Giornalismo di carta e blog II: sulla libertà degli scrittori e sull'amore

Rispondo qui a due miei illustri lettori, Alemaugil e Placida Signora l‘uno giornalista, l’altra scrittrice, che hanno commentato il post precedente. E li ringrazio del loro entusiasmo e della loro bella, radiosa positività, del loro ponderato ottimismo. Loro hanno, sullo scrivere anche di attualità, un bagaglio di esperienzia molto più profondo e vasto di me, è il loro lavoro e sanno di cosa parlano quando difendono il giornalismo cartaceo e la libertà dei professionisti che lo praticano.

Ma io voglio parlare di libertà e di amore, due argomenti sui quali penso molto e a cui tengo molto. Sia nel lavoro che quando scrivo i biglietti per Natale. Col racconto un po’ paradossale che si intitola “Come pubblicare un libro in Italia”.

Pubblico da molti anni, se pure non di attualità (anche se il mio primo lavoro serio era un articolo su di una rivista mensile di politica culturale, avevo 14-15 anni), non di romanzi, non di satira, non faccio giornalismo d’eccellenza e cose legate, in genere, col presente: mi fermo all’investigazione del passato e, al massimo, alle sue connessioni col presente.
Insomma, nonostante quello che ormai a chiare lettere dicono quei fifoni dei commentatori del blog di Gilioli, non sono né una giornalista né una scrittrice professionista, né ho pretese di esserlo.

Ma ho qualcosa da raccontare che c’azzecca, come si dice: è come ho cercato di pubblicare un libro, anzi, un saggio. L’azienda con cui ho avuto l’illuminante esperienza è tanto grande da pubblicare diversi giornali, riviste, libri di tutti i tipi, almanacchi e trick e track a gogò.:)

Non credo che la libertà faccia generalmente parte, appunto, della pratica dello scrivere su carta, per un’azienda, per una casa editrice.
A meno che…
Alemaugil, tu con grandi maestri, per esempio, hai una marcia in più, ti sei guadagnato il rispetto e un posticino — se non de facto, quando ancora non eri un giornalista iscritto all’Ordine — almeno nell’immaginario degli addetti ai lavori, e, quindi, hai goduto di una bella fetta di libertà da subito, e probabilmente non te la sei conquistata a suon di calci nel sedere: come succede all’università per chi ha un padrino, pardon, un patrono, rispettato e riconosciuto.

Per la maggior parte delle persone non è così.
Per la maggior parte delle persone la libertà di parola e di scrittura è un privilegio.

Ti spiego facendoti un esempio che è il mio, ma che potrebbe essere di chiunque, non è particolare. Sto finendo, Inshallah, un libro piuttosto corposo, con molti documenti inediti e carteggi scottanti, cose che ho scovato in anni di lavoro e di viaggi. Un libro che copre anche pezzi di storia taciuti o a bella posta cambiati, dove ridefinisco e riscrivo anche 20 anni di politica italiana in Oriente. Un libro che, per questo motivo, spero tanto che non causi alcun guaio o fastidio, né a me né ad altri.

Di solito mi invitano a pubblicare a livello scientifico — anche se non molto in Italia, molto di più all’estero. All’estero scrivo, spesso su temi scientifici a richiesta, secondo la necessità. A questo libro, che è in italiano, tenevo particolarmente per diverse ragioni sia intellettuali che “affettive”. Quindi, circa otto o nove anni fa, l’ho proposto io, mea sponte.

Ero appena tornata dagli USA, non conoscevo nessuno dell’ambiente editoriale italiano. Ero andata via subito dopo gli studi. Non avevo maestri di penna o di vita. Single e cane sciolto, come si dice. Come fare a trovare una casa editrice dignitosa interessata al mio progetto?

Ho preso le Pagine Gialle di Milano e di Roma, mi sono segnata numero e fax e l’ho proposto a una decina di case editrici medie e grandi che pubblicano anche saggistica. A cominciare dalle più grandi.
Con molta fatica, immaginate, è davvero un’improba impresa passare il filtro di segretarie e scagnozzi editoriali vari e parlare con qualcuno che non faccia parte dell’impresa di pulizie e basta. In sunto: non mi si filava nessuno.:)

Anche con buone ragioni, immagino, però il motivo non era il fatto che fossi sconosciuta qui, ma era ben altro.
1) La prima domanda dei vari editori e responsabili di collana, quando sono riuscita a parlarci, è stata: chi la manda?
2) La seconda: chi conosce nell’ambiente?
3) La terza, dato che portavo qualcuna delle mie pubblicazioni scientifiche, giusto per presentarmi: non mi interessa quello che ha fatto finora, mi dica cosa vuole scrivere e come.
4) E fra le righe, ma non troppo, tutti mi hanno chiesto: lei di che orientamento politico è?
5) E anche: come ha cominciato a lavorare, che “padrini” ha, o a che famiglia appartiene?
6) Da dove viene?

Dato che mi sono presentata con una selezione delle mie pubblicazioni e un capitolo del mio auspicato libro, un indice e una specie di scheda — notate che non sapevo come ci si presentasse, ho cercato solo di spiegare e di farmi capire sul progetto, prima di tutto — le domande mi parevano davvero un po’ fuori luogo: io pensavo che volessero prima sentire la proposta, poi fare domande e infine dialogare con me e giudicare. Più o meno.

Non è andata prioprio così. In sunto:
a) le pubblicazioni le hanno buttate da una parte (eppure alcune sono libri di Harvard et similia).
b) sono stata squadrata come fossi stata una marziana, una pazza, un essere strano appena uscito da dietro la gabbia dello zoo delle meraviglie!
c) mi hanno chiesto 2 case editrici medie, con grande e rispettato nome, prima di leggere alcuna proposta: mi mandi per fax una copia dei suoi documenti inediti…!:)

La casa editrice più grande di tutte, però, si è mostrata subito seriamente interessata all’argomento. Dopo che l’editor — un nome molto noto che appartiene a una schiatta di addetti ai lavori, pupillo di un grande maestro ecc., insomma con tutte le carte in regola, e anche una bella persona, devo dire — con mia somma meraviglia è venuto a casa (sapete che a Milano è importante che ti mettano in una casella sociale, ma questo l’ho scoperto molto dopo), dicevo solo dopo, e dopo essersi sincerato che non ci fossero trucchi di alcun tipo, che veramente volevo solo proporre un certo libro, mi ha invitato alla sua casa editrice per parlare del contratto.

