Calcio, razzismo e democrazia: Francia-Germania e le previsioni per una rivolta

Stasera a Parigi si giocherà la partita di calcio amichevole Francia-Germania:

Riporta l’ANSA:

I francesi dicono che non ci sono problemi, e noi ci fidiamo”, ha detto Georg Belau, responsabile della nazionale tedesca.

Fra Francia e Germania c’è maretta da secoli per una mai sopita competitività su pochi territori di frontiera, per gli accordi economici e quant’altro.

Al momento, comunque, la diatriba ufficiosa (mai ufficiale, sin dagli accordi presi dopo la II guerra mondiale) verte sul primato importante che ambedue vogliono arrogarsi: ambedue vogliono essere la nazione dallo sviluppo economico più avanzato d’Europa, quella che, in pratica, detta legge — e gli accordi finanziari bilaterali (perché in ogni accordo c’è una parte più debole, è ovvio, anche fra gli stati). Ma due stati-più-forti-alla-pari non possono coesistere!

Inoltre, i francesi non hanno mai perdonato alla Germania l’occupazione nazista. Di contro, i tedeschi hanno dimostrato il collaborazionismo di larga parte degli ebrei francesi proprio a questo fine. Insomma, picche e ripicche anche molto serie, come questa, in una inimicizia senza fine dalle vecchie radici.

La questione della reciproca antipatia fra Francia e Germania è antica ed è complessa. Se ne avete voglia, ascoltate le stupende lezioni di Storia culturale europea 1660-1870 del mio storiografo preferito, George Mosse (ebreo tedesco emigrato negli USA) — anche se ho qualcosina da dire sulle sue teorie sulla Nascita del monoteismo nel mondo antico — ma, d’altronde, lui è uno storico culturale e non uno storico delle religioni: quindi, ha qualche bella idea ma manca totalmente della mentalità necessaria ad esercitare un altro lavoro, manca della “manualità” del processo storiografico applicato alla storia delle religioni.
E, detto per inciso, Mosse manca anche di una profonda conoscenza delle religioni stesse, che per loro stessa natura si occupano di morale, etica, ontologia, cosmogonia, ecc., più che di “fare la storia”.
Ma io che me ne occupo professionalmente devo dire che Mosse anche su questo offre, proprio perché è un newbie, degli spunti orginali per gli storici delle religioni.

Ma ritorniamo al punto: la partita fra Francia e Germania.
Gli psicoanalisti hanno studiato la correlazione fra gioco del pallone e frustrazioni, cioè, frustrazione dell’investimento libidico, che negli uomini “sani” (e eterosex, aggiungo io: che dire dei gay “sani”? che, infatti, di solito non tifano!) è fatto sulla donna: ed infatti La palla, come la mela, e come qualsiasi oggetto sferico, è il simbolo della donna.

Insomma, tifare ed andare allo stadio scatena una vera e propria eccitazione sessuale sul maschio “vero” (ahahah! E dove stanno ‘sti maschi veri?:) o ‘ste femmine…), che proietta sul calciatore le proprie emozioni, frustrazioni, aspettative, rimostranze ecc. e prende a calci la femmina.
Infatti, come ho notato sul post Lazio-Inter è roba da uomini!, molti uomini percepiscono il gioco del pallone come maschile, un vero e proprio segno di virilità, se fatto bene! (A tutti questi propongo una riflessione: e se noi donne vedessimo nel pallone uno dei segni fisici distintivi della mascolinità universale, animali compresi?)

Il gioco del calcio coinvolge molti più piani emotivi, ovvio, ma il succo della questione sarebbe questo. Ma il focus di questo post non è l’analisi della passione di massa per il calcio, ma quello che l’investimento di emozioni e, soprattutto, di frustrazioni scatenato dal calcio può scatenare in Francia, in un momento delicato come questo di sfogo delle frustrazioni di un’intera generazione.

Da questi due elementi essenziali, la diatriba storica fra Francia e Germania, esacerbata dalla vessata questio dell’occupazione nazista (e gli ebrei) e il gioco del calcio come coacervo di frustrazioni non sopite, temo che gli scontri fra ragazzi di colore e bianchi a Parigi, e in tutta la Francia, esploderanno molto più violentemente dei giorni scorsi!
Due frustrazioni storiche — una a livello storico e culturale, e una esistenziale e sociale — si sommeranno in un mix che rischia di essere più potente ed eversivo di una bomba H.

E la partita funzionerà da miccia (e, pure, da elemento catalizzatore). Verrà presa come scusa per incendiare tutto quello che rappresenta il capitalismo, l’imperialismo, lo sfruttamento, l’emarginazione, il non-accesso al bello, al potere e ai simboli della “nostra” società — soldi e successo.

