Naked Conversations, politica e cultura: a che serve un blog n. 5

Pomposo invito al Centro Studi Americani (attenti ad aprire il loro sito perché non scrolla neanche dopo 20 minuti, io l’ho dovuto chiudere) di Roma da parte dell’Ambasciata degli Stati Uniti d’America per la presentazione del libro di Shel Israel e Robert Scoble Naked Conversations.

Tutto infatti era nudo, cioè povero: l’invito è arrivato per emai, con un bel risparmio sul biglietto stampato, i partecipanti erano solo 25 (contati), compreso gli studenti di americanistica precettati, non c’era controllo per entrare e non c’era neanche un piccolo rinfresco alla fine, e sì che fra gli invitati c’era chi era venuto da fuori. Io c’ero perché avevo due altri impegni per me importanti, uno la sera e uno la mattina dopo, e mi aspettava una bellissima cena con un’amica, ma se avessi fatto il viaggio solo per la presentazione, povera me!

Shel Israel ha presentato il libro per non più di 5 minuti — spiegando che tutti dobbiamo aprire un blog perché fa vendere di più e lo aveva detto anche ai funzionari d’Ambasciata la mattina stessa — presupponendo quindi che tutti noi avessimo già letto il suo libro. Poi ha costruito l’incontro su domande-risposte.

Molti hanno parlato. Fra questi mi ricordo di Luca Conti, che ha chiesto a Israel i programmi che lui usa. Un funzionario della RAI ha detto a Israel che nel suo prossimo libro deve mettere che la mafia in Italia è una piaga sociale e per sconfiggerla il governo dovrebbe aprire un blog (mi chiedo, così le organizzazioni mafiose sanno in anticipo le misure prese, le azioni sotto copertura, ecc.? oppure per far pubblicare in modo “cheaper and faster” le foto e i video usati dai pedofili a beneficio di tutti? o forse perché chi commenta diventi un target di ritorsioni e minacce da parte di Mafia, Camorra, ‘Ndrangheta e Sacra corona unita?). Alias: sensazionalizzare un evento per farsi pubblicità, buttar lì parole forti, come fanno tanti blogger, che sia sul razzismo, sulle donne o l’emigrazione — tanto siamo equiparati — per fare salire la blogaudience. (Vero Olipal? noi ci capiamo..)

Dopo tutti — sono stata l’ultima perché stavo pensando alla sua proposta ai politici americani di aprire un blog, un po’ come Di Pietro, Amato o Grillo, credo — ho detto a Israel che il blog, per esempio, del Dr. Condoleezza Rice, National Security Advisor degli USA, può essere utile a lei, perché aggiusti l’immagine della sua linea politica in modo da essere più recepita e più accettata dagli utenti, ma non a noi, perché tutto quello che gli diciamo serve solo a farla diventare più furba, a farci digerire meglio certe cose tipo una politica estera aggressiva: il blog è dialogo e che dialogo ci può essere con una signora potentissima che rappresenta gli USA e ha uno stuolo di analisti e scrittori poltici e d’immagine che decidono anche se e quando deve sorridere, e gli utenti? Il blog serve a lei: ma a noi? Voglio dire, serve a vendere la sua immagine, ma serve a far cambiare decisioni a Bush e Rice? Faranno quello che a loro conviene in termini di ritorno di voti e lo impareranno meglio da chi commenta sui loro blog, sic et simpliceter. E comunque, chi è che crederebbe a quello che c’è scritto sul blog di Condoleeza dai suoi creatori d’immagine? O forse, la gente ci crederebbe e sarebbe anche peggio: si illuderebbe che protestando sul blog ha davvero contato qualcosa e, pure, guarda un po’ come è democratica Condy che ci fa parlare…

A queste domande Israel ha risposto che il blog serve a vendere di più e meglio, ad allargare la base dei clienti. Alla fine mi ha avvicinato una signora molto gentile dicendo che, dato che per lei la politica era dare una voce a tutti, il blog serviva agli utenti per sfogarsi, per esprimere la loro opinione. Quello che ho detto a Lele durante una cena e che ho scritto in “Blog e politica II: libertà? a che serve un blog“: il blog può essere usato per comunicare a creare un networking a chi voce non ce l’ha, come i vessati e oppressi cittadini del Nepal che comunicavano in anonimo con blog dai server in India e in Thailandia, ma il blog non serve per un reale accesso al potere. Il blog nei paesi occidentali o nelle aree a sviluppo industriale è avere un accesso al potere nel senso di networking e fast communication.