L’azienda è molto dislocata, ho preso un paio di mezzi o tre per arrivarci, sono stata accolta da una schiera di segretarie tutte altissime, biondissime, taccatissime, con tette da schianto appena velate, e tacky. Intimidatorio quasi, o ridicolo, non so. Sono stata fatta aspettare su di una seggiolina, e non scherzo, dritta, scomodissima, appizzatissima, per quasi un’oretta. Chiusa in un box trasparente e afoso da quale potevo ammirare tutti i lavoratori della penna intenti alla scrivania negli altri box, davanti ai computer o al telefono. Era inverno ma nello stanzone saranno stati 40°C.

Entra il Grand’Uomo, l’Editor-in-chief, l’Editor capo ddi tutte le serie e le collane, con fare da Primadonna — anzi, da Etoile della Scala, visto che è milanese — e con aria decisa mi squadra come di prammatica, mi dice se mi può dare del tu ma prima della risposta già me lo dà, e come prima cosa mi impartisce tutta una serie di lezioni morali su come ci si presenta presentati da altri, e non da soli! Cosa buona e giusta.

Poi mi fa una breve ramanzina sul fatto che non sono una romanziera o una giallista e che sono fuori dal giro, quindi è difficile piazzare il mio nome (non il mio libro o il mio prodotto). Allo scoccare di un’ora, ascolta per 2-3, dico due o tre minuti, quello che avevo da dire. Altro che post di un blog! Speedy Gonzales al confronto è niente. In quel lasso di tempo avrei dovuto convincerlo, come mi ha detto lui, della vendibilità del mio prodotto e come fare per venderlo. Senza che sapesse affatto che “prodotto” fosse.

Non credevo che questo fosse affare mio, ma loro. Però faccio del mio meglio, un po’ affannata.
Alla fine dei preziosi minuti, che forse sono diventati 5, forse, quando mi chiede ancora: ma il titolo? e glielo dico, lui capisce che, in pratica, si tratta di Fascismo e Oriente. Quasi dava di matto, dava i numeri al lotto.

Si alza di scatto. Con voce gelida mi dice:

Lei conosce l’Olocausto?

E poi immediatamente:
Il libro così non è vendibile… (aria di sufficienza)
Dopo una pausa inquietante mi fa con molta, molta arroganza:
Se proprio vogliamo rischiare, voglio prima vedere tutti capitoli, poi lavorerà con Tizio per inquadrare le cose nella giusta prospettiva. Ma noi non rischiamo mai quindi si adegui. Lei ha mai letto qualcosa di questa casa editrice?
Alla mia obiezione che accetto un editor che riguardi le cose e suggerisca i tagli, ma non qualcuno che mi controlli passo passo, lui sbotta:
Sa con chi sta a parlare qui? Si rende conto chi siamo? Qui le cose le decidiamo noi! Chi è lei scusi??

Penso che sia lievemente pazzo ma sto zitta, l’azienda è davvero troppo grande pe rmandarlo a quel paese. Cerco di mediare, con me stessa innanzi tutto. Ma dopo che ha letteralmente sbattuto i miei scritti da una parte, senza neanche fingere di dargli un’occhiata — cose su cui ho fatto ricerca per anni, che ho amato, su cui ho sognato (perché per avere delle buone intuizioni scintifiche bisogna sapere sognare), pubblicate nelle più accreditate riviste scientifiche internazionali e da grandi università — mi sono alzata e senza una parola me ne sono andata. Salutandolo con un buonasera e basta.

Sì sì ho fatto la signora, ma ho perso un sacco di tempo e di energie. Soprattutto, sono stata molto, molto delusa. E mi sono convinta subito ad andare da una casa editrice non così grande ma “di eccellenza”, con proprietari molto molto pazienti, che mi ha lasciato totalmente libera di lavorare come credevo, che ha accettato senza fiatare tutte le mie proposte e con i tempi che credevo e che, anzi, mi ha fornito uno dei carteggi, non inedito ma importante (perché mi è stato assai più difficile reperire materiale a Roma che in India e in Nepal!). Sanno della mia passione per l’argomento e non solo l’accettano, la incoraggiano. Sanno che amore e libertà fanno lavorare meglio.

Poi, sono certa, avranno da criticare o da tagliare, ma nessuno di loro (sono una famiglia) si è mai azzardato a proporre niente, a suggerire qualcosa. E sì che sono vecchi editori, sanno il loro mestiere e hanno uno dei più alti numeri di libri tradotti all’estero. Sarà perché sono più piccoli? Non so, ma sono stati gli unici che mi hanno lasciato due cose indispensabili: libertà e amore. E una piccola somma di anticipo, nonché un contratto molto equo.

Quindi è vero che che una grande casa editrice ti dà i mezzi adeguati per lavorare bene, essendo pagato, e che questi mezzi non sono neanche equiparabili a quelli di una piccola casa editrice — come nel caso della Primadonna, che mi ha detto che per un libro in cui credevano la sua casa editrice ha investito centinaia di milioni di pubblicità, lancio, due editor che hanno riletto e lavorato sul libro, ecc.
Ma per un caso così, quanti altri libri sono “pilotati”? E’ forse un caso che quando muore un grande personaggio in una settimana escono decine di biografie scritte anche da nomi eccellenti, per esempio?

E nella biblioteca di Harvard ho conosciuto un ragazzo che lavorava come dipendente di due case editrici (una italiana e una testata giornalistica americana) per trovare documenti e storie su cui famosi giornalisti costruivano i libri, giornalisti-scrittori vendutissimi e osannati. Libri di viaggio scritti non muovendosi da casa.

