Su Hina, lo Stato italiano, Islam, la comunità, la religione, la Parola

Questa è la mia risposta ad un commento di Intempestiva al post sull’omicidio di Hina Salem. Con una brevissima aggiunta dall’intervista — intelligente — a un giudice al Radiogiornale delle 12 sul secondo canale:

Grazie per aver precisato quello che ho detto, che in parte ri-preciso:

Assolutamente no, la donna musulmana in India e Bangladesh non può ripudiare il marito per legge, appunto. Il “talaq” non esiste per le donne. In India fino al 2001 non era neanche contemplato. Era specificata la modalità di divorzio maschile soltanto. E c’è la Personal Law, almeno in parte, riguardo al diritto di famiglia: ogni gruppo religioso segue il suo diritto. (aggiungo il sito dell’All India Muslim Personal Law Board)
Anche la separazione (non divorzio) per cattolici era solo maschile, in pratica: la donna doveva aver assistito *insieme* a testimoni ad atti di bestialità da parte del marito, per esempio. Testimoni desiderosi di testimoniare nella Corte. Mi dici a Delhi, per esempio, quando succede la bestialità “pubblica”? Ecc.
C’è un famoso avvocato (donna), Rani Jethmalani, abilitato anche nell’Alta Corte, che ha scritto sul diritto familiare e le condizioni di separazione per le donne.

In India ci sono state parziali modifiche a questo: nella seduta del Luglio 2001 sono state emessi emendamenti alle leggi Special Marriage Act (1954), Hindu Marriage Act (1955), Parsi and Divorce Marriage Act (1936), Indian Divorce Act (1869), e Code of Criminal Procedure (1973). Per esempio, è stata la sezione 39 (del 1869) dell’Indian Divorce Act è stata abrogata: dava la facoltà alla Corte di decidere di dare le proprietà della moglie (non per eredità, perché non può ereditare proprietà immobili!) al marito e ai figli; inoltre la Law Commission ha stabilito che le Corti ecclesiastiche (cristiane) non hanno più la facoltà di decidere i “gradi” di dissoluzione di matrimonio: solo le Corti stabilite secondo la legge (laica) hanno l’autorità esclusiva di determinare le dispute relative ai diritti civili.

Se ti va di leggere sul diritto di famiglia in Asia meridionale, ho pubblicato diversi articoli e una recensione al (cattivo) libro di Werner Menski, Hindu Law, New Delhi: Oxford University Press, 2003, in Journal of Asian Studies, pp. vol. 64: 3, pp. 785-787 in cui discuto abbondantemente di leggi tradizionali (quindi non laiche) e testi di giurisprudenza (perché se non si conosce quella le leggi in Asia meridionale non contano., essendoci la Customary Law; inoltre in materia di diritto di proprietà femminile le stesse leggi sono contraddittorie! leggi contraddittorie rispettate in aree diverse dell’India e/o leggi contraddittorie usate ad hoc in sentenze il cui risultato è, quindi, opposto)
(A proposito, in Italia con l’indulto la certezza della pena dove va a finire?)

Né in Nepal esiste(va) il divorzio femminile per le comunità induiste e musulmane, ma lì le cose sono complicate perché sono state emesse nuove leggi nel 2002 che non sono state ancora implementate, che io sappia, a causa della guerra civile.

O forse sì, non lo so con assoluta certezza, ma non ci sono rapporti nazionali/internazionali in proposito, quindi vedremo quello che è successo solo fra qualche anno. Al proposito ci sono vaghe e contraddittorie relazioni di NGO, ma preferisco vedere i rapporti ufficiali dell’ONU e le varie commissioni sulle questioni femminili.
(In Nepal avevano altro da risolvere, tipo, l’arruolamento forzoso delle ragazze nelle file dell’esercito dei maoisti, gli stupri di massa “esemplari” accompagnati da “hideous violence” dell’esercito reale, ecc.)
In tutto questo, nell’ambito della Personal Law, c’è poi da dire che appunto la legge scritta conta relativamente poco, bisogna vedere le sentenze.
Vedremo, quindi, nel tempo.

La costituzione di parte civile in Italia (e in Asia meridionale), come sai meglio di me, è attuabile anche dal singolo, e dalle associazioni. Basterebbe che qui l’Imam di una moschea lo facesse (a nome della comunità, anche se non legalmente basterebbero dichiarazioni pubbliche: qui il fatto diventa politico, ma anche se lo Stato italiano si costituisce diventa politico). O che una qualsiasi organizzazione (islamica) legittimamente costituita lo facesse, un’associazione culturale o una Onlus. Non esiste divieto per la costituzione di un’associazione per lo studio delle leggi tradizionali islamiche in Italia, sarebbe ottimo se ci fosse e si costituisse.

