Libri, Arte del Gandhara e snobberia

Ho passato giovedì scorso in uno dei luoghi che amo di più al mondo, la sala di lettura al secondo piano della biblioteca Sormani, qui, nel centro a Milano.

Mi metto seduta col mio computer e i miei libri ad uno dei tavoli appositi.
Questi, in realtà, sono delle scrivanie per due persone, una difronte all’altra, che per mancanza di posti hanno sdoppiato. Così ci stiamo in 4 col risultato, non sempre del tutto sgradevole, che sei costretto a “fare amicizia” col vicino di tavolo, dato che scrivendo con libri e comp in uno spazio di circa 50 cm. di gomitate se ne danno molte…

Beh io non è che mi accorga molto di chi ho vicino, di solito il piacere di studiare e di scrivere, piacere che colgo raramente (non più di 2-3 volte a settimana) col tipo di vita che faccio, supera tutto, ma sento che c’è un soffio vitale accanto a me, mi illudo che abbia sempre un’anima decente e un alito non troppo puzzolente e ciò mi basta..:)

Io piazzo i miei libri di traverso o per lungo, anche perché davanti, appoggiato al divisorio del tavolo, tengo aperto, a mo’ di santino gigante e di ispirazione, il magnifico volume della UTET di un mio professore passato a miglior molti vita anni fa, lo storico dell’arte Mario Bussagli.
Il libro si intitola L’Arte del Gandhara e parla della nascita dell’immagine del Buddha nella regione del Gandhara, nel nord dell’India che ora è diventato Afghanistan.
(A proposito, se volete vedere un po’ di sculture e oggetti d’arte del Gandhara visitate Gandhara. Ritual Art Objects and Sculptures. Li vendono anche all’asta, casomai vi interessasse. A me sì ma non me lo posso permettere..)

Questa arte è detta anche indo-greca — o indo-greca-romana perché nacque grazie ai greci, i macedoni e pure i romani portati da Alessandro Magno, quando penetrò in India nel 327-326 a.C. e gli indiani locali (che è una contraddizione in terminis perché gli indiani non sono mai locali, le famiglie si spostano o migrano da una parte all’altra dell’India, percorrendo nelle condizioni più disastrose migliaia di chilometri, con una facilità per noi impensabile e per i più svariati motivi: dal pellegrinaggio alla ricerca di lavoro, per il matrimonio del cugino di secondo grado Rajiv che ha una sorella non male e con una dote adeguata che andrebbe bene per nostro figlio Lakshman, per la cerimonia di iniziazione e di imposizione del nome segreto al tanto agognato maschio degli zii di Mohini, la vicina di casa che ci venderebbe a buon prezzo quel pezzetto di terra, e così via..)

Ma prima della figura del Buddha sapete come veniva rappresentata “la Buona Legge”, cioè la dottrina buddhista? Con dei simboli sostitutivi: l’immagine della ruota del carro, che è anche il sole coi suoi raggi, con l’orma dei piedi del Buddha, con la svastika, che rappresenta sempre il sole, e così via.

L’immagine del Buddha nacque… per scopi propagandistici!
Già in Oriente circolava l’immagine di Cristo e, più precisamente, della Croce, un simbolo di una intensità e una potenza cosmica (come la recente diatriba sulla Croce appesa in classe dimostra ancora, dopo oltre 2000 anni).
Si sa che niente può eguagliare la potenza iconografica della figura umana, specie se ha degli attributi facilmente riconoscibili ed interpretabili come Cristo che agonizza sulla Croce, immagine della sofferenza per se, o come Buddha che sorride, mite e sicuro, che ci fa pensare a un uomo che ha realizzato se stesso ed è in pace con sé e il mondo intero.

Il silenzio sofferente di Cristo ci riporta alla nostra sofferenza, alle ingiustizie che subiamo ogni giorno e, forse, a quelle che infliggiamo a noi e agli altri. E’ un momento di dolore e di riflessione, ci fa pensare al trapasso da un mondo all’altro e alla rinascita: soffriamo per il peccato ma rinasciamo con Cristo.

La serenità e il senso di allegria del Buddha sono la nostra speranza, pensiamo che siamo buoni e giusti perché un uomo così grande, un illuminato, ci guarda in quel modo! Ci illude di essere senza macchia, senza colpe, belli — e che tutto sia ancora possibile…

Così, dicevo, mi apro il librone di Bussagli ad una delle mie pagine più dense di figure, mi lascio far compagnia (spirituale, ovvio) da l’uno o l’altro Buddha, mi illudo che vicino mi stia seduto un qualcuno di senziente, e comincio a studiare e/o scrivere con gioia.

Di solito alzo la testa quando la schiena mi comincia a far male, dopo 1:40 ora. Questa è la mia prima pausa. Poi l’intervallo fra una pausa e l’altra si accorcia e, quando raggiunge i 30-35 minuti vuol dire che sono stanca.
Così scendo a prendere la “bevanda al cacao magro” della macchinetta all’ingresso della biblio. I 30 cent che spendo con maggior sfizio, se fossero 30.000 Eu non me lo darebbero uguale…

E così è stato anche l’altro giovedì. Scendo, faccio per prendere il bicchierino di carta quando la macchina dice “erogazione finita” ma sento una puzza bestiale che mi assale alle spalle.
Mi volto di scatto e vedo un senzatetto che aspetta il suo turno alla macchinetta.