Caro Alemaugil, voglio crederti se dici che tu ti senti libero di lavorare nella tua azienda. Ci credo, perché no? Ma quante altre aziende lasciano questa libertà, e chi è davvero libero? Se non ha nome, se è appena agli inizi, sei sicuro che sia altrettanto libero? Ne conosco troppi di giornalisti per non sapere che loro non sono affatto liberi. A loro l’amore per la professione è letteralmente soffocato dalle richieste aziendali: non solo cosa scrivere, ma come e quando. E anche il dover scrivere un tot numero di pezzi al mese, per forza, non credo che alla lunga sia di aiuto alla qualità, all’eccellenza.

Inoltre, non si può citare solo un luminoso esempio, che sia il famoso Gatti o che sia tu, di giornalisti dipendenti pagati per indagare e scovare anche impiegando mesi, mandati in viaggio, e scrivere un bel reportage, un bell’inserto, ecc.: parliamo delle migliaia di giornalisti pennaroli, anche di chiara fama, che copiano le cose agli altri, anche ai blogger. Proprio perché devono scrivere una certa cosa, o si propongono per farlo, e non sanno assolutamente da che parte cominciare. Non ne sanno niente. Però scrivono bene un po’ su tutto o, magari, in India ci sono già stati in vacanza con la fidanzata e pensano di conoscerla…:) (caso vero)

O parliamo delle centinaia di giornalisti non dipendenti, magari bravissimi, che devono pagarsi i viaggi, uno mi diceva anche le foto accluse ai servizi!, per proporre dei reportage. Il ragazzo in questione (diciamo ragazzo, ma è verso i 40) mi diceva poi che quando prende 300 Eu lorde a servizio è tanto, e ti assicuro che è bravissimo, che ha una grande esperienza nel ramo e anche delle cose di cui scrive: con 300 Eu davvero si sta mesi a indagare, non dico in Africa, come ha fatto lui, ma a Torino??? Sì, poi ha venduto il reportage, un po’ rimaneggiato e con foto diverse, a due testate, ci ha fatto su qualche articoletto, ma non ci ha ripagato neanche metà biglietto…

Insomma, l’amore e la professionalità, nonché la libertà, muore spesso e volentieri, nella grande maggioranza deiu casi: perché per scrivere professionalmente, per produrre cultura professionalmente, per fornire professionalmente corretta informazione, ci vogliono un sacco di soldi e di amore, oltre che di capacità. E chi ha i soldi vuole di solito mantenerli, investirli, aumentarli, o propagare o difendere le sue idee, le idee di squadra.

Un’azienda che produce cultura o informazione è sempre un’azienda, e come tale non vuole perderci. O i soldi, o i voti di chi la comanda e/o la possiede, o entrambi.

Semplice. Come diceva un grande sanscritista, Vishnu S. Sukthankar (1925-1943), che ha diretto il gruppo di pandit che in diverse decine di anni ha fatto l’edizione critica del lunghissimo Mahabharata, il più grande poema epico scritto del mondo (lo riporto a memoria, non verbatim):

Cari amici, siamo fortunati a vivere in un paese arretrato come l’India perché ancora crede alla libertà della cultura e ci paga per esser eliberi di fare questo. Lì in Europa non è così. Io ci ho studiato, lì in Europa la sete di guadagno ci farebbe lavorare su quello che vogliono loro…

E come vogliono loro, dico io. Almeno nella stragrande maggioranza dei casi.

Su Internet tutto questo di solito non c’è. C’è molto più spazio, libertà di movimento. E’ come i podcast, ci sono quelli ultraprofessionali, di radio e TV, che sono, certo, molto meglio di quelli amatoriali, tecnicamente parlando. Ma non nei contenuti, non nella libertà di chi ci ha lavorato, non nell’amore che trasmettono per quello che si ascolta. Luminose eccezioni a parte.



Commenti

  1. "Insomma, l'amore e la professionalità, nonché la libertà, muore spesso e volentieri, nella grande maggioranza dei casi: perché per scrivere professionalmente, per produrre cultura professionalmente, per fornire professionalmente corretta informazione, ci vogliono un sacco di soldi e di amore, oltre che di capacità. E chi ha i soldi vuole di solito mantenerli, investirli, aumentarli, o propagare o difendere le sue idee, le idee di squadra."

    già per non parlare di quanto tempo occorra per fare tutto questo sacrificando quasi tutta la restante parte della vita privata senza sapere di preciso cosa accadra' di lì a poco…

    Scritto da hermansji, 5 anni, 3 mesi fa


  2. verissimo hermansji! e bentornato…:)

    Scritto da boh, 5 anni, 3 mesi fa


  3. a volte la libertà, la professionalità e l'amore vengono sacrificati (con un pò di sforzo magari solo in parte) per garantire un piatto di minestra e una sorte migliore della nostra ai figli che abbiamo, in un moto di ottimismo e speranza, messo al mondo. Certe cose cambiano tutto, anche il nostro modo di sognare.

    Scritto da migdala, 5 anni, 3 mesi fa


  4. migdala: assolutamente vero e giusto.
    Questo sì è un ragionamento in cui mi riconosco e che apprezzo.

    Non mistifica.

    Grazie!:)

    Scritto da boh, 5 anni, 3 mesi fa


  5. e certe altre volte migdala con i sogni si sacrifica anche la famiglia proprio per darle un "piatto di minestra e la sorte migliore"… con il rammarico di sapere che i figli comprenderanno questo solo da adulti e forse nemmeno allora… ed in tanto per quella data si sono già create le fratture…

    Scritto da hermansji, 5 anni, 3 mesi fa


  6. Già, il problema è in Italia in certi posti si entra per cooptazione tramandandosi le prebende di padre in figlio. Un paio di anni fa uscì un'indagine sociologica che dimostrava questo in maniera scientifica: i figli dei notai fanno i notai, quelli degli architetti gli architetti e così via. in più, come dimostrava la stessa indagine, c'è la fortissima tendenza (superiore alla media europea) a sposarsi tra membri della stessa classe sociale perpetuando così i problemi. Una società ingessata, insomma. Il risultato è che (per rimanere all'oggetto) le redazioni dei giornali e delle case editrici sono piene di "figli di" mettendo nell'angolo chi avrebbe qualcosa da dire e da dare ma ha altri genitori.