Ma non illudiamoci. Il blog dà voce a chi ne ha poca o niente nei paesi occidentali a capitalismo avanzato, o anche in via di sviluppo, ma a certe categorie: in Nepal, per esempio, non tutti usano il blog, ma solo gli abitanti più colti delle città, editori, giornalisti, magistrati, avvocati (più avanzati dei nostri), studenti, professori. Ma che dire delle popolazioni rurali che non hanno neanche l’acqua potabile? Un computer e un blog collettivo farebbe cambiare politica allo stato africano o asiatico dove vivono, o al Nepal? E poi, siamo sicuri che la queste popolazioni sarebbero computer-literate al punto che ogni cittadino scrive in proprio, anche su di un solo blog, e che non ci sia qualcuno che scrive per tutti, dando voce ai suoi propri interessi e non alla voce del singolo? Parlo di gente totalmente o quasi del tutto analfabeta, che non ha scuole, non ha ospedali e neanche acqua potabile, ed è molta.

Anzi, in questo caso il blog rischia di diventare la voce ufficiale del potere, prezzolato magari dai politici: il potere di chi sa scrivere, possiede un computer e ha conoscenze sufficienti per aprire e gestire un blog, ha tempo per gestirlo, quindi soldi, con la pancia piena di cibo e acqua, e ha salute, dopo aver avuto accesso ai medici o agli ospedali vicini, magari spostandosi con una bella jeep. Come fanno in Nepal.

E chi ha tutto questo in aree prive dei diritti umani elementari, acqua, cibo, salute, scolarizzazione? Chi è un politico oppure è appoggiato dal potere politico vigente, che spesso è quello che permette questo stato di cose (o addirittura lo vuole, forte del fatto che se una persona muore o si ammala di indigenza o di malattia, non ha voce per protestare, sempre presa dalla risoluzione dei problemi elementari della vita). In Nepal, come ho detto, è solo chi ha cultura e vive in una città, quindi una parte del 10% dei 25.000.000 di abitanti. E il resto del paese? E l’Africa? E il Bangladesh o l’Afghanistan? Il blog è un aggeggio da Occidente e/o da ricchi e/o da colti, e lo sarà ancora per un bel pezzo. Per gli USA il blogging è vitale, nel 2004 ha determinato le elezioni del Presidente Bush, ma per molti popoli nei Paesi in Via di Sviluppo la democrazia passa ancora per i diritti umani più basilari.

Alla fine dell’incontro, durato un’oretta o poco più — dalle 4:35 alle 5:45 — a quella gentile signora americana che mi ha avvicinato, molto convinta, dicendo che il blog dà voce al cittadino, ho risposto che Israel ha detto qualche bella scemata se dice che ha cercato di convincere i politici del Governo americano a metter su blog e che questo ci serve, serve a noi cittadini. Era per il suo interesse, del Governo e di Israel, magari, ma non dei cittadini, che si sarebbero illusi di contare qualcosa e, invece, avrebbero servito alle aziende di rilevamento dei dati di popolarità governativi per modulare l’immagine del Governo stesso e dei politici. Ci vogliono i fatti, non l’immagine!

Quando parliamo di democrazia e di diritti umani non stiamo al mercato, immagine e PR, parliamo di governi che fanno guerre, di economie pompate, magari di finanziaria, di diritti civili, non di far comprare meglio al cittadino-cliente! Insomma, ho detto che il discorso era valido per una multinazionale o un’azienda, meno valido per un rapporto democratico reale in certi paesi. Valido per un politico che parla col cittadino, meno valido per il cittadino che parla col politico che, anzi, si illude di contare qualcosa solo parlando, invece di fare qualcosa.

Mentre mi rispondeva, la signora è stata richiamata all’ordine da Israel, che l’ha pure agguantata per un braccio, e ho scoperto che era la moglie! Bella democrazia se non vuole neanche che la moglie parli con l’unica voce critica della sala, alla quale lui risposto svicolando cose che non c’entravano niente con la domanda, ribadendo cioè che “col blog si vende cheaper and better“.

Ma la cosa che non mi è andata tanto giù è che mentre noi chiedevamo e parlavamo — hanno parlato in tanti e, alcuni, a lungo — l’interprete vicino a Israel e lui stesso scrivevano e scrivevano: mi sa che vedremo le nostre domande modulate come parti del prossimo libro! Insomma, invece di ascoltare da lui una presentazione e dei chiarimenti, Israel ci ha usato con la scusa dell’invito d’Ambasciata, senza neanche degnarsi di illustrare il suo libro e di ringraziarci per essere venuti ad ascoltarlo, né a parole, né offrendoci un bicchiere di vino. Ha usato l’Ambasciata USA e noi. Bello furbo Shel Israel, lui sì che conosce l’arte di vendersi. A che gli serve a lui un blog? E’ un abile venditore che vende se stesso reclamizzando un mezzo per vendere!

p.s. delle 19:04: ho appena letto un articolo citato qui su come sfruttare un blog per migliorare la propria carriera, in effetti Israel ha sfruttato i blog per fare carriera..



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L'autore del blog

boh

Questo è il blog di Enrica Garzilli, specialista di indologia e di studi asiatici e docente di Storia del Pakistan e dell'Afghanistan presso il Dip. di Studi Politici dell'Università degli Studi di Torino.