Vado alle poltroncine blu — un set, una specie di quadrifoglio di 4 poltroncine di stoffa color azzurro scuro e gommapiuma attaccate fra loro, che viaggiano da una parte all’altra del primo piano della biblioteca: son tutte occupate da clochard e donne molto mal messe.
Cerco di sedermi sull’unica poltrona grande e singola, che di solito è a ridosso del termosifone a sinistra della porta dell’ingresso interno, dopo la portineria, ma c’è seduto un signore che puzza di pipì e finge di leggere un giornale vecchio.

Allora vado a sedermi sulle panche davanti al servizio fotocopie, sempre al pian terreno: sono occupate da un quartetto di anziane signore che visibilmente non sono lì per leggere, ma per stare qualche ora al calduccio e chiaccherare in pace.

Ero scocciata oltre ogni dire: dalla puzza, dal fatto che non c’è mai un posto per bere un caffé o la mia amatissima cioccolata (che ovviamente non si può portare di sopra, ed io sono chocolate-addicted…:))
Dal fatto che la gente si incontra in biblioteca e non a casa per chiaccherare al caldo e risparmiare sui termosifoni..

Ma soprattutto ero scocciata perché mi sembrava che quella gente, in fondo solo meno fortunata o previlegiata di me, profanasse un luogo sacro, il tempio dove dormono, vivono e parlano i libri, gli audiovisivi, i documenti: la biblioteca.

Mi sono resa conto dei miei poco nobili sentimenti e mi sono anche infuriata con me stessa, i libri sono delle persone e per le persone, e le persone in carne ed ossa non possono assolutamente essere considerate meno di loro.

Eppure, eppure…
Eppure il pensiero che un volume fosse toccato in modo improprio da un imbecille (e ce ne sono tanti al mondo) che magari lo spiegazza, o da una ragazzetta che mentre lancia occhiate qua e là lo macchia e così via, beh, mi fa ribollire il sangue.

E il tempio del documento “fisso”, del manoscritto, del libro o dell’audiovisivo, non dovrebbe essere profanato da gente che magari puzza, che si gratta, alla quale non gliene può fregar di meno di dove sta, basta che sia un posto caldo e che sia lasciata in pace.

Mi sono vista meschina, snob, vagamente razzista. Non mi ero mai vista così.
Mi sono un po’ vergognata di me stessa e ho avuto un senso di pietà profonda non solo per tutta quella gente che non ha di meglio dove andare, ma per me che talvolta, dietro alla mia turris eburnea di fogli, schermi e indici, metto all’indice gli altri…

Non ho mai sopportato chi crede sempre di esser nel giusto e, per questo, fa la guerra agli altri. Ma anche io la faccio: in nome della difesa del sacro sepolcro che contiene il corpo sacro di un documento escludo gli altri. Un corpo morto come un documento, che parla solo per quanto e pe rcome noi lo lasciamo parlare, è più importante di un corpo animato dal soffio della vita, della sofferenza, delle speranze e dei sogni, dei fallimenti, delle puzze e dei dolori.

E fino ad ora nella mia vita ho fatto la crociata per questo, per questo mio valore — lo studio, l’etica della ricerca, il mezzo della ricerca — dimenticando che l’uomo, nell’accezione più ampia del termine, è più importante di tutto.

Anche se non credo che noi siamo in cima alla scala e per questo possiamo dominare gli altri esseri viventi, piante ed animali, il creato insomma, come ci insegna la Bibbia, forse l’essere umano è più importante di una biblioteca.
Forse…

Almeno, me lo ripeto e cerco di avere un po’ più di tolleranza e di rispetto per gli altri, anche quando profanano e violano l’unica cosa umana al mondo che mi pare sacra: i libri, gli oggetti d’arte e il loro tempio.

Quando anche io non ci sarò più, i miei libri rimarranno intatti, uguali a se stessi, l’unica cosa che rimane nel tempo immutabile.
Le case si demoliscono o si ristrutturano, i programmi si modificano e si riscrivono di continuo, i figli crescono e cambiano e, in ogni caso, non sono nostri. Tutto cambia e scorre…
Ma i libri rimangono a parlare di me, sono un pezzo della mia anima e il suo faticoso prezzo. Costano ore e giorni di lavoro, ricerca, mal di schiena, pazienza, cuore anima e cervello, e soldi.

Quindi, sono un po’ la mia immagine, sono il prolungamento di me: è forse per questo che mi sono vergognata? Che dietro alle mie nobili aspirazioni di scienza e di ricerca, in fondo, c’è anche il mio narcisismo?

C’è la mia paura della gente, dei reietti, dei malati, di me gente diversa reietta e malata.
Mi sono riparata per tutta una vita dietro il mio muro di libri.
Forse è ora che lo abbatta.

E’ anche per questo che scrivo questo blog, perché i miei pensieri siano pubblici, non solo quelli scientifici ma quelli normali, ordinari, magari non così nobili ed edificanti, che possono essere anche vostri.
Ma che fatica a guardarli, e che brutto riconoscerli…



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L'autore del blog

boh

Questo è il blog di Enrica Garzilli, specialista di indologia e di studi asiatici e docente di Storia del Pakistan e dell'Afghanistan presso il Dip. di Studi Politici dell'Università degli Studi di Torino.