    Scritto da donMo, 5 anni, 3 mesi fa


  7. se i figli non capiscono forse non gli parliamo abbastanza e abbastanza francamente. Occhi negli occhi, cuore in mano. (a proposito d'amore) e per Don Mo, a me i figli d'arte non mi hanno fatto mai troppa impressione il mondo è pieno di figli di nessuno che avevano qualcosa da dire e che, alla fine, ce l'anno fatta eccome se ce l'hanno fatta.

    Scritto da migdala, 5 anni, 3 mesi fa


  8. Migdala: ovviamente non intendevo che ai *figli di nessuno* fosse preclusa ogni strada. Lo so bene che tanti di loro ce l'hanno fatta. Da solo fastidio il fatto che a volte invece del merito prevalga il sangue (e succede spesso ne converrai anche tu).

    Scritto da donMo, 5 anni, 3 mesi fa


  9. migdala e donMo, le "famiglie" di lavoro ci sono.

    E' vero che il mondo è pieno di figli che ce l'hanno fatta senza nessuno, senza padrini, ma quanti NON ce l'hanno fatta?

    E quanti figli d'arte invece ce la fanno senza merito?

    Scritto da boh, 5 anni, 3 mesi fa


  10. "migdala"–forse e' come dici tu ma per la mia piccola "esperienza" la "superficialita'" del mondo e' in grado di corrompere qualunque cosa… basta "parlare" se qualcuno non vuole "ascoltare"?… certo lo si deve fare senza dubbio ma se la "corruzione" e' in atto purtroppo non basta… quando non ci sei… quando non puoi rispondere a chi punta l'indice contro di te… e gia' troppo tardi… perche' la "superficialita'" del mondo ha scavato un abisso piu' velocemente di quanto si sia cercato di sistemare l'argine… cosi' a chi si e' fatto "influenzare" apparira' sempre troppo poco quello che hai fatto e troppo poco quello che hai detto… o dato… a volte quando si finisce davanti al giudice dei minori e si sentono storie che hanno dell'incredibile… si pensa e' colpa dei genitori non sono stati… non hanno detto… ma poi si conosce i genitori e si scopre che hanno altri figli… e con loro nessun problema nessun dissidio… allora si scava un po' e si scopre che… l'altro figlio o l'altra figlia… erano stati condizionati dalla "superficialita'" del mondo… quel mondo che per citare uno spot pubblicitario insegna "meglio cambiare no?"…

    "donmo"–forse dovresti invertire la frase prevale sempre il sangue e qualche volta ci si ricorda del merito… ma giusto perche' alla fine restano le briciole e qualcuno dovra pure preoccuparsi di spazzolarle via… così per risparmiare un ulteriore fatica… qualcuno si domanda che ne facciamo del merito?… c'è rimasto questo… scusa merito te la sentiresti di fare una cosetta?… cosi' il merito si alza da solo e si parcheggia da qualche altra parte… meno in vista

    "boh"–si il sentiero e disseminato di insuccessi… però non mi sento di condarre in "assoluto" i figli d'arte… ma le generazioni… quelle andrebbero condannate… quando c'e' il riclico scatta la generazione "sbagliata"… ci sono molti esempi di aziende a conduzione familiare perfette fin al momento del fatale incontro con la generazione "sbagliata"… così come ci sono esempi di studi professionali dove i figli hanno lavorato con pari impegno fin al momento del … ed e' li che scatta allora il sistema protezionistico "che gli facciamo a fare a nostro figlio o a nostra figlia?" … sistemiamoli in qualche modo… "generazioni" e "tempo" i nemici silenti dell'uomo…

    Scritto da hermansji, 5 anni, 3 mesi fa


  11. l'altro nemico silente è la paura. Ci riduce la sfera di influenza e ci porta a lamentarci perchè il sistema non funziona. la paura rende pavidi, vigliacchi e ci fa dire "si ma.." anzichè "si! per la madonna! Quando la paura vince il fallimento è in agguato. Allora forza e CORAGGIO! come quello che boh ci racconta nel suo post per esempio Herr, contro la mediocrità del mondo si può solo amare di più.

    Scritto da migdala, 5 anni, 3 mesi fa


  12. boh, mi sa che siamo finiti fuori tema… sorry. ;-)

    Scritto da migdala, 5 anni, 3 mesi fa


  13. secondo me non siamo fuori tema perche' le digressione servono a scovare i confini dell'argomento principe :)

    Scritto da hermansji, 5 anni, 3 mesi fa


  14. :-)))

    Scritto da migdala, 5 anni, 3 mesi fa


  15. cmq tanto per tornare alla strada principale :)

    dice boh che tra libertà ed amore si passa in mezzo al sentiero dei privilegi … "Per la maggior parte delle persone la libertà di parola e di scrittura è un privilegio." … verrebbe da domandarsi quando e' successo che "comunicare" e' diventato "rappresentare"… e' "un privilegio" comunicare o sono un privilegio l'accesso agli strumenti… cosa me ne faccio di servizi "professionali" ? se voglio "comunicare" e che differenza passa tra un servizio professionale ed uno non professionale? il "rimborso spese" che e' garantito al professionista ed il "fai-da te" del non professionista ? se e' solo questo sui cui si punta l'indice allora la "comunicazione" e' la stessa cambia solo la "rappresentazione"… ma la rappresentazione non e' niente e solo un cambio di scenografia… leggevo tempo fa quando ero li' per firmarlo il mio contratto di edizione… che mi avrebbe fatto entrare nel "raffinato" mondo degli scrittori professionisti… che taluni di questi personaggi vogliono mettere su un loro sindacato… e che vi sarebbe un limite di accesso… la pubblicazione sugli editori indicati da loro… per questo per diventare scrittore professionista…

    ora mi dovete scusare la banalita' ma tra le macerie della civilta' italiana si trova ancora scritto che "tutti hanno diritto manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto ed ogni altro mezzo di diffusione" cosi' come e' scritto "l'arte e la scienza sono libere e libero ne e' l'insegnamento" non si fa riferimento… a privilegi… non si fa riferimento a cerchi concentrici (magari pure infuocati) in cui saltare per raggiungere questo diritto… eppure sono stati messi… ma a garanzia di cosa ?

