Non porterò più la kefiah! Islam e guerra di religione

moggi con la kefiah (c) canisciolti.itIn 4° ginnasio, molti anni fa, ho cominciato a indossare la kefiah, sapete quel grande fazzolettone bianco e nero con le frange, simbolo dell’Intifada: un po’ perché mi piaceva, molto perché mi pareva assurda la fame di terra degli israeliani e che gli USA l’appoggiassero. Dicevo sempre: come se io pretendessi, dopo qualche secolo, di rimpossessarmi delle terre della mia famiglia. Che poi non erano neanche le loro, degli ebrei intendo, o troppo tempo fa.

All’inizio mi guardavano con curiosità perché la kefiah non la conosceva nessuno, io l’avevo avuta in regalo da un amico nero del Senegal che era nato e vissuto a Londra, fra africani neri e nordafricani, ma in Italia non si era ancora vista; dopo un po’ di anni mi davano della fascista e persino della nazista, perché andare contro gli ebrei era considerato assai politically incorrect. Ora, dico la verità, a parte che di solito la indossano i punkabestia, ma di simpatizzare con la causa araba non me la sento più e non la indosserei neanche se mi pagassero per farlo.

E per una sola ragione: chi inneggia alla lotta armata, chi è esaltato per la violenza, chi non crede nella legge — anche quando non è applicata con giustizia, perché altrimenti è il Far West — chi si scaglia contro il capo di una chiesa (e non “una chiesa”, come è stato scritto, ma la chiesa più grande del mondo) perché dice che la violenza non può essere un metodo — e, peraltro, il concetto di guerra santa è ben vivo negli scritti dell’Islam — minacciandolo e minacciando la libertà di parola e di religione, chi prende la scusa di un Allah e del Profeta per gettare bombe e scatenare panico a livello internazionale e causare morti innocenti e ricattare i governi, e chi cerca di impedirmi di dire quello che penso liberamente e di viaggiare in sicurezza, o di prendere la metro con sicurezza, senza temere attacchi indiscriminati, no, non lo accetto. Non faccio più mia la causa palestinese, pure giusta che sia, pure lunga che sia, pure se la questione è diventata da tempo un altro Vietnam.

Voglio sentirmi libera in casa mia e voglio che chi viene in casa mia rispetti le regole democraticamente scelte. Perché io rispetto sempre le regole del paese dove vado. Certo, le nostre sono perfettibili, ma proprio per questo sono giuste: perché non sono assolute come una guerra santa. Sono aperte e suscettibili di miglioramento, di discussione, di incontro.

Ho parlato diverse volte di cultural clash e che l’Oriente, anche il Vicino Oriente, ha buone ragioni, ragioni millenarie, per avercela con l’Occidente. Ma ora basta. E se io mi rivoltassi perché un tempo gli arabi hanno invaso parte dell’Italia? Devo ancora avercela per questo? Anche loro, in nome dell’Islam, hanno invaso e razziato, depredato, violentato: basta vedere quello che hanno fatto in Kashmir o nelle pianure gangetiche, quando a più riprese, nel corso dei secoli, milioni di indiani hanno dovuto lasciare in fretta il paese e andare in Nepal per cercare di salvarsi, e molti altri hanno fatto la fine più atroce. Nel pur violento alto medioevo, i musulmani erano famosi per la loro violenza.

E ora dicono a me, a tutti noi, e a un rappresentante della cultura occidentale, il Papa, che non deve parlare dell’Islam e della guerra santa! Decine di mullah e capi religiosi vari ci vengono a dire che l’Islam non è tutto così, è anche moderato, è anche per il dialogo, vuole convivere pacificamente con l’Occidente: e allora, mi chiedo, politicamente in Italia dove sono questi islamici moderati? Perché non si costituiscono come forza politica, perché non si espongono ufficialmente, dato che vivono qui e hanno, qui ce l’hanno, libertà di parola? Perché, insomma, lasciano parlare per loro sempre i violenti, gli estremisti, gli intolleranti o, peggio, gli esaltati, i deliranti, i kamikaze, gli attentati, le bombe? Ma avete visto quell’arabo ieri sera che ha interrotto reiteratamente e urlando come un ossesso non so quale ministro, che faccia, che arroganza, che aggressività?

E’ per questo che ho raggiunto il limite: appoggio la causa della Palestina — e chi non potrebbe appoggiarla, con un minimo di buonsenso e di giustizia — ma non accetterò più chi vuole comandare a casa mia, chi mi urla in faccia ordinandomi di tacere, come un nouvel Duce, e lo fa in nome dei dettami più retrivi di una religione che è diventata per se stessa simbolo di violenza. Da quello che sapevo io, il jihad è una lotta interiore per raggiungere dei risultati spirituali, è un fondamento stesso della dottrina: mi pare che venga inteso invece nel modo più violento e reazionario, come un mezzo di repressione, intimidazione e ricatto, come una guerra. Santa? Non direi.



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L'autore del blog

boh

Questo è il blog di Enrica Garzilli, specialista di indologia e di studi asiatici e docente di Storia del Pakistan e dell'Afghanistan presso il Dip. di Studi Politici dell'Università degli Studi di Torino.