Pier Paolo Pasolini, Madre Teresa di Calcutta, l'India e l'amore

pasoliniMia madre è una madre poco materna, nel senso più occidentale del termine, secondo i prototipi un po’ lisi della mamma-mamma mediterranea a tutto tondo. E’ forte, indipendente, netta, sincera e assai poco chioccia, grazie al cielo! Non mi ha tenuto appiccicata alla vesti sin dai miei primi giorni e non mi ha mai spinto ad accattare un buon partito – petulante, asfissiante e iperprotettiva fino a che non avessi infìnocchiato un pollo triste ma ricco. Insomma, ha delle doti che un tempo mi sembravano una mancanza, ma di cui ora la ringrazio a piene mani.

Per una cosa però l’ho sempre ringraziata anche da piccolissima: l’amore e l’ammirazione per Pier Paolo Pasolini (1922-1975), di cui teneva tutte le opere in una teca grande. Lei lo amava dagli anni ’50, ben prima che il Partito comunista lo ghettizzasse e non sapendo niente della denuncia per corruzione per minorenni che ricevette (di cui dubito che si sarebbe interessata, tuttavia). E decenni prima che la stampa ufficiale lo riconoscesse come Maestro.

A questo suo amore è rimasta fedele, e lo è tuttora. Amava i suoi libri, i suoi film, le poesie, la sua voglia di vivere cupa e feroce e, soprattutto, le sue scelte da vero intellettuale, scelte critiche e mai supine anche del suo partito e della sua gente. Pasolini era uno che non le mandava a cercare, se voleva dire qualcosa: le sparava e basta. Gli intellettuali, si sa — e lo dico spesso, scherzando ma non troppo — quando lo sono veramente, sono critici e criticoni, specialmente verso le scelte che abbracciano e le persone che amano. Sono dei critici per natura, dei veri rompiscatole. Profetici talvolta, costruttivi sempre. Come lui.

Di due libri mi ricordo ancora quando ero bambina, perché li ho letti più volte con avidità: la raccolta di poesie La meglio gioventù, del 1954, e L’odore dell’India, del 1962. E’ questo il Pasolini che amo, non quello in dialetto del Friuli o della tenerezza struggente verso sua madre, né quello dell’erotismo decadente di Salò che, un po’ di anni dopo, trovai così brutto e noioso che mi ci feci sopra un gran bella dormita. Due volte ho provato a guardarlo, due volte mi sono annoiata e addormentata. Ci ho rinunciato, forse per sempre.

Pasolini aveva appena cominciato a girare il suo primo film da regista, Accattone, ma i contrasti con l’amico Fellini, che in questa occasione era il produttore del film, avevano portato le riprese a uno stallo. Così, alla fine del 1960, poco prima del Capodanno, Pasolini partì per il suo primo viaggio indiano in compagnia di Alberto Moravia e Elsa Morante. Rimasero sei settimane.

Lui fu assolutamente stordito dalla folla di 400.000.000 di persone (ora ce n’è oltre 1 miliardo) e dalla vita, dagli odori. Si spogliò della mentalità eurocentrica e si immerse nel noto marasma indiano. Girava di notte, come sempre, e nei falò accesi per strada e nella disponibilità della gente vedeva qualcosa che qui, nella vecchia Europa, non c’è più: la gioia e la voglia profonda di vivere e di stare con gli altri, perché l’oggi si sa, ma del domani non sappiamo niente. Ma non è così per tutti? Siamo sotto la cappa del cielo e non sappiamo neanche se domani saremo qui a godere di questo grigio milanese e di questa umidità fredda.

E amava, come sempre, di notte, girava fra gli umili e i diseredati e amava. Ognuno ha un suo modo di amare e certamente, anche se pagava i suoi incontri, non credo che lui amasse di meno: perché si donava tutto, completamente, era lì. Le sue pagine indiane trasudano sessualità e vita e credo che desse di sé infinitamente di più di tanti mariti svogliati e tante mogli assonnate.