    quando i giornalisti scioperano lo fanno per la liberta' ? no per le condizioni di lavoro… corretto… sacrosanto… ma non per le liberta'… anzi dicono di essere solidali ne piu' ne meno di come dicono che altri i "blogger" sono il pericolo imminente… ci manca poco che finiscano nella palude tra hacker e cinematografici serial killer… attenti ci sono i "blogger" aprono e scrivono quello che gli viene in mente… attenti non si capisce bene da dove provengano… ma sono in aguato…

    "Non credo che la libertà faccia generalmente parte, appunto, della pratica dello scrivere su carta, per un'azienda, per una casa editrice." … verissimo al punto che sono gli stessi editori a dire "scusi noi siamo un' azienda nata per vendere… quello che ci propone vende? se non vende prenda il largo o vada in una copisteria e lo faccia stampare e rilegare da loro"

    Io aspetto… lo dico un pochino con fare da gatto… il momento che scioperino gli scrittori "professionisti"… sono curioso di vedere il loro slogan… forse " per la liberta' "… poi me ne staro' sul mio tetto a guardare se il mondo e' cambiato… ho paura di no… ma forse anche starsene sul tetto e' sognare…

    Scritto da hermansji, 5 anni, 3 mesi fa


  16. migdala: è vero sono ancora perfettamente d'accordo con te: la paura è un fattore importante. Ci pensavo ieri a letto.

    Ed è ovvio che l'editor supremo assoluto che racconto nel mio post, che spero non legga mai i volgarissimi blog, e sopra tutto il mio:), ha cercato di intimidirmi, come è ovvio che avevo già il contratto in mano ma non sono stata capace di reggere all'intimidazione e alla violenza del personaggio in questione, e me ne sono andata.

    E' stata paura, paura non morale o di essere chi sono, ma una paura quasi fisica, e di sbottare e dirgliene quattro. Nonché di adeguarmi e scrivere sul Fascismo e l'Oriente quello che LUI voleva, aldilà dei documenti e della storia.
    Una paura sui generis.

    Da parte mia, quindi, ho pagatoe sto pagando carissimo il coraggio, con conseguenze davvero pesanti sia a livello personale, nella vita privata, che di lavoro. Coraggio che, per scelta, è non violento. Senza ricorrere alle crociate dei professionisti della pace però, quelli che mi copiano i post per intenderci!:)
    E ci fanno i quattrini (ma in nome della pace universale……)

    La paura è sempre quella di rimanere isolata, come sono rimasta, sia a livello di lavoro che di vita. Tutto giusto, in teoria, ma in pratica ognuno tira l'acqua al suo mulino e poi ci si ritrova soli. Una lunga notte nera.

    Quindi non rinnegherei mai quello che ho fatto e sto rifacendo e lo rifarei, ma non mi sento di puntare il dito contro chi si lascia andare alle sue paure, senza magari neanche saperlo. Voglio dire, capisco, è una scelta molto dura, radicale, e quindi capisco chi non si sente di farla, come chi ricorre a papino e mammina per avere un lavoro. Di questi tempi…
    Anche se di fatto ruba il lavoro agli altri che non hanno gli stessi mezzi per averlo, sto lavoro.

    Io voglio avere un senso nella mia vita che vada aldilà anche delle due paginette che pubblico, delle tre ricerche che faccio, delle persone che ho amato e alle quali ho lasciato, cmq, un pezzetto di mondo (il mio mondo), e che mi hanno arricchito del loro. Voglio che la gocciolina d'acqua che sono contribuisca a un oceano di bello che è anche estetico. Bello e buono.

    Per questo, ancora una volta migdala, concordo con te che "Herr, contro la mediocrità del mondo si può solo amare di più". E anche che il nemico silente è la paura. Assolutamente, *è vero per entrambe le cose.*

    Ma sono anche d'accordo con hermansji sui *giornalisti professionisti e le loro paure*. Che poi è forse il tema del post, non so (ho scritto, come sempre, di getto, correggendo solo i numerosi refusi manuali..:)), e sul fatto che se entrano in sciopero non è certo per la libertà di pensiero e di parola, pur all'interno di una certa linea editoriale (che è indispensabile per la programmazione dei numeri delle riviste)!

    La libertà di pensiero e di parola (anche scritta) è garantita, oltre tutto, anche dalla Carta dei Diritti Umani, di cui l'Italia è signataria, oltre che dalla Costituzione.

    Ma è una libertà molto pelosa, permessa solo a chi ha le spalle coperte: da una famiglia di qualsiasi genere, da un patrona/patrona, da un mucchio di soldi di famiglia, da papino e/o mammina potenti, ecc. Loro si possono permettere di sproloquiare e di dire e scrivere. Noi no. Io no, almeno, non potrei.

    E forse ha ragione migdala che siamo fuori tema, ma vedo che spesso questi post diventano una specie di forum aperto: e perché no?
    Almeno qui siamo liberi, nei limiti della decenza e della buona educazione, e quando uno prende una strada magari si fuorvia, ne scova un'altra interessante, e poi scova alla fine della strada secondaria delle cose belle. Chi sa.:) Vediamo…

    E grazie dei commenti!

    Scritto da boh, 5 anni, 3 mesi fa


  17. Dunque, chissà se sono fuori tema, ma tanto ha ragione Herman: non lo siamo mai. Ieri ho visto "L'amore non va in vacanza", il film con Cameron Diaz & C. Carino. Insomma, per farla breve (ovviamente non svelo il finale) il tutto si potrebbe riassumere con il virgiliano "Omnia vincit amor". Mi piaceva citarlo perchè si è parlato molto di fare le cose con amore e passione ed è proprio questo che il film dimostra. Che poi, mi viene in mente proprio ora, uno dei protagonisti principali fa l'editor! Ma era sicuramente più simpatico di quello incontrato da Boh:)

    Scritto da donMo, 5 anni, 3 mesi fa


  18. donMo, vedi? Anche i film ci danno ragione…:)
    (All you need is love, tata tata ta!)

