ha controribattuto con una marea di scemenze, anche sulle leggi (rifacendosi a una del 1957 emendata più volte).

Quando parlavo di canone estetico tradizionale mi ha detto che le donne indiane sono bellissime anche per noi occidentali, e anche al mercato! Insomma, neanche che significa canone ha capito, neanche quando mi sono rifatta a documenti scritti, letterari e artistici. Mi ha scritto un mucchio di volte e ha insistito fino alla nausea, invitandomi ad andare a fare le vacanze in Svizzera:), anche quando io, dopo la seconda email, gli ho detto che alzavo bandiera bianca, che mi arrendevo e che comunque ognuno era libero di vedere l’India, o l’Italia o l’Africa se è per questo, con gli occhi che voleva.

E lui ancora e ancora a insistere: voleva avere ragione a tutti i costi, come qualche volta i giornalisti di mezza tacca fanno (e quelli di tutte le altre categorie, beninteso, ma lui è un giornalista e così parlo di lui). Insistono con presunzione su ciò che conoscono solo in superficie, la tuttologia così’ di moda. D’altronde, è il loro mestiere sapere scrivere di tutto: ma da qui a pretendere di conoscere tutto, beh, ce ne passa!

Gli ho detto che mi pareva uno di quelli che s’improvvisa medico perché ha letto l’enciclopedia di medicina a casa.:) Poi non gli ho risposto più, non venisse a insegnare a me, né ad altri, con quelle argomentazioni farlocche, cosa è l’India. Forse sa le sue cose, forse: che si limitasse a pontificare su quelle.

Lui è uno di quei romantici entusiasti, quelli che in Oriente a loro va tutto sempre bene, dopo lo tsunami li vedevi in TV quasi sorridenti a contare quanti bei corpicini erano venuti a galla. Quelli che la conoscono bene perché sono amici di una famiglia di bramini a Benares. O hanno fatto due viaggi di due mesi nei posti più turistici, le città per gli occidentali.

L’India romantica degli splendidi, che a Milano sono fitti come i lupini nei cartocci che vendono allo stadio, a Roma.
L’India sempre bella dei bambini sorridenti e delle mucche placide e felici delle donne milanesi alternative al caviale. Ah!

Ma, ora che ci penso, forse il tizio di cui sopra ha un po’ ha ragione, ho un fondo amaro quando penso a certe cose che ho visto, che ho vissuto, che ho saputo. Sui bambini e non solo. Su vecchi, sugli animali, sul verde, su tutti. Su di me. E, soprattutto, mi arrabbio. E quando mi arrabbio agisco, non sto certo con le mani in mano. Sono la figlia dell’ultimo samurai e lo sono sempre, ovunque, con chiunque.

La mia è un’India scomoda, lo ammetto.
Il mio sentimento per l’India è anche questo, la rabbia profonda — e, perdonami mio caro, tu che hai fatto un annetto a Stanford e insegni pure all’università, insegnami a non averlo, se ci riesci. O se credi sia giusto. E se vuoi vedere l’India come un paradiso simile alla Svizzera, fa pure.

E qui c’azzecca annunciare un blog fresco fresco. E’ Red Force, del mio amico Mahaprasthana. Promette molto bene e mi piace molto quello di cui parla, di cui non parla quasi nessuno, e come lo fa. Sa bene quello che dice. Mi fa venire in mente la rabbia che, dentro dentro, ho ancora. E non solo se ripenso ai miei anni di Delhi. E’ una rabbia che mi piace, che mi dà vita. E’ un sentimento permanente quasi gioioso e me lo tengo ben vivo e ben stretto.

E’ una rabbia di lotta e d’amore.



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L'autore del blog

boh

Questo è il blog di Enrica Garzilli, specialista di indologia e di studi asiatici e docente di Storia del Pakistan e dell'Afghanistan presso il Dip. di Studi Politici dell'Università degli Studi di Torino.