Tu chador o non chador? Burqa o non burqa? Islam e Turchia, Afghanistan e altro

Il 28 agosto scorso in “Bombe, Turchia, università e costumi dall’Islam” ho parlato del burqa e del chador delle donne musulmane e del mio dubbio davanti a un burqa integrale con velo e volto coperto, eppure, al contempo, del diritto sacrosanto di vestire come a uno pare e piace.

Ma lunedì sera, a Roma, l’Ambasciatore per la cultura e i diritti umani dell’Afghanistan per l’Europa, la Principessa India d’Afghanistan, di religione islamica, per risolvere il problema lo ha inquadrato sotto una luce che mi pare giustissima. Lei dice: diamo la possibilità a tutte le donne islamiche, sia qui in Europa che in Afghanistan e ovunque nel mondo, di studiare, di trovare un lavoro adeguato, soddisfacente e ben pagato e mettersi in tutto e per tutto alla pari con gli uomini: poi il velo integrale se lo tolgono, eccome se lo tolgono. Diventerebbe una loro necessità.

Non dipendendo più dal maschio di casa non avranno più bisogno di sottostare a certe regole e, se le adotteranno, le aggiusteranno ai loro ritmi e stili di vita. Se sono medici, per esempio, è ovvio che non potranno adottare il burqa integrale. Se vogliono fare il medico dovranno toglierselo. Se sono insegnanti anche, se sono segretarie, se sono badanti, se sono portinaie, se lavorano in un asilo e così via. E’ quello che è successo negli Emirati Arabi, peraltro.

Il problema non è il velo, questo è un falso problema o, meglio, l’apice di un problema: il vero problema è la parità basata sull’indipendenza economica, e l’indipendenza economica basata sull’educazione e la possibilità di scegliere un lavoro e quindi, di essere sostenuti, pagati e protetti dalla famiglia di origine senza doversi sposare per forza al più presto possibile.
Insomma, è la struttura patriarcale che va scardinata.

E che dire dell’Italia? Quanti donne Rettore universitario ci sono, per esempio? Quanti chirurghi? Quanti parlamentari? E così via: è il famoso “tetto di vetro” di cui da anni parlano le donne in USA, che ferma l’accesso delle donne a un certo livello nel lavoro, nei diritti in famiglia, ecc: è invisibile eppure c’è ed è molto, molto spesso.

Il punto del problema non è l’Islam, che è una religione e come tale va intepretata, a livello sociale, in un modo restrittivo o aperto (ma anche il Cristianesimo e il Buddhismo e l’Induismo, e tutte le altre religioni, se è per questo): il primo e vero problema è la parità, la possibilità di studiare e di avere un lavoro adeguato e retribuito giustamente. Poi le cose cambieranno.

Certo, per ora il problema tutto mio della mia reazione davanti ad un chador o un burqa integrale in aula rimane, ma dubito di trovare mai una donna afghana seduta in aula davanti a me. Per fortuna mia, e per sfortuna loro, il problema al momento non si pone.



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L'autore del blog

boh

Questo è il blog di Enrica Garzilli, specialista di indologia e di studi asiatici e docente di Storia del Pakistan e dell'Afghanistan presso il Dip. di Studi Politici dell'Università degli Studi di Torino.