    Omnia vincit amor è anche il mio motto, tra l'altro. :)

    Scritto da boh, 5 anni, 3 mesi fa


  19. Davvero è il tuo motto??? Pensa che è tra quelli che avrei scelto in caso di nomina vescovile. Sai che vi vuole un motto (e anche uno stemma) vero? Diciamo che è più facile che Osama bin Laden si converta al cattolicesimo che io diventi vescovo, ma non si sa mai, la vita a volte è strana. Ora inizio a pensare ad un altro motto del genere:)

    Scritto da donMo, 5 anni, 3 mesi fa


  20. no non lo sapevo affatto, ma so che i cardinali hanno lo stemma e il motto. Ovvio, se sono principi della chiesa.

    Sì è il mio motto, e ho anche uno stemma, ma è di mio padre in realtà. Il mio personale ancora non ce l'ho.:)

    Certo se diventi vescovo devi invitarci tutti io alla festa (o non si fa una festa?):))
    Mettiamo gli inviti sul blog!

    Scritto da boh, 5 anni, 3 mesi fa


  21. Hai voglia se si fa una festa in casi del genere! però meglio non farne nulla, credimi. Poi dove lo troverei il tempo per il blog, gli amici del blog, per accarezzare la mia gatta, per curare i miei pesci, per farmi le mie scampagnate in bicicletta (e potrei continuare…). Meglio così, credimi:)

    Scritto da donMo, 5 anni, 3 mesi fa


  22. ua' :) ho letto e sorriso beatamente, immedesimandomi un po' nell'ambiente che conosco bene :). Purtroppo è così. Nelle grandi case editrici ci sono solo due variabili importanti.

    - Il tempo e le revenue

    Si cerca di lavorare sul miglior prodotto possibile per ottenere la massima revenue. Si fanno discussioni interminabili dove un triliardo di teste mette a confronto la propria idea. Si trova il miglior format possibile. Poi si realizza il lavoro e tutto viene di nuovo sottoposto al microscopio e rivisto. Tutto questo rispettando una tabella di marcia rigorosa.

    Per l'autore di un libro può sembrare una forzatura (e probabilmente lo è) ma lo scopo è ottenere un buon prodotto.

    Ora, è anche vero, che dove lavoro io non abbiamo nessun orientamento politico, semplicemente perché non ci occupiamo di cronaca, attualità ed altre cose che per un qualche motivo possano incidere sui propri ideali, orientamenti etc.

    E' anche vero che chi scrive un manuale tecnico sente su di se la stessa pressione che hai sentito tu nel proporre il tuo libro. Tutto viene sottoposto all'occhio critico di un triliardo di persone, ognuna delle quali porta avanti la propria idea. Alla fine un libro per quanto porti la firma dell'autore è il frutto di un nutrito gruppo di persone.

    Non avevo mai pensato a mettermi dall'altro lato. Cioè dal lato di chi propone il libro. Ho sempre pensato che mettere a confronto un certo numero di persone portasse ad ottenere risultati migliori–ed in genere l'esperienza dice che è così…
    Quando ho pubblicato il mio primo articolo, è stato sottoposto a una miriade di revisioni, per cui nel tempo ho adottato anche io la stessa modalità di lavoro.

    Cmq per quello che mi riguarda non penso che questo modo di agire corrisponda ad una privazione della libertà, penso che sia un modo come un altro per ottenere un lavoro più professionale.

    Ovviamente, poi, ci sono dele puntualizzazioni. Un editore intelligente tenderà a non schierarsi politicamente e quindi a concedere grande libertà ai propri giornalisti.
    Questo non puramente per un motivo etico, ma anche e sopratutto a mio avviso per un motivo economico.

    Schierarsi polticamente significa indirizzarsi verso un mercato di nicchia relativo soltanto alla propria fazione politica. Lasciare completa libertà ai propri giornalisti significa creare un prodotto equilibrato che si indirizza ad una fetta di mercato potenzialmente molto maggiore.

    Per cui le case editrici veramente grandi tendono a lasciare i propri redattori completamente liberi di esprimere le proprie idee.

    In definitiva ottenere un lavoro profesionale significa

    - concedere massima libertà di pensiero all'autore
    - sottoporre il lavoro a continue revisioni
    - trovare una mediazione fra autore e redazione al fine di ottenere un prodotto migliore (anche se l'autore potrebbe avere la presunzione di essere migliore di tutti gli altri componenti della redazione).

    Per cui la realizzazione di un prodotto editoriale è oggi un lavoro di gruppo e non di un singolo.

    Scritto da jaco, 5 anni, 3 mesi fa


  23. Questo è proprio un bel post. I miei dubbi su estendere le conclusioni all'intera editoria e in particolare all'informazione li ho esposti di là.

    Scritto da Tonino, 5 anni, 3 mesi fa


  24. donMo, se vuoi tutti noi mettiamo una parolina presso Chi conta…:)

    in effetti il tempo ti mancherebbe un po' ma potresti decidere molte belle cose, se diventassi vescovo o cardinale… E magari Papa.
    Un Papa blogger non sarebbe male!:)

    Scritto da boh, 5 anni, 3 mesi fa


  25. jaco, hai ragione che il libro è un prodotto di un gruppo, mica come noi studiosi che ci facciamo tutto da soli!:)

    Però se mi mettono un editor o chi sia alle calcagna che legge tutto quello che scrivo capitolo per capitolo, taglia smonta e corregge, beh, non faccio più ricerca e storia ma faccio l'ascoltatrice ufficiale degli editor.

    Oltre tutto, lui o lei di quello che faccio io non ne capisce un fico secco perché l'ho scritto io per prima! Dopo anni di ricerche e di intoppi vari. Basandomi su documenti, non su quello che hanno già scritto gli altri.
    Che accidenti ne capisce lui o lei editor?

    Quindi, se a livello di scrittura i consigli e le correzioni vanno benissimo, non posso lavorare se qualcuno si mette a dire quello che posso o non possono scrivere di storia. E' questo il vero punto. Qui sta la libertà, non nella revisione editoriale sì o revisione no. Che è un aiuto.