Se il bravo Presidente francese M. Jacques Chirac o i suoi bravi ministri di destra ignoreranno o, peggio, dismetteranno la questione o, ancor peggio, cercheranno di risolverla con un pugno di ferro, i ragazzi metteranno a ferro e fuoco un’intera nazione.

Durante la conferenza stampa del summit franco-spagnolo del 10 novembre 2005 Chirac ha dichiarato che prenderà tutte le misure necessarie per ristabilire l’ordine e la legalità contro la violenza urbana.
Giusto, ben fatto!
Vuole ripristinare l’ordine pubblico prima che si vada alla tavola delle trattative, insomma.
1) Ma i ragazzi che si rivoltano sanno benissimo che se tornano ad essere dei “bravi ragazzi” tutto quanto rientrerà, si spegnerà e nessuno darà mai più loro retta.
2) Sanno che senza un’azione decisa, anche se certamente illegale, dopo qualche chiacchera e qualche rassicurazione tutto tornerà come prima: di base, i francesi torneranno ad essere malati di grandeur e di paternalismo a buon mercato, e i figli degli immigrati di colore ad essere esclusi — come noi tutte donne occidentali siamo escluse dal potere, dai posti chiave della finanza, dell’economia, della cultura, siamo di fatto escluse persino dai seggi parlamentari, ecc.
Come i Terroni sono esclusi dalla Milano béne.

Il Presidente dovrebbe prendere atto del problema e del disagio, che è reale, e trattare, scendere in piazza (metaforicamente) per accogliere le istanze di questi ragazzi e difendere così anche una parte della nazione che è francese, ma che è francese di serie B.

Oppure vuole scatenare una guerra civile e dichiarare i ragazzi dei terroristi, come ha fatto il re del Nepal Gyanendra in modo da ottenere appoggi e aiuti internazionali (anche materiali, come missili e bombe) e dichiarare lo stato di emergenza — con conseguente coprifuoco nelle maggiori città, soppressione delle libertà fondamentali di libertà di stampa, libertà di associazione, ecc.?

Fino a che punto Chirac verrà o si sentirà autorizzato ad agire contro una parte della sua stessa nazione?
Se un solo uomo spacca una vetrina è un delinquente; se un gruppo lo fa, è una gang; se lo fanno in migliaia o in milioni, è un problema nazionale!
E non serve dire che il problema non c’è. O agire come se il problema non ci fosse e come se l’unico vero problema fosse l’ordine costituito.

Stasera mezza Francia brucerà. Mi dispiace che qualcuno ci rimetterà la vita, o la salute, o i beni. Mi dispiace che si debba arrivare a degli aut aut così dolorosi per tutti.

1) Ma so con certezza, e lo so sulla mia pelle, che senza calci nel sedere la gente non si muove: perché è comoda, perché lo status quo a troppi (bianchi, e borghesi — ma non solo) fa comodo.
2) E so con certezza che la “maggioranza comoda” dovrebbe, per una qualche ragione — per esempio una ragione culturale o etica — comprendere la profonda ingiustizia delle disparità fra classi, fra etnie, fra uomo-donna, fra nord e sud del mondo! E dovrebbe volerla cambiare: ma tutto questo si chiama utopia

Quanto a Chirac, capisco che vuole compiacere la maggioranza dei francesi; e capisco che l’ordine pubblico è d’obbligo in una nazione, sentirsi al sicuro a casa propria. Eppure, farebbe bene a svegliarsi e prendere questi scontri per quello che sono: scontri fra civiltà, scontri fra “noi” (diciamo loro, che è più giusto) e gente che, se vogliamo che si assimili, deve avere gli stessi diritti e gli stessi vantaggi di quelli avvantaggiati (i francesi bianchi) per accettare l’assimilazione!
Per smettere la rivolta!

E poi, Chirac, non sai che la carota funziona più del bastone?
WAKE UP! WAKE UP Chirac!

E voi ragazzi, non smettete! Non fate del male, se potete, ma non cedete, non fate “i bravi”, altrimenti ve la prenderete ancora una volta in tasca.

Dare ascolto ai rivoltosi, prendere in esame le loro istanze, non è solo giusto e doveroso: è conveniente! Ed è una vera prova di democrazia.



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L'autore del blog

boh

Questo è il blog di Enrica Garzilli, specialista di indologia e di studi asiatici e docente di Storia del Pakistan e dell'Afghanistan presso il Dip. di Studi Politici dell'Università degli Studi di Torino.