Soprattutto, Pasolini aveva capito dell’India, anche negli ambienti borghesi degli alberghi di lusso che frequentava, nelle feste d’Ambasciata, nei circoli culturali e nei party, una dote che nel mio ultimo viaggio ho visto che si sta perdendo, ma che ho avuto la fortuna di sperimentare anche io, vivendo lì un po’ di anni fa: la tolleranza. Tolleranza delle persone fra loro, tolleranza nei suoi confronti. Io direi, accettazione.

[Gli indiani borghesi] possiedono una qualità assolutamente rara, nel mondo moderno: la tolleranza.

Dal viaggio trasse una serie di articoli per Il giorno, che furono rilegati e formarono il volumetto L’odore dell’India.

Ieri pensavo a quando, ragazzina, leggevo il libricino, preso a caso fra quelli di mia madre, e mi aveva assalito quell’odore di umanità, quella voglia di sperimentare, di amare, di immergermi nella vita e nell’aria dell’India, quella voglia fanciullesca godereccia e ridereccia, un po’ spietata, che ho tuttora.

Sono stati Pasolini e Madre Teresa di Calcutta (1910-1997) i miei primi amori e i miei primi insegnanti sull’India. Lui col suo amore carnale per il paese e i suoi mercenari dell’amore che, se non si leggono, si intuiscono chiaramente. Lei, col suo amore spirituale talmente forte da essere doloroso per gli umili fra gli umili, i sofferenti e i morenti dell’India.

Madre Teresa l’ho poi vista in televisione quando ha parlato al conferimento del Nobel della Pace e ho tremato: di gioia, di commozione, di preoccupazione per la sua assolutezza che, temevo, l’avrebbe portata ad andarsene presto. Non sapevo ancora che lo spirito è più forte del corpo! La sua presenza scuoteva letteralmente lo schermo e l’ho sentita Santa. Se i santi sono uomini che col loro forte spirito fanno del bene a tutti noi — tutti, non a 10 o 150.000, ma a tutta l’umanità — in nome di Dio, e nel suo nome ci proteggono, ecco, Lei lo era.

Tutte e due, Madre Teresa di Calcutta e Pasolini, per me non erano che le facce della stessa medaglia dell’amore. E tutti e due hanno amato l’India e la sua gente, se pure in modi apparentemente opposti. Leggete quello che ha detto Madre Teresa quando le ha stato conferito il Nobel sui poveri dell’India, sulla tolleranza, sull’autocontrollo, sull’amore che non può essere che totale, con dedizione assoluta e consapevole. Sulla dignità della morte.

Pensavo che un giorno avessi potuto anche io amare così, fare del bene così, come Lei. E invece eccomi qui, a parlare a un piccolo popolo di blogger dei due miei grandi primi amori, di due fratelli di fanciullezza a cui mi sento accomunata in vario modo dall’amore per la gente senza pretese, la gente reale che si vede ogni giorno, che soffre e che lotta per vivere, che ama e che talvolta ride. Dall’amore per San Francesco d’Assisi. E dall’amore per l’India.

Luca M. di Blublog e Ludo M. di Qix.it mi hanno chiesto di dire cinque cose che nessuno sa di me. Ecco, questa è una e proprio non la sapeva nessuno.

(p.s. per tutte le signore e signorine, nonché i signori, che intendano copiare a man bassa, come è successo più volte: tutto il materiale pubblicato su questo blog è protetto da copyright. E’ chiaramente scritto in fondo alla pagina. La foto di Pasolini è tratta dal sito Subterranean Cinema).



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L'autore del blog

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Questo è il blog di Enrica Garzilli, specialista di indologia e di studi asiatici e docente di Storia del Pakistan e dell'Afghanistan presso il Dip. di Studi Politici dell'Università degli Studi di Torino.