    Un cane mastino alle calcagna proprio non lo voglio, magari perché non devo superare le tot pagine: il contenuto è nuovo a mai trovato e scritto, frutto di ricerca, passione molte conoscenze (sia culturali, sia di persone). Se questo contenuto lo volete è così, altrimenti ciccia. Vado da un altro.

    E l'altro l'ho trovato appena proferito parola, devo dire..:) (sante persone)

    Scritto da boh, 5 anni, 3 mesi fa


  26. Devo dire che tutti gli editor che ho incontrato nella mia vita nelle varie case editrici per cui ho lavorato, non mi sono mai stati addosso come un mastino…Ma proprio mai. Da sempre si son sempre limitati a suggerirmi un sinonimo al posto di un altro, o al massimo a dirmi "io taglierei quel periodo che è troppo lungo", oppure "approfondisci un po' qui". Ho sempre avuto estrema libertà di espressione. E lo stesso nel giornalismo, iniziato due anni dopo che già scrivevo libri direi con un buon successo sia di critica che di pubblico. Certo i primi tempi era frustrante sentirmi telefonare dal caporedattore: "…l'articolo è perfetto…ma veramente…ehm…26.000 battute sono un tantino troppe, io ne vorrei al massimo 7000" ;-D. Non mi hanno mai contestato i contenuti, ma solo la "forma" concreta. Ho dovuto imparare la "tecnica" di scrivere gli articoli, che sono tutt'altra cosa che un libro. E l'ho fatto a testa bassa e senza protestare. Non ne sapevo nulla, mi hanno insegnato tutto. Così come ho dovuto poi imparare a scrivere i post e per la rete in generale, tutt'altra cosa rispetto agli articoli e ai libri…Insomma, uno studio continuo. E che mi piace da morire. ;-***

    Scritto da Placida Signora, 5 anni, 3 mesi fa


  27. Placida, a occhio e croce mi sembra che i tuoi libri non parlano di politica culturale di Mussolini e Gentile in Oriente e non penso siano così contestabili politicamente e/socialmente. Non sono così "colorati". (colorati? non so come dirlo meglio)

    (Mi fa piacere che tu abbi avuto tanti e generosi maestri, beata te:))

    Scritto da boh, 5 anni, 3 mesi fa


  28. Boh, hai visto dei ritrovati (pare, anche se io ho miei dubbi) diari di Mussolini? Se la cosa venisse confermata, dovresti forse rivedere anche la tua opera?

    Scritto da donMo, 5 anni, 3 mesi fa


  29. No non l'ho visto sono un po' fuori dal mondo, vivo solo nel mio…:)

    Però non credo che i suoi diari possano inficiare la realtà di quello che ha fatto e lasciato dietro di sé, possono però gettare luce sulle sue intenzioni.

    Voglio dire che quello che ho scritto è basato sulla realtà dei documenti, una realtà inequivocabile, con poche o niente interpretazioni. Al massimo uno potrebbe dire che quello a cui mirava e voleva in realtà è discorde con quello che diceva di volere.

    1) E in ogni caso, chi ci crede? Vedremo.
    2) Era un uomo pubblico e un dittatore, sapeva benissimo che i suoi diari, se sono suoi, sarebbero andati in mano ai posteri. Potrebbe averli "fabbricati" ad usum delphini.

    Scritto da boh, 5 anni, 3 mesi fa


  30. No, quei redattori sono poi diventati amici cari, ma non li ho mai considerati "maestri", tesora… Anche perché in certi casi erano molto ma molto più giovani di me; semplicemente mi davano delle dritte tecniche per svolgere un mestiere che io allora non conoscevo affatto. :-)*

    Scritto da Placida Signora, 5 anni, 3 mesi fa


  31. io non considero mai l'età, per me è tutto uguale.. (dipende per cosa, certo:))

    cmq l'importante è che tu sia stata bene:)

    Scritto da boh, 5 anni, 3 mesi fa


  32. …. curioso …. c'e' un eta' di mezzo… o meglio in mezzo al discorso… guarda come si finisce dentro un possibile fuori tema… mi era sfuggita la cosa :) e sto invecchiando ormai e' palese… :(

    Scritto da hermansji, 5 anni, 3 mesi fa


  33. hai la memoria lunga hemrasji!:)

    E che tu sia già un po' vecchio è ovvio, specie se si guarda il tuo blog…

    Scritto da boh, 5 anni, 3 mesi fa


  34. allora non ti piace il blog tumescente… :(

    Scritto da hermansji, 5 anni, 3 mesi fa


  35. ….semplicemente complimenti!!!

    Scritto da sole, 5 anni, 3 mesi fa


  36. di che? A chi cioè?

    Scritto da boh, 5 anni, 3 mesi fa


  37. Quello che hai scritto è esattamente cosa capita. Ormai cosa c'è dentro ad un libro interessa poco, quello che conta è se garantisce le vendite. Anche a me hanno fatto le stesse domande. Poi mi hanno pubblicato in case editrici meno importanti e soprattutto che hanno poca distribuzione. Ho parlato con professore che scrive su un giornale molto importnate per vedere se poteva fare anche solo una piccolissima citazione del libro, mi ha risposto fuori dai denti che è tutto deciso dalle case editrici chi deve ssere recensito o no, che il libro non lo leggeva neanche perchè aveva il tempo di leggere solo quelli che il giornale gli dava da recensire. Il discorso si è chiuso lì. Io non credo di valere molto, ma quello che leggo non vale un granchè. Il tuto mi dà solo una grande tristezza. Non per me che ho già una certa età, ma per i più giovani e per la cultura. Ciao, con simpatia Giulia

    Scritto da Giulia, 5 anni, 3 mesi fa


  38. Ciao Giulia, da come scrivi la certa età è 20-30? Massimo.
    Infatti mi commenti, grazie.:)

    Mi sembri piena di energia e di voglia di comunicare, che poi non hanno età. Quando andavo a trovare la mia nonna che aveva 90 anni suonati e andava solo alla Messa la trovavo che aveva una gran voglia di parlare, di raccontare, di stabilire un contatto col mondo.