Come avrai letto nei vari trattati relativi al Codice penale, e sentenze ecc., dato che immagino tu sia penalista (quindi anche tu un’umanista), uno dei motivi per cui ci si costituisce parte è la NON riservatezza. Lo Stato italiano lo farebbe per questo, immagino, per dare un forte segnale politico. (In teoria, poi, l’esito non è garantito, come in ogni giudizio, ma credo che qui sarebbe quasi scontato, anche se poi chi sa? mi pare che le sentenze delle nostre Corti siano spesso bizzarre: dico in base alle leggi vigenti, non in base alla “giustiziaâ€?: due categorie che talvolta neanche si incontrano — e cmq la giustizia cos’è?)
Non è la condanna esemplare de jure, ma de facto.

L’infibulazione non è mai stata prescritta dal Corano, appunto: questa è l’interpretazione estrema di passi commentariali. Giurisprudenza, non legge. Non la Parola di Muhammad.
Se interpretassimo estremizzando l’ebraismo, l’omicidio sarebbe *in pratica* legalizzato: occhio per occhio dente per dente e vendetta fino alla settima generazione.
Penso che solo nel Buddhismo, nell’Induismo, nel Cristianesimo e nel Sikhismo l’omicidio e la vendetta siano espressamente vietati dalla Parola, che è legge — che è tradizionale, o religiosa, come la vuoi chiamare: in Asia tradizionale significa sempre religiosa: ben diverso dai paesi dove si applicavano i Codici di Giustiniano. Cioè, la Parola non ha emendamenti, è fissata per sempre: la Parola non cambia, si può interpretare, ma non cambia, e le leggi erano e sono in parte basate sulla religione: questo è il motivo perché in India c’è la Personal Law e non l’Uniform Civil Code, per rispetto delle religioni di appartenenza.

Il medico a Firenze [un medico ginecologo ospedaliero che pratica l'infibulazione nel suo studio, per pochi soldi] è ben noto, e credo anche tollerato a livello sociale. Dici che ti stupisce? Nessuno lo ha mai denunciato, singolo, associazione, Ordine dei Medici, ecc. Le comunità islamiche italiane lo conoscono bene, ovvio. Ma non è il solo, ce ne sono in diverse parti d’Italia.

A proposito, le comunità dei somali – in Somalia l’infibulazione si pratica — da tutte le parti d’Italia si riuniscono a Firenze una volta o più l’anno, quelle di altri paesi pure, ma non so dove. Voglio dire che c’è una coesione incredibile e, quindi, una connivenza.
Sai Borsellino? “[…] compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi (della) complicitàâ€?. Queste parole si applicano benissimo non solo alla mafia, ma a tutti i gruppi e i fenomeni sociali: incluso un noto medico ospedaliero che “si diceâ€? che pratichi l’infibulazione. O nei concorsi, ecc.

Cmq in questo caso conosco bene un suo collega ospedaliero ricercatore, mio amico a Cambridge, e so che è vero, il medico esiste e non è il solo in Italia. E lo so dai colleghi italiani (intendo dire, nati in Italia da famiglia italiana, bianchi, battezzati) diventati musulmani. Dicono però che sia un’infibulazione non totale, per non provocare infezioni. Ma è sempre nel “si diceâ€?. Ma non per questo non esiste, anche se non è stato mai denunciato. D’altronde, quanti denunciano i mafiosi? O gli strozzini? Quanti l’hanno fatto fino a qualche anno fa? Eppure tutti lo sapevano che esistevano, mi pare. Spesso ne erano vittima.
Qui, anzi, non ci sono vittime che le bambine: l’infibulazione non è imposta dal medico ma praticata su richiesta.

A proposito, ci sono anche nei consultori delle questioni al proposito, perché le bambine diventano donne e vanno dai medici lì. So che c’è un dibattito fra gli assistenti sociali.

Pensa solo che per ben 9 anni un ginecologo romano ospedaliero nel suo studio di pratica privata ha molestato sessualmente, e in alcuni casi violentato, delle clienti. E’ un caso che conosco di persona, ero assai amica di alcune che l’hanno denunciato, che facevano parte di un gruppo femminista. Nove anni è un tempo lungo. Il medico era conosciutissimo a Roma. Eppure ha fatto qualcosa che non è neanche una pratica, un costume di un gruppo etnico e/o religioso, per nove lunghi anni!

Sul tuo ultimo punto: appunto dico che, anche nelle pratiche, di ogni tipo, e tanto più in un omicidio, se davvero si vuole seguire un precetto religioso va letta la Parola originaria, senza _stravolgerla e senza estremizzarla_. Perché nelle interpretazioni successive c’è sempre tutto e il contrario di tutto. Purtroppo non sono un’esperta di diritto islamico ma induista, e in parte buddhista, però so con certezza che, in casi simili a quello di Hina, l’omicidio viene praticato in Pakistan, in Bangladesh e in un bel numero di paesi islamici. D’altronde, se si parte dal concetto base che la vita di tua figlia ti appartiene e tu sei il guardiano legale di tua figlia e responsabile di lei e per lei, fino a che si sposa, anche del suo “onoreâ€?, come è anche nella legge induista (religiosa, tradizionale), si può arrivare a questo.

Però nelle leggi induiste è espressamente vietato l’omicidio e il suicidio. Nel Corano anche, ma io l’ho letto solo in traduzione. (Sai quanti sbagli si sono fatti per aver tradotto male o faziosamente le leggi originarie scritte per esempio in sanscrito? Anche da parte delle corti inglesi quando stavano in India e applicavano le leggi vigenti — poi, in parte, le hanno cambiate, hanno introdotto nuovi concetti e nuove leggi, ecc.).

In sunto, Hina viveva qui. La famiglia vive qui, e chi ha commesso l’omicidio va giudicato in base alle leggi vigenti, sic et simpliciter. Spero solo che tutto questo non si trasformi in una guerra di religione. Noi non abbiamo Personal Law, né Customary Law.
E spero che non si trasformi in una guerra culturale.

Se l’avvocato dei presunti colpevoli si rifà alle leggi islamiche, i giudici dovranno cmq prendere dei consulenti di leggi islamiche. Ma non cambia il fatto che noi seguiamo una legge laica e uguale per tutti.

* Perché qui la legge è una e uguale per tutti…:) O no?

Giornalista: Lei che ne pensa del delitto di Hina? E’ vero che aveva già denunciato il padre per maltrattamento e violenza?

Giudice: Sì è vero.

Giornalista: Perché ha ritirato la denuncia secondo lei?

Giudice: Perché, ed è un fenomeno presente anche fra italiani, la ragazza si riferiva alla sua famiglia di origine come se fosse la propria [cioè, quella che uno si sceglie, e non quella da cui proviene, che non si sceglie] quindi voleva essere accolta di nuovo in famiglia. E poi perché vige il concetto che i panni sporchi si lavano in famiglia. Ma la famiglia non è un fatto privato.

Concordo pefettamente su ambedue i punti. Hina avrebbe dovuto pensare che la sua famiglia era quella che si formava lei, col ragazzo, non quella di origine. E non avrebbe dovuto ritirare la denuncia. Certo, per me è facile dire, io non ho mai provato una situazione simile: immagino quanto sarà stato già difficile per Hina denunciare il padre e poi, ripeto, io non conosco la violenza in famiglia, quindi non so le implicazioni anche psicologiche. Però di famiglie violente, anche vicine a me, ne conosco.

Quando uno pensa così, che papà e mamma sono solo la famiglia di origine, e non la propria famiglia, probabilmente non litiga neanche più coi genitori! Se ha 20 anni, se ne va e basta. Quella di origine è di origine, ma noi abbiamo la facoltà, da adulti, di cambiare le cose: di formare una famiglia nostra che scegliamo e formiamo con la nostra morale, le nostre regole interne, le nostre abitudini, ecc. E qui ritorno al discorso che è tutta una società, anche italiana, che di fatto legalizza la diseguaglianza verso le donne, non è questione di una famiglia di origine pakistana o una famiglia di origine italiana. Diseguaglianza nel lavoro, nell’applicazione della legge (nel diritto familiare), nella morale sessuale, ecc.

L’altro punto è che i panni sporchi si lavano in pubblico, specie se ci si trova davanti a un padre violento, per qualsiasi ragione. Troppo pericoloso non farlo. E, soprattutto, la famiglia, e ogni rapporto da due persone in su, fino alla collettività e agli Stati, è comunque una (piccola o grande) società: ci sono contratti e negoziazioni anche nelle relazioni a due. La famiglia non è privata, il matrimonio non è privato, ecc. Altrimenti non avrebbe senso la legalizzazione: il matrimonio, la registrazione di una nascita, ecc.

I panni sporchi di famiglia si lavano coi mezzi pubblici. Ho visto tutto una serie di panni sporchi privati che si traducono in violenza contro l’anello più debole della catena, anche quello un po’ più distante, diciamo il secondo cerchio della famiglia: un vecchio fragile e scomodo, un bambino turbolento, una nuora non gradita. E’ la logica del gruppo, che svantaggia il più debole. Se la famiglia è violenta, anche la mentalità lo è: vince il più forte. Il più debole se la prende in tasca.
Vince la parte scura dei membri di famiglia — perché ognuno di noi ha una parte scura. Sono le dinamiche a essere violente.

I panni sporchi di famiglia si lavano coi mezzi pubblici specie se sono di tal fatta, come i panni sporchi con cui la famiglia ha vestito Hina.



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L'autore del blog

boh

Questo è il blog di Enrica Garzilli, specialista di indologia e di studi asiatici e docente di Storia del Pakistan e dell'Afghanistan presso il Dip. di Studi Politici dell'Università degli Studi di Torino.