    Ma sembri sedata a forza, come addormentata a forza, rassegnata: e dici che non credi di valere molto! Ma te lo dici da sola??? Solo perché magari non sei riuscita a pubblicare un libro? Chi sa quante altre cose preziose hai fatto nella vita e stai facendo…

    E poi, sei certa di sapere bene bene quanto vali, siamo davvero così imparziali su noi stessi? In te sei preziosa, questo è il punto…:)

    Un altro punto: anche io scopro sempre cose da imparare e i miei limiti. Poi mi relativizzo, mi guardo intorno e, con poche eccezioni, sorrido: torno a dirmi "vai ragazza vai"!:) Non vedo tanti geni, non vedo tanti Curie, non vedo tanti Einstein né Levi Montalcini o Dostojeski e Picasso, intorno. Quindi, procedo. Anche perché non posso farne a meno. E' la mia vita e la vivo.

    Quando li vedo questi geni della scienza, della cultura e dell'arte, perché ce ne sono tanti infinitamente più bravi di me in qualcosa, cerco di imparare. Di conoscere, di capire quello che hanno capito loro. Di allargare l'orizzonte. E mi fa un sacco piacere vedere dove è arrivato il genere umano, mi consola sul tanto brutto che fa quotidianamente. Dico: allora c'è speranza.

    Mi è stato detto che i giornalisti e i professori recensiscono *quasi* solo quello che viene loro dato: quasi, perché in Italia è così, c'è un cordone omertoso sulla cultura che fa paura e pochissimi sfuggono. Ma non è solo così, anche qui devo dirtelo per esperienza personale, di gente che conosco anche da anni.

    E poi se guardi in Italia ti sconsoli: ma all'estero, nei paesi che conosco io, molto meno, e sai perché? C'è il merito. Il merito vale qualcosa. E io ho scritto diverse recensioni sulle riviste più importanti, anche cassando un paio di lavori importanti di studiosi alla moda. Che hanno scritto ragnatele, cose ben architettate e impacchettate ma di valore scientifico = 0. Cari dannati, per di più.

    Non mi piace però la tua tristezza, sembri rassegnata. Se tutti facessero come te ci sarebbero solo i raccomandati in Italia! Invece no, non è così.
    Non devi mai disperare ma perserverare.

    Non disperare Giulia. Hai un bellissimo nome e sono certa che ti porterà fortuna….:) Hai l'obbligo verso te stessa di continuare per la tua strada, quella che sia.

    E torna a trovarci, ti aspettiamo!..:)

    ciao, a presto

    Scritto da boh, 5 anni, 3 mesi fa


  39. Ti ringrazio per quello che hai scritto. No, non sono rassegnata, semplicemnete mi sembra di perdere tempo ad inseguire tanta gente che si crede importante. Amo molto la vita. Ho avuto la fortuna di adottare un bambino che era stato definito da illustri neuropsichiatri come "un bambino da buttare dalla finestra": non è stato così. Oggi è un uomo che vive felice, lavor e ha molti amici e vive una vita assolutamente normale. Su questa storia ho scritto un libro per testimoniare che nulla è perduto, che nessuno ha il diritto di dire che un bambino con problemi psichici o intellettivi è incurabile, se mai dovrebbero avere l'umiltà di dire "io nonsono capace di curare". Alcune pagine di questo libro le ho pubblicate sul mio blog che ho iniziato da poco. Mi hanno scritto altre persone raccontandomi la loro solitudine ed è di questo che mi preoccupo, di come fare a portare avanti un discorso che non emargini chi ha problemi, che ridia speranza e forza a tutte quelle mamme e papà che lottano nella loro quotidianità. Sono insegnante da trent'anni e ho scritto un libro sulla mia esperienza ed è il libro di cui ti parlavo. In un momento in cui non si fa altro che parlare di "giovani demotivati, bulli e chi più ne ha più ne metta" io racconto come si può dialogare con i ragazzi, di quanto bisogno di ascolto hanno, di quanto silenzio di valori c'è intorno a loro per la responsabilità di noi adulti. Quando insegni con passione, loro si lasciano contagiare eccome… No, carisima amica, perchè le parole che mi hai detto sono di un'amica, forse un po' triste a volte lo sono perchè ho conosciuto troppa gente che soffre, ma sono innamorata dela vita e ho ancoara tanta volgia di lottare. Ciao e grazie, se vuoi vieni a trovarmi sul mio blog e vorrei tanto anch'io che questo dialogo continuasse. Giulia

    Scritto da Giulia, 5 anni, 3 mesi fa


  40. Grazie Giulia! vedi che di cose meravigliose ne fai ogni giorno? Altro che solo libri…:)

    E' verissimo sui valori che i ragazzi non hanno, ma il fatto è che ne vedo pochini anche fra gli adulti.

    Ti ricambierò la visita, contaci! Questi gg non ho tempo ma lo farò. Devo anche fare un post su di un lavoretto che ha fatto un mio amico qui, e rimando..

    Ciao Giulia!

    Scritto da boh, 5 anni, 3 mesi fa


  41. a proposito di giornalismo e liberta' ho scoperto oggi… un vecchio articolo (Dis)informativo su "IlSole24ORE.com"… purtroppo non sono riuscito a risalire alla firma, quindi presumo sia della redazione, ma dico come si fanno a scrivere simili cose? ho già notato siti che citando proprio quell'articolo hanno messo a disposizione file coperti da diritto d'autore… così compiendo a loro volta un reato…

    Scritto da hermansji, 5 anni, 3 mesi fa


  42. hermansji, ti stupisci? io non più. Però mi arrabbio come te..

    Scritto da boh, 5 anni, 3 mesi fa


  43. meno male allora siamo in due… :)

    Scritto da hermansji, 5 anni, 3 mesi fa


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L'autore del blog

boh

Questo è il blog di Enrica Garzilli, specialista di indologia e di studi asiatici e docente di Storia del Pakistan e dell'Afghanistan presso il Dip. di Studi Politici dell'Università degli Studi di Torino.